giovedì 30 gennaio 2020

UN GATTO E IL MARINAIO


A ridosso di un mare sempre azzurro, dove spiagge bianche
tendevano a farlo ancor di più brillare, c'era una piccola casa bianca,
con solo una porta e una finestra dalle imposte blu e vicino quasi perennemente in fiore
una bouganville rosa screziato rosso, da far invidia a quel deserto intorno,
fatto di sterpaglie secche e dune ricoperte di stoppie e cardi pungenti.
Era la casa di un vecchio marinaio, ormai da tempo lontano dai suoi mari,
mari che aveva solcato fino da ragazzino a seguire il padre trasportatore di
spezie imbarcate dalle lontane terre dell'est, prima da mozzo a ripulir la poppa, marinaio di prima nell'avvenuta gioventù e in tarda età
per eredità avvenuta, capitano di un vecchio fuoribordo, atto soltanto per trasportar persone a visitar la costa e a far creder loro di essere pescatori per un giorno.
Ogni mattina era solito uscire, ai primi albori, portarsi sul limite dove mare si ferma e rilascia il suo canto d'onda per ritornar nel mondo, respirare di quel profumo acre a bocca aperta e poi intraprendere una passeggiata lungo la battigia, cercando qualche conchiglia vuota per farne poi collanine da regalar a qualche bambino che veniva con la famiglia a visitar quella magnifica spiaggia .
Seduto poi su una piccola sedia, dopo il magro pranzo, fatto solitamente di sarde arrostite o fritte pescate nella notte quando non riusciva il più delle volte a trovare sonno, con una pipa accesa, ultimo suo vizio, forse l'unico, nemmeno le donne lo avevan mai fatto straviziare, bisognava andare per mari ed era quasi impossibile pensare di sposarsi o di sacrificare una donna con le paure di non vederti un giorno non arrivare.
Preparava collane di conchiglie e casse vuote di granchi seccati al sole, legandoli a fili di rete ormai in disuso, memore di pesche lontane, quando gabbiani correvano dietro a prua per raccoglier pesce fresco raggruppato, poi le attaccava in bella vista lungo un filo che dalla casa
aveva in tiraggio messo fino ad un palo roso dalla salsedine, insabbiato, residuo di mareggiate frequenti e ardite degli inverni passati.
E ancor seduto rimirava l'orizzonte e l'occhio fisso guardava ma non si sa cosa, o forse immaginava e navigava con la mente di essere ancora sopra l'onde, poi qualche ragazzino o bambina lo destavano dal torpore, perchè venuti a fare una richiesta di avere in dono una bella collana magari per se o per la mamma che da lontano era in vigilanza. Lui senza profferir parola staccava quella scelta, gliela metteva al collo e con la sua mano grande e piena di rughe, vita vissuta scritta tra le sue dita, accarezzava sulla testolina e rimandava con gli occhi dalla mamma.
A fargli compagnia, nelle sue amate solitudini, c'era un gatto, che da lui era venuto un giorno e mai più se n'era andato. l'aveva subito accudito e dato il resto della cena, ancor più magra del pranzo, ma per il gatto quella sera parve manna e si addormentò dopo, su un cuscino nel piccolo letto dell'anziano e fu quella notte che insieme si addormentarono e così da allora ogni notte, e quando lui si alza per andare a pesca, il gatto subito lo segue e sulla riva aspetta la sua pozione di pesce per passar la giornata. Il gatto conosceva il vecchio e lui conosceva il gatto, mai erano soli e mai lo sarebbero restati, anche i bambini che venivano a prendere conchiglie al gatto degnavano una carezza e lui fusando se le faceva dare.
Un giorno, una ragazzina tornando dalla spiaggia, gli capitò di trovare, sulle scale che portavano al paese, il gatto del marinaio che quasi impaurito e messo da una parte chiedeva aiuto come solo un animale sa fare, con la voce e lo sguardo.
La bambina lo riconobbe subito e si avvicinò per prenderlo e riportarlo al suo padrone, ma questi non si fece avvicinare ma le fece capire di seguirlo. E così fece.
Arrivarono alla casa bianca sul mare con appresso la bouganville in fiore, una sedia vuota
sotto il sole e conchiglie in collane appese al filo, dentro un uomo dalla barba e dai capelli bianchi, forse stanco stava a dormire, o così parve alla ragazzina, ma il gatto nel suo miagolare disperato fece capire che il marinaio stavolta e per sempre se n'era andato a navigar per mari nuovi non quelli del mar salato ma del dolce cielo.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine da web

mercoledì 29 gennaio 2020

TAIKA WAITITI (COHEN) - JOJO RABBIT

L'ho visto più per curiosità, direi anche con un certo scetticismo, non mi ero documentato, ma la locandina mi incuriosiva enormemente, quel bambino vestito da nazista e quella figura clownesca di Hitler hanno dato la spinta maggiore.
Ebbene se mi aspettavo un film da ridere, ovvero pieno di gags e anche demenziali tirate di orecchie a un sistema e un regime passato, mi sarei sbagliato di tanto, ma quello che ho avuto paura più di tutto è che inizialmente mi sono sentito piuttosto disorientato perchè non riuscivo a immaginare che si potesse fare un film inneggiante al regime, perchè all'inizio è così che ti pare e ti rode dentro e quasi avresti voglia di urlare e sbraitare per l'odio e la rabbia che cresce.......
E' una rabbia e un odio che sceme, che forse voluto per farti davvero entrare nel corpo e nella mente di quel ragazzino di circa dieci anni, invasato del nazismo, tanto da andare fiero nell'esserne sempre vestito, fare i corsi preparatori per diventare un puro e invincibile, virile, ariano perfetto, quel ragazzino ancora bambino che parla con il suo amico segreto, che vede come reale, che discute e che adora all'infinito e sopra ogni cosa, il suo amico dei giochi, un puro e immenso ariano doc, Hitler stesso, la cui interpretazione è singolare, non sarcastica, ne buffonesca, direi quasi naturale tanto è paradossale e pazzesca nella sua vera realtà conosciuta, un vero amico segreto, un vero amico dei giochi. 
 Non posso raccontare la storia altrimenti perdereste il gusto e il geniale di questo film che a mio parere è uno dei più belli che abbia visto questo anno, ne uscirete con una profonda devozione e una grande apertura nel cuore e nella mente quasi d'abbracciare la prima persona che trovate per estraniare il forte amore per gli altri. 
Vorrei che questo film fosse l'icona per una vera lotta contro la discriminazione razziale, un insegnamento che il regista ha saputo irrorare piano piano nell'animo, nel cuore, nella mente di uno spettatore e consentitemi di aggiungere una piccola nota personale, la musica finale è il tocco geniale su una torta davvero gustosa. Brivido da accapponare realmente la pelle. 
A me non resta che andare a leggere il libro da cui è tratto: "Come semi d'autunno" di Cristine Leunens

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Locandina del film

PAOLO RUMIZ - IL FILO INFINITO

Alla ricerca di una vera parola e di uno spirito migliore, di un sentimento che non trova parole su una terra che conosce il male, sul superamento di ogni cosa reale con la coscienza e la sapienza che il vero vivere è nel saperlo apprezzare, riconoscere in quello che da un Dio ci è dato in onore e dono e soprattutto nel sorriso gentile di ogni uomo.....Ecco questo pensiero lo posso davvero considerare la mia recensione a un libro che mi ha affascinato nel comprarlo e non mi ha mentito nel leggerlo.
Un filo, quello che collega il mondo interiore e sacro dei monaci Benedettini, una regola doviziosa, pacata, gentile e operosa, dove lo scrittore ricerca sempre attaccato a quel filo di collegamento tra il reale e il mistico, tra la pace interiore e il disprezzo totale del “nuovo” mondo, una ricerca e anche una risposta a quanto questo ordine ha fatto per mantenere nei secoli e secoli una purezza e un amore unico verso l'uomo di sempre, teso alla guerra, all'odio, alla discriminazione, e Rumiz con maestria contrappone il male comune, l'odio odierno e la discriminazione, con la lotta semplice e umana, religiosa ma non opprimente come potrebbe essere la dottrina della Chiesa. E' affascinante lasciarsi andare con l'autore in questa ricerca, entrare nel silenzio imponente e puro di un chiostro monacale, sentire i canti e apprezzare le vastità delle chiese e capirne la loro vera entità e soprattutto il dovuto rispetto e il sapiente apprezzamento che Rumiz riscopre non solo nei monasteri dei frati benedettini, ma in quelli femminili delle suore.
“ Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d'Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili......”
E' un viaggio tra questi luoghi misteriosi e incantevoli, tra anima e corpo, tra spirito e realtà, insomma un viaggio dove non si deve mai perdere quel filo conduttore che è l'amore vero e proprio che quest'ordine ha saputo contenere e trascinare nei secoli e secoli, superando ogni ostacolo terreno. Un libro davvero interessante che fa riflettere e lascia una leggerezza interiore da rimanerne quasi stupiti.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Copertina del libro

martedì 28 gennaio 2020

PAPA CLEMENTE VII

“Il più sventurato dei papi” così fu definito dallo storico tedesco Ranke, e in effetti basti pensare che proprio all'incapace attitudine di gestire il potere papale, il suo continuo e irritante voltafaccia, le sue ambigue allenza altalenanti tra un imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I, provocò il più disastroso saccheggio di Roma da parte dei Lanzichenecchi, e a lui si può imputare, data la mancanza di potere ecclesiastico, la crescita della Chiesa Luterana e della nascita in Inghilterra della Chiesa Anglicana.
Giulio de Medici, figlio legittimo di Giuliano, fratello del più famoso Lorenzo, che perì nel Duomo di Firenze nella famosa congiura de Pazzi, fu eletto dopo 54 giorni di conclave nel 1523 e assunse il nome di Clemente VII. Già giovanissimo era entrato nelle simpatie di Leone X, per lo più suo cugino, il quale lo nominò prima arcivescovo di Firenze e poi in poco tempo, cardinale, e comunque ebbe a dimostrare qualità diplomatiche e amministrative tanto che furono proprio queste attitudini a soddisfare pienamente la sua candidatura. Ma presto le cose cambiarono e la Chiesa di Roma si trovò in un mare di onde che non avevano correnti giuste, praticamente cercò di attuare quel detto , “tenere un piede su due staffe”, ma che poi non seppe nemmeno gestirlo, oggi con Carlo V per poi sotto sotto trovarsi con il Francese Francesco I e intanto la città era in balia di tutto e di tutti. Fino ad arrivare al completo risentimento, un vero e proprio flagello, dove le violenze, gli strupi e le uccisioni ebbero il loro più orrendo apice possibile.
Il pontefice in preghiera nella sua cappella, mentre fuori infuocavano le più orride imprese dell'uomo mentre invocavano le urla per cacciare il Santo Padre, fu distolto da suo cerimoniere Giovo che supplicava il Pontefice perchè riparasse in Sant'Angelo, di fretta Clemente VII si introdusse lungo il segreto corridoio che portava al Castello e quando fu all'esterno dove doveva attraversare il ponte levatoio, un gesto nobile del cerimoniere lo salvò al momento, da poter essere riconosciuto, infatti gli dette il suo cappello e il suo mantello viola, così da apparire un comune prelato che si dava alla fuga e per il quale, da parte dei rivoltosi, non occorreva poi perdere tempo e munizioni. Ma presto i Lanzichenecchi entrarono anche nel Castello e per sette mesi il Papa dovette starsene in cella, e sotto il pagamento di una cospicua somma e con l'aiuto di alcuni ufficiali, travestito da venditore ambulante, riuscì a riparare prima a Orvieto e poi a Viterbo.
Dopo trattati e tregue, matrimoni di parenti con altrettanti parenti di imperatori e re, incoronazioni, l'ultima che un Papa eseguiva, quella di Carlo V nel duomo di Bologna, Clemente VII ritornò a Roma ma per poco perchè la morte era in agguato. Se si vuol rendere un qualcosa di buono e di costruttivo a questo pontefice è quella di essere stato il committente a Michelangelo del Giudizio Universale sopra l'altare maggiore della Cappella Sistina.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web : Sebastiano Luciano detto del Piombo, Studio of Giulio de''Medici (1478 - 1534) Papa Clemente VII 1530c.

FESTA DEI DONI




Commissionato dal potente mercante fiorentino, Agnolo Doni, Michelangelo dipinse questa meravigliosa Sacra Famiglia, conosciuta come “Tondo Doni”. Il matrimonio tra il ricco mercante e la nobile Maddalena Strozzi, avvenne nel 31 gennaio del 1504, un periodo molto particolare e fiorente per l'ambiente culturale e artistico, basti pensare che il mercante oltre a farsi fare quest'opera ebbe anche la “fortuna” di commissionare due bellissimi ritratti al grande Raffaello, uno che lo raffigura e l'altro della sua giovane consorte. Per il secondo anno consecutivo Firenze ritorna a commemorare questo evento e quest'anno lo fa con ancora più impeto e con eventi culturali importanti, ma è anche un'occasione unica vedere nella stessa sala, allestita agli Uffizi proprio per l'occasione, queste tre opere d'arte di assoluta magnificenza.

domenica 26 gennaio 2020

ERA MEGLIO QUANDO ERA PEGGIO

Non riesco a comprendere, e forse mai ci riuscirò visto che la mia età si sta avvicinando in quel torpore considerato “nullo” che è la maturità, e che la mente e ogni parte del corpo ha ricezioni lente se non addirittura ferme, ma prima che perda completamente la capacità intellettiva, vorrei arrivare a capire il motivo per cui ogni cosa oggi giorno ha bisogno di una critica avversa, di una spiccata volontà ad abbattere tutto quello che viene fatto e detto. E il tutto viene fatto con l'assoluta semplicità e una sottile ma marcata vena di cattiveria, che distrugge moralmente, se non materialmente tutto quello che viene esposto. Oggi se scrivi qualche cosa, di qualsiasi genere, magari ti sei documentato, cerchi di riportare, naturalmente con tue parole e in maniera più semplice e comprensibile, quello che studiosi, storici, letterati hanno fatto prima di te, ecco che subito arrivano le critiche più impossibili, più deleterie possibili, quasi che io “grande ignorante” abbia inventato tutto di sana pianta.
Ma questo non accade solo a me, figurati se mi interessa poi più di tanto, ma lo denoto come male sociale odierno, si parla di fiabe e subito ti attaccano che sono deleterie, incitano alla violenza, alcune poi sono maschiliste, ma nessuno si prende la briga di prenderle come effettivamente sono, cioè fiabe...si parla di arte e subito salgono critiche di stile antiquato, di manierismo esagerato, ecc. avendo anche la faccia tosta di farlo senza magari avere alle spalle un minimo studio in merito, si va in ospedale e si criticano a spada tratta e con impeto, i medici e il personale infermieristico, e hanno il coraggio di fare le loro diagnosi e spesso anche di scegliersi le cure adeguate, uscendone con epiteti da brivido, e potrei darne a milioni di questi esempi, al supermercato, alla posta, in qualsiasi luogo senza neppure avere il rispetto e il decoro delle persone e del luogo dove si trovano.
Allora ritorno alla mia richiesta-domanda, ma cos'è che spinge a questo totale diniego, che poi è spinto da una forma immane di “ignoranza totale” che neppure i nostri “vecchi” possedevano quando davvero esisteva l'analfabetismo, quando un certo Maestro Manzi usava il “nuovo” oggetto di informazione, la televisione, per fare lezioni gratuite di scrittura e lettura al popolo italiano.
Cos'è questo godimento che davvero provano nel denigrare, criticare, annientare e distruggere tutto e di tutto e soprattutto travisare il più possibile la verità delle cose e delle persone, c'è una volontà estrema del fare male, ma non solo fisicamente, che già quello fa parte negativa e opprimente del nostro quotidiano, ma ferire nel morale della persona stessa, nella sua pienezza e libera esposizione, quasi a voler troncare, mozzare una “libertà” che mette forse paura.
Io ritornando al concetto iniziale, io mi sto avvicinando alla soglia di un addio, ma quello che mi lascia perplesso e mi stupisce, mi rammarica e mi disorienta, è che lascio a mio parere una società così retrograda e così ferma nelle sue “innovazioni”, così povera di sentimenti umani e povera di contenuti che sono sicuro, almeno per quel “poco” che ho studiato e documentato, neppure nel così tanto decantato Medioevo si conoscevano apici di arretratezza come adesso. Forse, avevano ragione i miei prossimi antenati, nelle loro semplici verità fatte di proverbi e detti, che asserivano sotto le mie risa, “era meglio quando era peggio”. A questo punto, forse o sicuramente, sono davvero vecchio.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Cavalier by Christophe Charbonnel

sabato 25 gennaio 2020

25 GENNAIO - CONVERSIONE DI SAN PAOLO

Saulo di Tarso, noto per i latini, Paolo, era di famiglia ebrea, apparteneva alla setta dei farisei, la più rigorosa ma anche la più accanita nei confronti del Cristianesimo. Mandato dai genitori a Gerusalemme sotto la sapiente guida della scuola di Gamaiele, egli apprese la più alta sapienza e la più devota osservanza della religione mosaica. Divenne perciò uno dei più grandi e stimati persecutori dei seguaci di Gesù e si narra che fu pure tra i lapidatori di Stefano, ma non potendone essere un esecutore perchè ancora non in età prescritta, fu comunque il tenutario delle vesti dei fautori dello scempio. Ma in età maggiore divenne uno spietato ministro di persecuzione tale da far scomparire da Gerusalemme quasi del tutto di devoti al Cristianesimo. La sua tenacia arrivò al punto di voler chiedere l'autorizzazione al Sommo Sacerdote di poter annientare e fare strage totale dei Cristiani allora rifugiatisi in Damasco. Ma nel viaggio verso quel luogo, una luce improvvisa e totale, lo colpì negli occhi accecandolo e facendolo cadere di cavallo, mentre una voce dal cielo gli chiedeva perchè lo perseguitasse. Alla domanda di Saulo, chi fosse colui che parlava, la risposta era Gesù che gli impose di andare a Damasco e colà avrebbe poi conosciuto la sua divina volontà.
Cieco, si fece allora condurre dagli arcieri che lo accompagnavano e che erano anche loro rimasti allibiti dall'esperienza, anche se per loro fu soltanto un lampo di luce e non udirono le parole, e arrivato a Damasco si ritirò in un rigoroso digiuno e in continua e assoluta orazione. Passati tre giorni, un sacerdote della Chiesa Damascena, Anania, su volontà di Dio, si porta nel luogo dove si trova Saulo e nel battezzarlo gli ridona la vista. Fu quello il momento in cui avvenne il totale cambiamento del tiranno in un docile servo della fede di Dio.
Da quel giorno fu lui che si prodigò con la predicazione , a far conoscere e a annoverare nuovi adepti, la religione Cristiana, viaggiando in tutta l'Asia Minore, Grecia fino ad arrivare a Roma.
Ma Nerone, accanito persecutore dei Cristiani, non si fece mancare questa importante preda, e nel 64 d.C. lo fece martirizzare.
Saulo, ovvero Paolo, aveva un concetto di religione molto più vasto e più profondo, fu lui a far comprendere ed abbattere l'antiproselitismo ebraico, ovvero ammettendo nella comunità cristiana anche i pagani, perchè come lui stesso asseriva, ebrei si nasce non lo si può divenire mentre la religione si può acquisire. Paolo fu un grandissimo teologo, il fondamento della sua teologia infatti si basa sul fatto che la conoscenza avviene per fede e non è una filosofia, quest'ultima poi è una pura follia, la sua verità è che la fede si crede e non si discute!
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Conversione di San Polo - Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Chiesa di Santa Maria del Popolo (Roma)

L'OMINO GIALLO

La pagina ingrandita con un semplice gesto, un volo virtuale sulla mappa di una qualunque città o luogo preferito, e di colpo ti senti turista in un posto che soltanto a te rimane segreto l'esserci stato e essere ora presente, in una stagione che è semplicemente diversa da quella attuale e in un anno che può essere giusto anteriore di quasi, addirittura otto anni. Giri intorno con un semplice movimento di mouse, e allora appaiono quelle opere d'arte di costruzioni medievali, quelle in cui la città che ora vivi, ne è vanto di tante generazioni, qui sono passate le storie di secoli e millenni, e resti sorpreso di vederlo a te appresso, quasi meglio che vederlo dal vivo, dal reale, e poi ti intrufoli, seguendo le frecce virtuali, negli antri e nelle "straduncole", che si liberano al tuo passare, attraversi persino una figura di camion, un fantasma farebbe come te uguale, e ti ritrovi sul ciglio di un marciapiede, un semaforo acceso sul rosso, basta un piccolo movimento di un tasto, e il semaforo adesso è acceso di verde, allora la cosa assume un divertimento, ritorni quell'attimo indietro e ritrovi quel colore rossastro, da far impazzire le auto nel centro, fosse possibile farlo nel vero.
Con le frecce indicate e sovrimpresse, ti sposti in avanti o indietro, ingrandisci una panchina e un portone, sei curioso di leggere i nomi su il campanello, ma purtroppo nonostante ti sposti e insista nell'ingrandire la zona, non si mostra nitidamente e ti devi accontentare a rimanere con la voglia non esaudita, e allora ritorni nella strada tra le auto e le biciclette che non fanno rumore, tra le ombre e le figure delle persone che non parlano e non dicono niente, e nel silenzio di questa città fatta di cose nuove ed antiche, di strade bagnate o asciutte a seconda delle foto scattate, ti riponi nel tuo solito posto , quello in basso sulla destra dello schermo di un computer, e aspetti composto un prossimo giro del mondo, a seconda di colui che ne conviene.
La pagina si spegne scomparendo veloce, e si ritorna di nuovo a parlare senza bocca e senza voce, senza pensiero e senza parole.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

venerdì 24 gennaio 2020

TOMMASO - SACRA FAMIGLIA CON SAN GIOVANNINO E ANGELI

Questa magnifica opera è tutt'ora di pittore sconosciuto, spesso attribuito per caratteri di stile, a Lorenzo di Credi, ma raggruppandolo con altri simili tondi si è riscontrata una diversa mano , un certo “Tommaso” identificabile in Giovanni Cianfanini oppure Tommaso di Stefano Lunetti, che lo stesso Vasari menziona ricordandolo come allievo proprio del Credi.
In primo piano assoluto la Vergine seduta in terra con il Bambino adagiato su un braccio che, con un uccellino in una mano, si avvicina a San Giovannino in procinto di benedirlo. La posa del bambino ricorda molto la stessa figura nella Sacra Conversazione di Santo Spirito a Firenze ma, sempre rimanendo nel dubbio del Credi, nella sua opera per il duomo di Pistoia, Madonna di Piazza.
Ma non possiamo negare ai nostri occhi analogie stilistiche del grande Leonardo, il collo lungo e la posa del capo volta all'indietro , il lontano panorama stilizzato da alberi e costruzioni, e per la gentile e delicata espressione e tratto pittorico della Madonna e soprattutto dell'angelo alle sue spalle arriva alla memoria l soffice stile dell'urbinate Raffaello Sanzio, tutte caratteristiche che fanno proprio del periodo la base essenziale di una rinascimento pittorico che Firenze ebbe i suoi grandiosi natali. Bisogna ricordare anche che Lorenzo di Credi fu allievo della bottega del Verrocchio la stessa di altri grandi coetanei come Leonardo da Vinci , Raffaello e il grande Michelangelo.
Un'opera poco conosciuta ma non certo meno importante, proprio per questo da riscoprire e leggere insieme.

Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

giovedì 23 gennaio 2020

23 GENNAIO - SANT'EMERENZIANA e SAN VINCENZO DA SARAGOZZA



Emerenziana si narra che fosse partecipe, nonostante non fosse ancora battezzata cristiana, ai funerali della martire Agnese e durante una sommossa da parte dei pagani fanatici per disperdere e allontanare i cristiani, questi si dettero alla fuga mentre lei rimase ferma e anzi si ribellò apertamente a parole verso gli assalitori. Fu da loro immediatamente lapidata. I genitori di Sant'Agnese seppellirono anche il suo corpo nelle vicinanze al confine della loro proprietà.


Vincenzo nacque a Saragozza in Spagna e fu presto affidato al Vescovo Valerio per la sua educazione, infatti dopo poco fu consacrato diacono con il sorprendente incarico di predicare la parola ( sorprendente perchè questa carica non era mai stata affidata a giovani come lui).
La sua fu una lotta contro la persecuzione contro i Cristiani ma nell'anno 303 il governatore spagnolo Daciano, ordinò che tutti i Cristiani fossero arrestati e rinchiusi in prigione. Tra questi naturalmente appariva anche Vincenzo e il vescovo Valerio, quest'ultimo fu poi mandato in esilio, ma la rabbia e la furia di Daciano si scatenò su Vincenzo facendolo passare sotto ogni più cruento supplizio ma notò anche, che più gli arrecava dolore e più questo santo uomo ne traeva beneficio e contentezza, allora tentò di comprarlo facendolo riposare su un morbido letto, ma fu proprio su questo che egli, ormai provato e spossato, morì.
La leggenda narra che Daciano ordinò che il suo corpo fosse gettato nel campo , come cibo per le bestie, ma Iddio mandò un corvo a difenderlo dall'attacco dei rapaci, allora irritato al massimo fece prendere il corpo di Vincenzo e una volta messo in un sacco lo fece gettare nel mare legato ad una macina affinchè andasse più profondo possibile.
Ma il Santo corpo riaffiorò e le onde lo spinsero fino al lido dove una comunità Cristiana lo raccolse, lo depose in un sepolcro e su questo poi fu eretta una chiesa in suo onore.
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web

mercoledì 22 gennaio 2020

L'INTERVISTA A.......GIACOMO LEOPARDI


Sinceramente sono alquanto emozionato e direi anche confuso e frastornato, ma avere al proprio cospetto il personaggio chiave della poesia Italiana per non dire Internazionale non è da tutti i giorni, infatti è qui con noi, per vostra richiesta, il grande e nobile poeta Giacomo Leopardi.
L - Essere lusingato direi poco, sapersi così riconosciuto direi immenso, ma sapersi di nuovo in questo mondo direi assolutamente unico e geniale, e me ne pavoneggio come essenziale.
Io - Grazie di essere presente...
L - Non v'è da ringraziare, quando la cultura eccede per poter anche un poco insegnare, è sempre bello eppure fantasticare, io ci sono e non ci sono in questo momento ma è come se ci fossi per davvero e non mi ritengo...
Io - La poesia è nella sua natura....
L - ....delle scienze, dello scrivere classico, dello studio in generale, e naturalmente non mi era difficile trovarne risposta subito e immediata, la biblioteca "giocattolo" che mi trovavo, ben costruita dal mio nobile padre, è stata certo fonte e base importante anche se nel poco tempo ha teso a lenire, se non nella mente ma nel corpo e anche molto velocemente.
Io - Ma non è certo stato il suo dolore a placare il senso poetico anzi....
L - Anzi.....direi per forza, ma non con rimpianto o con malinconia, non con rinnegata volontà, ci mancherebbe, non fraintenda, la conversione avvenne perchè troppo era quello che la mente digeriva e troppo era la gioventù che veniva "rinchiusa in quella nicchia" che erano la casa e la situazione di salute molto precaria e alquanto indesiderata nel suo manifestarsi esteriormente.....
Io - Nascono così le sue prime considerazioni sulla poesia, i pensieri sulla letteratura e sulla filosofia....
L - Raccolte nello Zibaldone che vide la sua pubblicazione già dopo molti anni la mia dipartita....ma nacquero anche gli Idilli dove la poesia vera, sentita e pura, fece la sua comparsa. Poi la prima fuga da Recanati, un paese che risentiva della pressione del Vaticano, del quale io ne soffrivo non solo le mura casalinghe, ma fu una profonda delusione e presto ne ritornai deluso e con una malattia a gli occhi che non mi permetteva neppure di leggere.
Io - Infatti c'è un piccolo periodo di crisi poetica e di ricerca alla prosa narrativa...
L - Operette morali, ma seppi ritornare con grandezza poetica, mi scuso il lodarmi ma non è da me così inteso, il mio è far comprendere dove bisogna cercare il poetico e l'eccelso....Il sabato del villaggio, la quiete dopo la tempesta....
Io - Silvia
L - Uno spettacolo di parole e di canto, una memoria viva, un ricordo profondo, un amore passato, sofferto come del resto avrebbe sofferto chiunque si fosse ritrovato suo malgrado a dover guardare attraverso un vetro offuscato, una fanciulla non comune che ogni giorno passava sfolgorando la sua bellezza giovanile e poi dopo tanto ansimarla saperla improvvisamente morta nel suo fiorire.
Io - La sua sofferenza non certo è sempre stata compresa.....
L - Diciamo che più delle volte è stata derisa, che crede non le sappia queste cose, ma ho sempre anche saputo che poi chi prima rideva poi si è ravveduto e compreso, se il mio carattere è stato chiuso, introverso e se vogliamo scostante non è dovuto alla mia indole ma a quella ipersensibilità che mi teneva lontano da tutto ciò che mi avrebbe potuto procurare dolore, e non sono mai stato pessimista come si è voluto far spesso credere, il mio scrivere, la mia poesia non è nata dal male, ma è stata un bene per debellare nel mio cuore e nella mia mente quel male.
Io - Poi l'incontro con Ranieri....
L - Una cara persona e un carissimo amico, che mi ha fatto conoscere Napoli dove ho finalmente realizzato un contratto per la pubblicazione delle mie opere e dove purtroppo ancora in giovane età ho trovato la morte.
Io - Potremmo nominare una quantità di sue opere e sarebbe indecoroso tralasciarne qualcuna, ma lo spazio e il tempo non ce lo permettono, ma se dovesse lasciarcene una come ricordo di questa insolita intervista cosa sceglierebbe....
L - Il passero solitario, come lui, io ho cantato in solitudine ma non come lui perchè la sua solitudine è naturale la mia fu soltanto una sorta di costrizione dolorosa, insomma un mio ritratto da giovane con una conclusione da "vecchio".
Io - Grazie ancora di questo notevole incontro
L - A sempre risentirci e rincontrarsi nel leggermi e nel ricordarmi.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine: A. Ferrazzi - Giacomo Leopardi

LA GIOSTRA DELL'ORSO - PISTOIA



A Pistoia se dite orso, vi guardano in faccia con aria stralunata, ma se dite “micco” si rasserenano e risplendono pure di gioia, perchè a Pistoia micco è l'orso ed è il simbolo vero della città stessa. E sarà il micco, la sua sagoma, l'eroe vittima di una famosa giostra che ogni anno i cavalieri di ben quattro contrade si contenderanno lo Speron d'oro.
La giostra dell'Orso ha tradizioni lontane, ma eccetto dovute e imposte sospensioni, ritorna sempre a far “chiasso” nella piazza del Duomo, invasa di terra battuta per l'occasione, pare che nel dopoguerra si volle affascinare ancora di più la sagoma dove fantini schiodano le loro lance a cavallo di atletici e giovani cavalli, mascherandola con pelo e zanne, ma questa innovazione non fu alquanto gradita ai cavalli, in quanto terrorizzati , si sbizzarrivano e invertivano precipitosamente la marci facendo addirittura cadere i fantini, e perciò si ritornò alle sagome come quelle odierne.
I cavalli si cominciano ad addestrare dalla prima primavera con una dovuta e faticosa ricerca di far scattare il cavallo da fermo nella velocità più possibile, i concorrenti (i fantini) e i cavalli vengono tenuti segreti fino a gli ultimi giorni, questo per non concedere vantaggi all'avversario.

Il 25 Luglio di ogni anno, si festeggia il patrono della città, San Jacopo e in questa giornata tra le varie e tante manifestazioni e celebrazioni si corre anche la Giostra.
Tutto comincia con uno spettacolare corteo storico-religioso che sfila lungo quello che fu il primo perimetro delle antiche mura della città per terminare nella cattedrale di San Zeno, che con il richiamo di tre squilli di tromba, viene aperto il portone centrale da cui esce il vescovo per ricevere il corteo.
E la sera la grande competizione, che come già detto ha radici antichissime, medievali, e da documentazioni pare che la corsa di questi cavalli si correva sull'antica via Lucchese partendo da una pietra miliare fino a raggiungere la chiesa di Santa Maria Cavaliera, a fianco del palazzo comunale. Ma dopo la costruzione di un bastione mediceo la corsa fu disputata lungo l'attuale Corso fino a farlo poi diventare una corsa in tondo sul prato di San Francesco. Dal 1947 si corre definitivamente in piazza Duomo.
I quattro rioni, riscontrabili dalle quattro porte dell'antica cerchia del mura urbane, sono il Cervo bianco della Porta Lucchese, il Drago di porta Carratica o Fiorentina. Il Grifone dell'antica Porta S.Andrea oggi Porta del Borgo, e infine il Leon d'oro della vecchia Porta Guidonis, la presente Porta san Marco.

Nella mattinata del 25 luglio, vengono sorteggiate le diciotto tornate in cui i fantini devono abbattere il bersaglio a forma di orso con una lancia e il punteggio varia secondo l'ordine di arrivo di ciascuno.
Naturalmente vince chi acquisisce più punti, ma il divertimento rimane comunque per tutti e non solo per i cittadini di Pistoia ma anche per la massa di turisti che questa competizione attira.
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web.

martedì 21 gennaio 2020

PAPA ADRIANO IV

Alla morte del Papa Anastasio IV, nel 1154 salì sulla soglia pontificia il primo e unico inglese di tutta la storia dei papi, Nicholas Breakspear, che assunse il nome di Adriano IV. Pare che prima di essere eletto facesse vita tendenzialmente avara soprattutto per la smania di raggiungimento al potere, ma poi alla carica accorsogli, pare, si sarebbe redento. Il sommo vate Dante per errore attribuì questa ingente avarizia a Adriano V che collocò nel Purgatorio, e pure un altro grande letterato, il Petrarca ebbe la stessa mancanza ma ebbe ance il tempo di avvedersene e correggere nell'epistola Rerum familiarium.
Redento o meno questo nuovo papa era deciso a ottenere la sovranità su Roma, una Roma che si stava adagiando sempre più ai pensieri e ai personaggi normanni, erano sempre più propensi verso Guglielmo I da poco incoronato sul trono normanno dell'Italia meridionale e sempre più scettici e ostili verso la Chiesa e verso i preti, affiancati e sobillati anche dal frate Arnaldo da Brescia, la cui riforma si collegava al movimento dei Patarini di Milano, un frate che predicava la rinuncia alla ricchezza da parte della Chiesa, il ritorno alla povertà evangelica, rinuncia assoluta del potere temporale e la predicazione estesa anche ai laici.
Papa Adriano IV, in merito anche a un fatto criminoso nei riguardi di un cardinale, dichiarò l'interdetto contro Roma e da qual momento nessuna funzione religiosa, compresi matrimoni e addirittura funerali divennero assolutamente proibiti. Ma i romani non poterono sopportare per molto e il Senato allora si appellò riverente al Papa, il quale ritirò l'interdetto ma per prima cosa volle che fosse esiliato l'eretico frate. Arnaldo dopo tanto vagare trovò rifugio presso la corte viscontea di Campagnano che lo accolsero davvero a braccia aperte, lo consideravano un vero profeta.
Ma c'erano altri grossi problemi che incombevano sul Papato e su Roma, da poco era sceso in Italia, nel nord, Federico Barbarossa e Papa Adriano non sapeva quali erano i suoi atteggiamenti verso la Chiesa e per tastarne il polso si fece avanti chiedendogli la consegna di Arnaldo da Brescia.
Barbarossa acconsentì e arrestato uno dei Visconti, chiese in cambio per la sua liberazione, il frate che poi consegnò al committente. Arnaldo da Brescia fu condannato a morte per impiccagione, il cadavere poi fu arso e gettate le sue ceneri nel Tevere.
Federico Barbarossa potè entrare vittorioso e senza spargimento di sangue in Roma, dove il Papa lo incoronò come imperatore.
Ma i Romani questo imperatore e questa nuova “combutta” non piacque e si ribellarono, ma nonostante un cospicuo fiume di sangue, riuscirono ad avere la meglio tanto da far sloggiare imperatore, papa e cardinale.
Ma la storia di quei tempi fu molto e spesso travagliata da un continuo voltafaccia e cambiamenti di pensieri, portati soprattutto da un forte e prorompente desiderio di denaro e di potere, tanto che Adriano IV, una volta che il Barbarossa fu rientrato in Germania, trovò modo e maniera di abbonirsi il “nemico” Normanno, tanto da farlo entrare in Roma. Guglielmo I riuscì a domare i trambusti dei romani, che nonostante tutto odiavano più il Barbarossa che questo normanno, e il Papa ritirò la scomunica nei suoi riguardi, che gli aveva inflitto nel periodo di “buona” con il germanico.
Ma Barbarossa saputo questo inganno, non si fece attendere e ritornò in Italia ma nel frattempo, e precisamente il 1 Settembre del 1159, ad Anagni, Papa Adriano IV lasciava questa vita terrena.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Papa Adriano IV

lunedì 20 gennaio 2020

AMORE DI PANNA



AMORE DI PANNA
Erano gli anni ,dice, della grande ripresa, si camminava in bicicletta e si pensava all'automobile, si lavorava quasi tutti ma sopratutto non c'era fretta. Ero venuto da poco ad abitare nella città, mio padre si era risposato dopo una lunga vedovanza e avevo dovuto abbandonare la donna che fino allora mi aveva allevato, e fare l'entrée nella nuova famiglia, che a me stava molto stretta, ma avevo sei anni e chiaramente non avevo parola. Abitavamo in un piccolo appartamento, all'ultimo piano, ovvero il terzo, affacciato su una bellissima e grande piazza che confinava su antiche seicentesche mura alberate, oggi giardino pensile e vanto internazionale. La locazione era interessante, ma il vivere in quelle quattro stanze per me era soffocazione e prigionia, abituato fino ad allora a correre tra i campi scalzo anche d'inverno, essere fuori casa all'alba e rientrar al primo scurir del cielo, assaporar del fiume che scorreva vicino e viver dei lavori e delle usanze contadine fatte di semplicità terrene e di complicità nei gesti e nei pensieri. Qui tutto era calcolato, predisposto, ordinato, anche se non c'era la frenesia odierna, ma il vivere nella grande comunità comporta naturalmente delle discipline e delle regolarità. Tra le varie abitudini, o che si vogliano chiamare, costumi e doveri, ce n'era una che ne andavo pazzo e davvero mi divertiva e al tempo stesso mi gratificava alquanto. Era quasi obbligo, ma soprattutto per dovuto bisogno, prima che facesse notte, dover andare dal lattaio sotto casa, con una bottiglia di vetro in mano, a comperare il latte fresco, per la colazione del giorno appresso, al tempo non era confezionato, ma veniva fornito come a volte ora si fa con il vino....a mescita. E quello era il mio piccolo impegno serale.
Mia madre (non ho mai usato e pensato il dispregiativo “matrigna”) mi forniva quei piccoli spiccioli necessari per il fatidico litro di latte, se non li aveva precisi, al mio rientro il resto era d'obbligo e naturalmente preciso. Scendevo sereno le scale dell'abitato e talvolta, anzi spesso cantando, era un mio vanto e già allora uno scacciar pensieri, il canto mi dava l'illusione della perduta libertà, come un canarino dentro una gabbia, che canta al mondo quello che forse lui mai conoscerà, io purtroppo lo conoscevo ma lo avevo perso. Uscivo fuori, sulla piazza, le luci della città stavano per accendersi, ma era l'imbrunire, quel momento magico in cui il giorno sembra far le valige piano piano, guardarsi intorno come a veder se tutto è in ordine per poter poi partire tranquillo, e porre le chiavi di quello che lasciava alla nuova, che arrancava le scale faticando, notte. Pochi passi sotto muro, ma pericoli allora ce n'erano pochi, le strade nonostante tutto era trafficate ma di motori, bici e tanti tanti pedoni, auto certo se ne vedevano ma in misura molto minore, e il negozio era li vicino, una piccola stanza ben illuminata, dalle pareti tutte piastrellate bianche, e bianco era il banco dove posavano due grandi bidoni in alluminio con coperchio e altri secchi e due grossi fusti, sempre in alluminio, tenuti in celle per mantere fresco il latte. Una signora, mi pare al tempo già di età avanzata, ma a quella età tutti mi sembravano vecchi, molto materna nei suoi gentili gesti, o ero io che vedevo la mamma in ogni donna dolce che incontravo quasi a rimproveramene la mancanza, e sempre sorridente, prendeva un grosso ramaiolo e con un imbuto messo al limite della mia bottiglia, lo affondava in uno dei bidoni e riempiva con un bel latte bianco e al tempo pure profumato.
Rimanevo sempre entusiasta di quei gesti, il solo vederlo, il latte, mi ricordava quando invece che nei secchi io lo avevo visto uscir dalla natura, ovvero dalla mucca, in certe sere di mungitura nelle stalle.
Nel frattempo che lei adoperava queste gesta, in disparte in un grande frullatore, così lo denominai e d è rimasto nelle mie immagini di ricordo, si effettuava quel processo di montare il latte che poi diventava panna e sarà forse che il mio piccolo visino innocente non sapeva nascondere la voglia, la signora sempre mi avvicinava una cialda con sopra un poco di quella fragranza bianca.
Nel passar dei giorni e anche de gli anni, l'abitudine della panna non è venuta meno, anzi imparai a raschiare sui resti e mentendo a mia madre mi compravo sempre una piccola coppetta di cialda ricolma di panna....e tutte le sere bene o male la mia porzione non mancava, e panna sempre più desideravo e amavo. Penso che la panna sia stata la mia prima trasgressione alla vita impostami, un gettarmi nel piacere per riscattare il negato, ingannare maliziosamente per goderne a loro (genitori) danno.
Il gusto e la gola della panna da allora non fu mai sedato, anzi tutt'ora che ne sto parlando mi sta venendo voglia......devo correre al supermercato e comprarmene per montarla.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

venerdì 17 gennaio 2020

SANT'ANTONIO ABATE (17 GENNAIO)

Sant'Antonio nacque a Coma in Egitto verso il 251, da una ricchissima famiglia di agricoltori, ma a poco più di vent'anni rimase orfano e con una sorella minore a cui badare. Colto dalle parole di Gesù: “ Se vuoi essere perfetto, và, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri” (Mt 19,21), cedette tutti i suoi averi ai poveri, raccomandò la sorella in un convento di vergini e iniziò la sua caritatevole vita da eremita nei deserti, tra povertà e assoluta castità, sempre pronto ad aiutare come poteva e dedito costantemente alla preghiera. Ma comprese anche che la povertà e la preghiera non bastavano per essere “perfetti” , l'uomo aveva bisogno anche di lavorare, e così iniziò a farlo e quello che guadagnava lo donava ai poveri lasciandosi soltanto il minimo necessario per mangiare.
Ma nonostante la sua devozione e la sua vita assolutamente santa, le tentazioni del diavolo si manifestavano sempre di più, allora altri eremiti a cui lui chiese aiuto, lo consigliarono di staccarsi ancora di più dal mondo e fu così che si chiuse in una tomba scavata nella roccia, nelle vicinanze del suo paese e qui iniziò a pregare e a digiunare, ma una leggenda narra che il diavolo lo aggredì fisicamente, tanto da lasciarlo tramortito e svenuto. Lo trovarono alcuni pellegrini e fu trasportato nella chiesa del villaggio e curato.
Il Santo si trasferì poi in una grotta sul monte Pispir, dove esistevano i ruderi di una fortezza romana e vi rimase per circa 20 anni nutrendosi dell'acqua di una sorgente e del solo pane che gli veniva calato due volte l'anno, e comunque non fu mai libero dalle forte tentazioni e si dedicò sempre più ai sofferenti operando in loro alla cacciata e liberazione del demonio.
I suoi seguaci, che vivevano in grotte e antefatti, sotto la guida di un eremita più anziano, furono chiamati i Padri del Deserto.
Antonio visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove nella preghiera alternava la coltivazione di un piccolo orto per il suo sostentamento e dove perì all'età di 104 anni.
In riferimento ad un racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi nell'inferno per combattere con il demonio e riscattare le anime dei peccatori, tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la sua protezione, è un Santo che fu invocato durante la peste e ancora noto per l'herpes zoster volgarmente nominato “fuoco di Sant'Antonio”.
Si narra che i tanti pellegrini colti da tale malattia si recassero in pellegrinaggio ad Arles, dove risiedono le reliquie del Santo, e fu perciò utile costruire un ospedale per accoglierli, retto da monaci i quali per mantenersi allevavano maiali che liberi vagavano nelle strade e si nutrivano della carità pubblica, ma pare che dal grasso di questi maiali essi traessero beneficio per la cura proprio dell'herpes. Quando però avvenne l'ordinanza che si vietava il libero circolo degli animali nelle città, fu fatta eccezione per questi maialini purchè fossero distinguibili con una campanellina legata al loro collo. Per questo il Santo è sempre raffigurato con appresso un maialino e ritenuto protettore degli animali domestici.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Hieronymous Bosch - La tentazione di Sant'Antonio

giovedì 16 gennaio 2020

SALVADOR DALI' - LE TENTAZIONI DI SANT'ANTONIO

Atmosfera surrealistica, universo onirico e visionario, insomma tutto il trascendentale dell'essere umano, l'illusionismo interiore dell'animo sono il basilare concetto che escono sorprendentemente raffigurate, dalle opere del grande artista Dalì, altrettanto in questa che oggi propongo (17 gennaio) in ricorrenza del giorno della venerazione del Santo Antonio Abate, “La tentazione di Sant'Antonio”.
L'opera del 1946, nasce da una profonda ricerca del pittore su le recenti ricerche scientifiche avvenute e sensibilizzate in seguito alle esplosioni delle bombe atomiche alla fine della seconda guerra mondiale trasportandole verso un iconografia paranoica e mistica, prendendo in esame l'iconografia religiosa occidentale.
Sant'Antonio si trova in basso, sulla sinistra del quadro, nudo e inginocchiato, che fermamente e risoluto esorcizza con una croce, formata da due legni uniti da una semplice corda, le assurde e orribili visioni che gli si presentano davanti a volerlo travolgere, sono un cavallo bianco imbizzarrito che sta per travolgerlo con la particolarità delle gambe posteriori affusolate e allungate, al seguito quattro elefanti, anche loro dalle gambe allungate, che portano su di se, ognuno, oggetti e immagini delle tentazioni. Il primo elefanti reca una piramide alla cui sommità vi è una donna nuda in atteggiamento alquanto provocatorio e sensuale, il secondo, che ricorda una scultura del Bernini presente a Roma in piazza di Santa Maria Minerva, ha sulla sua groppa un obelisco in chiaro monito del simbolo del potere, gli altri due a seguire hanno una costruzione che riporta alla memoria una costruzione di stile palladiano, al cui interno si intravvedono i seni e il ventre di un corpo femminile ( quasi un accenno a Magritte), per finire con l'ultimo, nascosto dalla nuvole, con in dorso una torre netto cenno simbolico fallico. La deformazione di questi animali, con le zampe estremamente affusolate e allungate sono proprio il linguaggio surrealistico e onirico che lo stesso Maestro evolve nelle sue opere, gli elefanti, simbolo eterno di pesantezza che poggia sulla terra qui hanno il potere di esprimere invece leggerezza, capaci di vivere come tramite tra il cielo e terra, tra spiritualità e realtà. Il Santo, aggrappato con forza a un masso, ha nonostante l'invasione di queste enormi figure, la postura salda e con fermezza e assoluta decisione , simboleggiando appunto la sua ferrea e ferma fede, ferma con la croce la furia che lo sta travolgendo, la miriade di tentazioni a cui ha dovuto soccombere e lottare nella sua ascetica vita (la rappresentazione del teschio nelle sue vicinanze è proprio la lettura iconografica della tentazione in se stessa), ma il trionfo di tutto ciò è prossimo e Dalì lo identifica in lontananza sulle nuvole, con l'apparizione dell'Escorial, il castello monastero di re Filippo II, in quanto il Maestro lo considerava il simbolo della potenza dell'ordine divino e della supremazia sulle tentazioni.
Lo sfondo desertico dove si svolge l'azione aumenta l'atmosfera, ma è anche il luogo dove il Santo volle vivere, lontano appunto da tutte quelle occasioni che avrebbero distolto la sua assoluta devozione e prostrazione alla fede.
Ritornando all'opera ho sempre avuto la sensazione che Dalì, come del resto ha fatto spesso, abbia avuto ispirazione da un'opera seicentesca di Salvator Rosa, dove il dramma del soggetto, la rappresentazione del santo e le stesse figure allungate ne fanno uguale parte.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Salvador Dalì - Le tentazioni di Sant'Antonio

mercoledì 15 gennaio 2020

ANTONIO TABUCCHI - IL PICCOLO NAVIGLIO

Si sente spesso parlare di poesia, di fantasia, di leggero esprimere e gioviale incantare con le parole, ma spesso e difficilmente si raggiungono queste mete, o se non altro difficilmente le si ha tutte insieme, ma poche volte, anzi pochissime, si verificano e soltanto in pochi possono permetterselo di raggiungere tale capacità. Uno di questi è Antonio Tabucchi, che in questo libro che oggi voglio nominare, ha raggiunto a parer mio tutto ciò che possibile tramutare in scritto, dal reale alla fantasia pura, dalla semplicità alla cruda realtà, dai desideri umani ai sogni irraggiungibili, “Il Piccolo Naviglio” è tutto questo, e viene spontaneo da sentire l'influenza dei grandi e illustri autori suoi discepoli come Pessoa o Garcia Marquez.
Il racconto si svolge in una toscana del XIX secolo, ancora granducato, nelle vicinanze di Carrara ai margini di una cava di marmo, quel marmo che è costato e costa fatica, sudore e sangue a una famiglia, Sesto, ed è proprio Capitano Sesto, l'ultimo della generazione che con un interiore ricerca di se stesso, in un ipotetico e fantastico naviglio, navigherà nel passato ripartendo dalla sua infanzia e ripercorrerà momenti felici e meno in un groviglio di fantastici personaggi e situazioni che irroreranno la voglia di leggere e andare avanti. Si incontrerà il cane giallo a guardia di quella casa fatta di sassi a ridosso della montagna marmorea, una vecchia tromba per auto, un temperino con sopra scritto il nome di un Hotel, dove due identiche gemelle diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, un viaggio che Sesto fa alla ricerca di se stesso e in questo collettivo rigenerare dei tempi e dei personaggi la realtà che lo circonda e che ha sempre circondato le generazioni si evolve e Tabucchi sa essere fantastico ma anche terreno e reale facendoci “navigare” in questo viaggio, attraverso l'unità nazionale, il socialismo, l'avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale, le elezioni del 1948, fino alle lotte comuniste dei primi anni settanta, il tutto solo come contesto storico da menzionare per capire le vicissitudini di questa povera famiglia Sesto, vicissitudini chiaramente legata proprio all'evoluzione dei fatti storici. Ma i Sesto vanno oltre, superano anche questi fatti reali storici e sociali, loro, come Capitano Sesto, hanno per natura il dono del sogno, un sogno che li ha tenuti sempre al di fuori di una realtà così come la intendiamo noi.
Navigate con questo libro, e lasciatevi cullare dalle onde che non saranno mai tempesta, ma talvolta leggermente mosse.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Copertina del libro

lunedì 13 gennaio 2020

FILIPPO LIPPI - MADONNA COL BAMBINO E ANGELI ( LA LIPPINA)

Delicatezza, purezza e assoluta raffinatezza sono le doti esplosive che irrompono nel gustarsi e abbandonarsi a questa opera d'arte che oggi mi ha trovato a documentarvi. “La Madonna col Bambino e angeli”, presente al museo degli Uffizi a Firenze, è un'opera pittorica, da molti giudicata il più grande capolavoro del maestro Filippo Lippi, e conosciuta anche come “La Lippina”.
Non si sa molto chi sia stato il committente di quesa opera (tempera su tavola), che si crede sia stata eseguita nel periodo già maturo dell'artista, e comunque dopo gli affreschi del duomo di Prato, ma viene pensata che sia stata una commissione della famiglia Medici e soprattutto proprio da Cosimo I che teneva a cuore questo frate pittore e che spesso aveva difeso e protetto nelle sue non poco scandalose vicende sentimentali; dietro la tavola è dipinto uno schizzo di busto femminile e una scritta settecentesca che testimonia la presenza della tavola presso la famiglia Medici, perchè proprio in quel periodo, da villa di Poggio Imperiale, l'opera entrò a gli Uffizi.
Si è spesso pensato e quasi ormai accertato che la figura gentile della Madonna, il Lippi si sia ispirato alla monaca Lucrezia Buti di cui si era follemente innamorato, e dalla quale ebbe pure una figlia e un figlio (Filippino) che seguì il padre a Spoleto e che forse lo eguagliò anzi lo superò in maestria pittorica. Anche il bambino o forse l'angelo pare che siano lo stesso Filippino che sarebbe nato nel 1457, anno intorno a cui viene datata l'opera stessa.
E' un quadro all'avanguardia, che inizia un diversivo modo di intendere e porre la rappresentazione pittorica, un quadro nel paesaggio con figure sporgenti dalla cornice in pietra, come potrebbe essere anche una finestra aperta su un esterno che anticipa gli sfondi caratteristici di Leonardo da Vinci.
La delicatezza dei tratti ispirano alla classicità di Donatello, il volto della Madonna, ripresa in tre quarti ma con il volto quasi di profilo, seduta su una seggiola, è di una profonda e intensa malinconia, quasi a dover scacciare con la preghiera il destino del figlio. Un assoluto virtuosismo del Lippi sono la particolare acconciatura con i sottili e quasi eterei veli e dal discreto impreziosire delle perle, una tecnica espressiva che verrà presa come modello per quasi tutto il quattrocento fiorentino.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Filippo Lippi - Madonna col Bambino e angeli

venerdì 10 gennaio 2020

DOMENICO BARLACHIA (BARLACCHIO)

Domenico Barlachia (ribattezzato Barlacchio che in dialetto significa “sciocco”) nacque a Firenze nella prima metà del secolo XVI dove svolse attività di pubblico banditore, ma era conosciuto per essere il vivace e arguto animatore di allegra brigate. Un eclettico conversatore e ricercato commensale fu tra i promotori di una particolare accademia , denominata della “Cazzuola” (termine che derivò da uno scherzo fatto a uno dei soci, presentandosi con una cazzuola di calce facendogliela credere per ricotta) cui facevano parte grandi e importanti letterati del periodo e dove il Barlachia diede adito alla sua aspirazione migliore, la recita teatrale.
Fu tale la sua capacità e scaltrezza nell'ottenere un posto di rilievo nella vita cittadina che addirittura il signore Strozzi lo nominò in uno dei suoi famosi sonetti. Ma il momento ottimale per la sua fama di attore l'ebbe nel 1548 quando a Lione, in occasione dei festeggiamenti di Enrico II, mise in scena insieme a altri attori fiorentini la “Calandra” di Bibbiena, ottenendo così un encomio notevole, tanto che il re stesso volle che lo spettacolo fosse ripetuto e questa volta, il re e la regina furono spettatori in incognita che dopo la rappresentazione offrirono agli attori una cospicua somma in scudi, tanti da appropriarsene ciascuno una grossa borsa.
Non mancò di trascrivere la sua vena ironica e umoristica e ne rimangono tracce nella raccolta di “Novelle, facetie, motti et burle di diversi autori, riformate e corrette”.
Io riporto oggi una delle sue novelle, da me riadattata, tratta da una vecchia antologia che ho scoperto e comprato in uno dei tanti mercatini dell'usato, un'antologia di Giuseppe Parisi, “Il Centonovelle” del 1953.
TRE VIANDANTI E UN PANE
C'erano tre viandanti che per un lungo viaggio che dovevano intraprendere si trovarono ad attraversare un enorme e pericoloso bosco da cui difficilmente potevano trovare da procurarsi da mangiare, e essendo ormai assai stanchi e pure affamati si trovarono a doversi riposare.
Tra loro c'era uno dei tre che aveva nella sua sacca un grosso pane, e così gli altri due, credendolo e vedendolo alquanto sciocco, pensarono di farne uso per un loro scherzo onde così procurarsi il pane e dividerselo.
Questi due cominciarono a dire:
“Noi siamo tre e non abbiamo che un pane solo, sarebbe bene che facessimo im modo e maniera che potesse toccare tutto ad uno solo, e si potrebbe addormentarsi tutti e tre in questo prato e poi chi farà il sogno più bello sarà premiato appunto con quel pane”.
Furono d'accordo tutti e tre e subito si sdraiarono, ognuno in un suo posto, i due dell'inganno sicuri che l'altro, sciocco come pareva, si sarebbe certamente addormentato e non avrebbe certo immaginato del loro inganno, e così pensando e prevedendo si addormentarono subito anche e comunque per la stanchezza che avevano appresso.
Il terzo vedendoli addormentati pensò ben bene che avessero qualche brutta intenzione, invece di dormire subito, prima si mangiò l'intero pane e poi rifocillato si lasciò andare nelle braccia di Morfeo.
Al risveglio dei due, destarono subito il terzo e il primo iniziò a raccontare che aveva fatto un sogno meraviglioso tanto bello che era arrivato persino in Paradiso, il secondo addirittura era giunto invece fino all'Inferno e ne aveva viste di cotte e di crude.
Al che chiesero al terzo il suo sogno e lui disse che aveva sognato loro due che erano andati, uno in Paradiso e l'altro nell'Inferno, e credendoli che non tornassero più, perchè nessuno è più tornato da quei posti, si era mangiato il pane.
I compagni erano stati ben gabbati da quello che loro ritenevano “sciocco”.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Vincenzo Campi - I mangiatori di ricotta per la Compagnia della Cazzuola

PAPA S.CELESTINO V

Nell'aprile del 1292, all'avvenuta morte di Papa Niccolò IV, il collegio dei dodici cardinali che avrebbe dovuto incontrarsi per definire il nuovo pontefice, dovette rimandare il “conclave” per avvenuta epidemia di peste. Dopo oltre un anno e precisamente nell'ottobre del 1293 si ebbe l'accordo di ritrovarsi in sede a Perugia anche se i sostenitori del Colonna (famosa famiglia influente nel periodo) decisero di rimanere a Roma. Ma i contrasti erano sempre più forti e non si venne a capo di niente, tanto che tra combutte, epidemie, proteste ecc., si arrivò al marzo del 1294 quando il re Carlo II con appresso il figlio Carlo Martello si recò personalmente a Perugia ed entrò nella sala conciliare sollecitando i lor signori a trovare al più presto una soluzione, ma contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, fu addirittura fatto uscire prepotentemente e con le forti rimostranze del cardinale Benedetto Caetani (futuro Bonifacio VIII). Ma l'ingresso del re a qualche cosa era servito, se non altro a sollecitare negli animi dei cardinali l'impegno per una più breve soluzione e fu allora che qualcuno fece un nome, l'eremita Pietro da Morrone, un vecchio monaco benedettino, alias Pietro Angeleri, che aveva preferito, invece che del convento, ritirarsi alle pendici del monte Morrone vicino Sulmona e da qui ultimamente pare profetizzasse il declino e il malanno che la Chiesa avrebbe subito se non ci fosse stata al più presto l'elezione di un nuovo papa.


Il dubbio dei Cardinali insorse anche nel sospetto che il re stesso si fosse recato a Montone in visita a quel santo eremita e avesse riscontrato in lui la vera persona adatta a ricoprire il vicariato di Cristo e perciò si capiva la sua presenza in Perugia.
Nonostante comunque qualche dubbio da parte di alcuni cardinali, tutti furono propensi nel promuovere tale personaggio e fecero recare alcuni vescovi esterni alla congregazione dell'Angeleri, che nel frattempo aveva creato insieme ad altri convertiti, perchè lo avvisassero e lo portassero in seduta stante all'investitura di Papa.
La congregazione che assunsero poi il nome di Celestini, fu invasa da enorme entusiasmo mentre l'Angeleri cadde in profonda crisi e dubbio personale.
Non sentiva in lui la forza e il coraggio di poter addossarsi un tale impegno, impegno che personalmente sarebbe stato molto diverso da quello fino ad ora portato avanti dai vari successori, che della Chiesa se ne erano serviti per il loro solo benestare e quello dei rispettivi familiari e amici, lui sentiva il doveroso rispetto verso la religione in cui credeva, sentiva il peso che avrebbe dovuto avere nel farla rispettare e seguire.
Pietro Angeleri chiese conforto e consiglio al re Carlo II il quale gli propose di convocare i cardinali a l'Aquila. Il nuovo papa, vestito con una povera tonaca, sulla groppa di un asino trasportato da un re e da un principe (Carlo Martello) attraversò tra la folla entusiasta e un'ammirazione sbalorditiva per l'umiltà presentata ed entrò con dovuto rispetto nella chiesa di S.Maria di Collemaggio, fuori dalle porte della città. Il 29 agosto del 1294 Pietro Angeleri veniva consacrato papa assumendo il nome di Celestino V.
Il 13 dicembre dello stesso anno il sant'uomo sommerso dalle fatiche interiori, dalle trame del vaticano e dagli intrallazzi cardinalizi, chiese e ottenne l'abdicazione nonostante re Carlo II avesse fatto di tutto perchè non avvenisse. Il motivo più grande che lo portò a questa rinuncia fu anche il fatto che riteneva che un capo della Chiesa debba anche avere un forte conoscenza e cultura e anche capacità adeguate per il suo ufficio, cose che lui riteneva non possedere affatto.
Sarebbe voluto ritornare al suo eremo, ma il subdolo Caetani non glielo permise e anzi dopo poco, quando questi divenne Bonifacio VIII, per la paura e il timore che alcuni suoi avversari lo riportassero sulle scene, lo fece catturare e condurre prima a Capua e poi ad Anagni nella sua personale residenza, poi provvide lui stesso a rinchiuderlo nella rocca di Fumone dove il 19 maggio del 1926 ebbe a trovare la morte. Una morte che risultò molto dubbia e che fu uno dei tanti misfatti di cui il nuovo pontefice seppe farsi bandiera.
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web: Immagine di Celestino V e l'eremo su i monti abruzzesi

LE DUE UOVA

Una fiaba locale (Toscana), tramandata vocalmente dai nostri antenati e ancora sulla bocca di tanti nonni che la raccontano per tramandarla ancora..........E io ve la riporto come la racconterei ai miei nipotini li avessi.........
LE DUE UOVA
C'era una volta un giovane che essendo povero e non trovando da lavorare volle tentare la “fortuna” e partì per l'America. L'imbarco era previsto dal porto di Livorno e lui per la bramosia di partire arrivò all'appuntamento in forte anticipo, perciò si mise seduto sul muretto della banchina e fremente attendeva che giungesse la fatidica nave. Nello scorrere del tempo, però, iniziò ad avere anche fame, ma sapeva benissimo che non poteva permetterselo di mangiare in quanto tutti i pochi soldi che possedeva li aveva spesi per quel lungo viaggio. Ma la fame si sa non perdona e colto da forti spasmi, si fece coraggio ed entrò in una vicina osteria. Ordinò due uova al tegamino e dopo aver finito di mangiare si recò davanti all'oste e con tutta sincerità gli disse che non aveva soldi per pagarlo, ma dato che sarebbe partito per l'America con il proposito di poter trovare lavoro e mettere da parte qualche soldo, che gli facesse credito, tra qualche anno lui sarebbe ritornato e avrebbe saldato il debito. L'oste grato della sincerità di quel giovane, che a guardarlo faceva davvero pena per come era ridotto nel vestiario e nella persona, approvò la cosa e lo salutò con tutto il cuore come fosse suo figlio.
Il giovane arrivò in America e dopo alcuni mesi di lotte e di stenti riuscì a trovare un buon lavoro e nel giro di qualche anno si potè permettere di ritornare in Italia, perchè aveva accumulato un buon gruzzolo di monete da poterci vivere tranquillamente.
Infatti circa cinque anni dopo i fatti dell'osteria, il giovane sbarcò al porto di Livorno e per prima cosa ritornò dall'oste. Appena entrato si fece riconoscere e disse all'oste che come promesso era venuto a saldare il conto delle due uova.
L'oste allora preso un foglio e una matita, fece accomodare il giovane e iniziò questa tiritera:
“ Bene, allora facciamo questo conto, erano due uova, circa cinque anni fa, ma se queste due uova le avessi potute mettere alla chioccia sarebbero nati due pulcini che poi nel crescere sarebbero diventate due belle galline, …..due galline in un anno faranno circa cinquecento uova perciò se avessi messo quelle due uova sotto a una gallina sarebbero nati cinquecento pulcini che sarebbero diventati cinquecento belle e prosperose galline......” e così continuando arrivò a dare al giovane un conto spropositato, quasi pari pari a tutto quello che il giovane aveva risparmiato in America.
“Ma io non ho tutto quel denaro, e non posso pagarvi”
“ Caro il mio giovane, io vi ho fatto credito una volta, ora dovete saldarmi altrimenti vi denuncio”
Il giovane non sapeva come rimediare, non poteva affidargli tutti i suoi risparmi altrimenti di cosa avrebbe poi campato? Allora supplicando l'oste chiese almeno tre giorni di tempo, in modo e maniera di poter chiedere aiuto a qualche amico o conoscente.
Sbuffando l'oste accettò ma ingiuriò nuovamente che se entro tre giorni non avesse saldato il suo debito sarebbe ricorso alla giustizia.
Il giovane trascorse tre giorni d'angoscia, ma ormai erano passati troppi anni e amici e conoscenti non ne trovava, tanti se ne erano andati come lui, alcuni dispersi e alcuni morti, al punto che al finire del terzo giorno, dopo aver camminato per ore e ore, si accasciò su un prato e irruppe in un disperato pianto, sarebbe stato accusato e incarcerato per quelle due uova non pagate.
Nel frattempo che questo giovane si disperava, passò vicino un contadino, che nel vederlo così disperato ne ebbe commozione e gli chiese che cosa era che lo turbava così tanto, e se lui lo avrebbe potuto aiutare. Il giovane gli accennò che erano problemi grossi e che non c'era rimedio alcuno, l'unico che lo avrebbe potuto, forse, aiutare, era un avvocato.
Il contadino allora esclamò: “ Avete trovato l'avvocato”.
“ Ma non siete contadino?”
“ Sono contadino ma anche avvocato, e comunque raccontatemi l'accaduto e poi vi dirò come procedere.”
Il giovane rincuorato raccontò tutto il fatto, dal primo giorno quando entrò a mangiare in quell'osteria, e finito il racconto, il contadino gli disse:
“ Non avete da preoccuparvi, quando sarà il momento io vi difenderò, appena vi arriva la citazione, avvisatemi e correrò da voi.” E si scambiarono gli indirizzi.
Passarono dei giorni e delle settimane quando un bel giorno arrivò la fatidica citazione e il giovane si trovò davanti al giudice, con l'oste e l'avvocato di costui.
Il giudice subito chiese al giovane:
“Non avete nessuno che vi difende?”
“ Si, ho un avvocato, ma è un poco in ritardo se potessimo aspettare ancora un poco, è un gentiluomo e mi ha promesso di essere presente.”
Aspettarono e aspettarono, ma di quell'avvocato – pastore non se ne vedeva l'ombra finchè:
“ Ora basta” urlò il giudice “ avvocato o non avvocato che si proceda”
Ma in quel frangente si vide entrare un uomo vestito da contadino e il giovane subito:
“ Eccolo è lui il mio avvocato!”
Il giudice guardò quel tizio e sarcasticamente se la rise dentro, anche l'altro avvocato, quello dell'oste ebbe lo stesso sentore, poi gli chiese:
“ Perchè siete così in ritardo è da molto che vi aspettiamo?2
“ Scusatemi tanto ma è il momento della semina e ho messo a bollire le patate che oggi devo seminarle”
Un coro di risa si alzò nel tribunale, costui non solo non era un avvocato ma era anche un contadino per lo più citrullo.
Il giudice azzittì gli astanti e poi si rivolse al contadino – avvocato:
“ Ma come? Voi bollite le patate prima di seminarle? E sperate che poi vi nascano?”
“ Si” rispose il contadino “ ho imparato dall'oste che cuoce le uova prima di metterle sotto la chioccia!”
Il giudice rimase esterrefatto, costui gli aveva fatto gabbana a tutti, e assolse perciò il giovane debitore.
Roberto Busembai (errebi)
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