lunedì 31 gennaio 2022

SPAZIO BIOGRAFICO - FRA GIOVANNI BEATO ANGELICO E CONVENTO DI SAN MARCO


L'arte pittorica, ma come del resto quasi tutte le arti, hanno veridicità e conoscenza soltanto e soprattutto se si ha la possibilità di poterle vedere o sentire dal vivo. L'immagine, pur perfetta e pure limpida e pulita non riuscirà mai a trasmettere le vere sensazioni che l'artista che ha eseguito quell'opera pittorica, quella scultura, ha provato e ha cercato di far capire attraverso le sue mani e le sue opere. Con le opere di Guido di Pietro poi Fra Giovanni meglio conosciuto Angelico e poi per opera di Papa Giovanni Paolo II, Beato Angelico non ci sono vie di sorta, pur belle e spettacolari, superbe e incisive, le sue opere esprimono tutto il valore intrinseco e la purezza d'animo soltanto vedendole, perchè è con la realtà dei suoi affreschi, con la realtà delle sue tavole e dei suoi quadri, che si entra nella purezza e nella santità di questo eccezionale uomo, frate, artista.

Anche parlarne non si riesce mai appieno a far capire quanta bontà e quanta naturale innocenza siano state le basi interiori di questo frate artista, ogni parola pur sia un enorme apprezzamento non è abbastanza da riempirne il fascino vero.

Beato Angelico si può definire il pittore della pace dell'anima, nonostante abbia vissuto in un periodo in cui odio e guerra facevano da padrone, è il pittore della purezza e della povertà, colui che della fede cattolica è stato l'emblema in terra e a lasciato traccie indelebile nei suoi dipinti, un puro maestro di vita spirituale esprimendola in pittura.

Beato Angelico, nacque intorno al 1387 nel Mugello, a Vicchio vicino a Fiesole, a poca distanza dalla città di Firenze, si chiamava Guido di Pietro, detto Guidolino, ma del resto al tempo in Toscana era impossibile possedere un nome che non avesse un diminutivo, un aumentativo o peggiorativo, dei genitori poco sappiamo se non quell'accenno dal Vasari, in cui asserisce essere di famiglia di una “ certa agiatezza”. Entrato giovanissimo nell'ordine de' frati Domenicani, prima nel convento di San Domenico sulle colline Fiesolane e poi trasferito a San Marco in Firenze, si dedicò completamente all'arte miniaturale e poi pittorica non dimenticando il suo compito principale e il suo scopo di vita, essere in Dio sempre e ovunque e in ogni cosa.






In quel convento, dove vigeva il più assoluto rispetto alla regola ferrea di San Domenico, il lavoro dei monaci era instancabile, ognuno dedito a istruire, a predicare, a scrivere o copiare libri religiosi, come iniziò anche l'Angelico e di cui ancora nella grande biblioteca a svelti pilastri, costruita su disegno dell'architetto Michelozzo Michelozzi, vi si possono ammirare le magnificenze di quei libri, libri messali o corali con fregi d'oro puro e colori vividi a cui i frati, spesso, per uno di essi dedicavano un'intera vita.

Ma l'Angelico aveva da offrire molto di più, e su incarico dell'allora padrone di Firenze, Cosimo de' Medici, nella intera ristrutturazione del convento di San Marco, volle proprio l'Angelico a dare luce e colore a quei muri bianchi.

In ogni stanza, in ogni cella ritrasse un episodio della vita di Gesù, con un sentimento così ampiamente religioso e pio, con un'arte leggera e soave, da provocare ammirazione e meraviglia, ma non soltanto dai frati, ma anche da coloro che di pittura ne erano sapienti.

Nella sala del Capitolo, dove si ritiravano i monaci, egli ci ha lasciato un enorme affresco rappresentante il Cristo in Croce circondato dalla Madonna, da altre sante e santi, tutti in grandezza naturale , e tutti, assolutamente tutti, con un atto emozionale di dolore, ognuno diverso e personale, ognuno da far toccare il cuore a chi lo osserva. Nel chiostro, un bellissimo loggiato ad arcate, interamente affrescato, ci ha lasciato una delle opere più emozionali e emozionanti che arte pittorica abbia mai raggiunto, un crocifisso ( il Dio martire) e San Domenico inginocchiato e piangente ai piedi della croce. Non occorre essere devoti o cristiani, non occorre avere fede, di fronte a questa opera e a quasi tutte le opere dell'Angelico, si prova assoluta commozione, ma commozione d'animo, ci si sente spogliati dai nostri fumi del peccato e dell'egoismo, delle invidie e dei rancori, proviamo quella liberazione interiore che diversamente non conosciamo e non siamo in grado spesso di conoscerla.



Quando l'Angelico doveva dipingere, prima svolgeva le sue preghiere, poi con tutta la calma e pazienza e devozione si “tuffava” nell'immaginario e iniziava a dipingere e spesso, è riportato da vai suoi discepoli e confratelli, iniziava a piangere, il Cristo ferito, la gentilezza di una Madonna, il dolore rappresentato in vari personaggi, entravano in simbiosi nella sua natura, e lui sentiva e provava quello che voleva che noi stessi poi sentissimo e provassimo nell'ammirarli.

Una particolarità, di cui io oggi farei dell'Angelico l'icona dei nostri giorni, è la sua particolare e intensa rappresentazione delle mani, in quel “Noli me tangere” sono le mani le protagoniste, quel cercare di sfiorarsi e non poterlo fare, quell'accertarsi e al tempo stesso quel doversi rifiutare.....le mani respirano, parlano, gridano, piangono, risorgano, urlano.



C'è in ogni cella, in ogni stanza del convento, in quelle fredde e vuote mura, un tavolo, un letto e un affresco dai colori accesi pronto a dare testimonianza al frate che avrebbe occupato quella stanza, che c'è un Dio che ha sofferto e amato più di ogni altro ed è a lui che vale il sacrificio e l'amore che il frate in quanto tale deve prostrare la sua intensa e pulita vita. Sono affreschi che non hanno bisogno di spiegazioni, e tra questi vi è quella annunciazione, che io ritengo sia una delle più belle rappresentazione sul tema, che nessun altro artista abbia potuto fare.





La giovanissima e vergine Maria si inginocchia davanti all'angelo Gabriele, un angelo soave e puro che pare davvero soffi ciò che sta dicendo alla Madonna, e dietro l'angelo un frate domenicano, Pietro Martire, che non rientra certo nella storia biblica del fatto, ma l'Angelico ha inventato questa sorta di rappresentazione perchè da a coloro che l'osservano la possibilità di essere presenti a quell'evento, di partecipare con tutta l'anima e di sentire quel sussurrare dell'angelo, come lo può nell'opera stessa quel frate. Ma la purezza della scena è nelle vesti semplici e rosate della Madonna e pure dell'angelo, non ci sono oggetti simbolici, ori o corone di spine, è una scena pulita. L'Angelico era davvero puro e l'importanza materialistica non era nella sua natura, proprio per questo è sempre stato fedele al suo ordine e ha sempre voluto vivere in assoluta povertà nonostante gli furono offerti aumenti di categoria o lavori privati. Quando gli venivano offerti dei lavori lui rispondeva sempre: “ Chiedete al mio superiore, se mi lascia libero allora vengo” e il pagamento veniva ceduto al convento.



La popolarità dell'Angelico arrivò a Roma dove Papa Niccolò V lo volle per fagli dipingere una cappella nel Vaticano, dove la sua arte eccelse meravigliosamente nella raffigurazione della vita dei SS. Stefano e Lorenzo, dove i colori eccellono, ma la carità cristiana tocca profondamente come San Lorenzo e i due mendicanti, uno storpio e uno zoppo con le stampelle e la figura di una donna con due bambini, uno in braccio e l'altro per la mano mentre guarda l'altra sua mano per contare i soldi ricevuti in beneficienza.



L'Angelico che sempre aveva vissuto a Firenze, trovò invece la morte a Roma dove era stato richiamato un'ennesima volta, era il 18 febbraio 1455 e la sua lastra tombale ancora oggi è visitabile presso l'altare maggiore di Santa Maria sopra Minerva a Roma, con sopra incisa una scritta latina voluta e dettata da Papa Niccolò V:

Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell’Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze, o Cristo, a te. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo. la città di Firenze dette a me, Giovanni, i natali”.


Naturalmente questa mia breve biografia, non è che una minima parte di quello che avrei da esporre in riguardo alle notevoli e importanti opere del Beato Angelico, ho cercato di attenermi a quelle che mi hanno particolarmente colpito avendole viste dal vivo, certamente spero di poter ritornare sopra a questo artista perchè è davvero encomiabile il suo operato artistico e tutto quanto davvero di altissimo valore culturale ,morale e spirituale.


Roberto Busembai (errebi)


Immagini Errebi e web

venerdì 21 gennaio 2022

MASCHERE ITALIANE - STENTERELLO


Stenterello era la tipica maschera fiorentina della commedia , dove c'era da portare allegria, svago e divertimento ecco comparire Stenterello, come del resto in altre regioni al pari divertimento appare Meneghino per la Lombardia o Gianduja per il Piemonte.

Stenterello nacque da un attore fiorentino Del Buono, così pare, e il suo carattere brioso e divertente è assolutamente naturale e si può dire che rappresenti l'immagine fedele della regione che rappresenta, perché i toscani (noi toscani) hanno la “burloneria innocente” innata, spontanea, pulita e genuina e non si può che rimanerne incantati anche se spesso con il loro ingenuo sarcasmo ci beffeggiano o ci criticano....ma lo fanno così con tanto buon cuore che non possiamo che riderci sopra.

Nella commedia Toscana, Stenterello è quasi personaggio fisso, ora domestico talvolta pure padrone, spesso fa parodia di qualche personaggio eroico, comico o romantico del momento o addirittura rappresenta con dovute caricature le politiche d'attualità. Ma non solo cambia le parti ma pure l'abito è sempre diverso e comunque a seconda della rappresentazione, mentre rimangono invariate, la sua tradizionale parrucca nera che termina con una lunga coda ricurva di colore rosso, le grosse sopracciglia fatte con il sughero bruciato e allungate fino alle orecchie e le guance assolutamente imbrattate di bianco in cui spesso appaiono dei segni rossi o neri. Ma possiamo affermare che la vera e unica caratteristica di questa “maschera” è la mancanza dei suoi denti davanti che già questa provoca al divertimento!

Insomma questo personaggio magro e lesto, si divincola con assoluto e puro divertimento, senza essere villano, non è affatto coraggioso anche se lo volesse essere e sa comunque divincolarsi bene dal pericolo. Come ho detto prima, lo Stenterello toscano ( a differenza di uno Stenterello di Bologna molto più pacato, grande parlatore, che amava raccontare storielle e che non portava mai a termine) è la vera rappresentazione del fare e agire di un toscano puro. Tutto per divertimento, ma non per sarcasmo, solo puro scambio di vedute fatto magari davanti a un tavolino con un buon vino delle colline, salumi tradizionali e una pacca sulle spalle a consolidare un'eterna amicizia.


Roberto Busembai (errebi)


Disegno Errebi

mercoledì 19 gennaio 2022

SANTA MARGHERITA PRINCIPESSA D'UNGHERIA


19 GENNAIO


Siamo intorno al 1240 e l'Ungheria , a cui fa capo re Bela IV, è invasa dalla turpe dei mongoli che in poco tempo la conquista con devastazioni e saccheggi, mentre fortunosamente il re con la famiglia riesce a fuggire in Dalmazia. La moglie è prossima a partorire e già è stabilito che se fosse una bambina dovrà essere accolta in un convento, questo per voto di grazia per la salvezza del Paese.

E così avviene, la bambina, Margherita viene introdotta e allevata nel convento domenicano di Santa Caterina a Veszeprém, mentre per lei verrà edificato, nel frattempo, un altra casa di suore presso Buda, su una delle isolette del Danubio, quella che poi conosciamo come Isola Margherita.

Margherita cresce tra le suore, ma certamente lei non è ancora suora e non ha nemmeno avuto vocazione tanto che il Re padre pensa di maritarla al re Ottocaro II di Boemia per consolidare la pace con questi, ma la giovane diciottenne rifiuta e una sua sorella prenderà allora il suo posto.

Ma la vocazione è dietro la porta, dopo poco sarà su volontà di Margherita che dopo la confessione al domenicano frate Marcello, indosserà le vesti domenicane e nel contempo già tante altre nobili e giovani ragazze si accostano al monachesimo, forse spinte dal desiderio di far parte di una particolare corte della figlia del re.

Margherita comunque si occupa anche delle cose esterne, e sarà lei che tenterà di mettere pace in una sanguinosa guerra familiare tra suo padre e un suo fratello, Stefano V che nonostante fosse stabilito come successore dichiarò guerra al padre. Riesce nel suo intento di rappacificarli ma si rende bene conto che comunque lei non è più parte di quel mondo e di quella famiglia.

Si ritirerà nel suo convento e qui si prodigherà a seguire profondamente la regola e a cercare sempre di avvicinarsi al Signore imitandolo nella sofferenza fisica e nell'umiliazione. Tenterà persino di togliere dal suo bel volto, ogni traccia che possa farla vedere bella e dal suo convento sul Danubio il suo fare è in sintonia con il movimento che si era diffuso a quel tempo in Europa, dei Disciplinati e Penitenti. Già dopo la sua morte avvenuta nel 1270, corrono voci di miracoli avvenuti intorno alla sua tomba fino d arrivare al 1943, dove Pio XII darà atto alla sua canonizzazione.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Pala del XIV secolo presso Gallerie dell'Accademia Firenze

martedì 18 gennaio 2022

RAFFAELLO SANZIO - SAN SEBASTIANO


Vista la vicinanza, 20 gennaio, della ricorrenza di San Sebastiano, ho voluto prendere in esame questa particolare rappresentazione del Santo che il Maestro Raffaello Sanzio raffigurò in primo piano e vestito, al di fuori dall'iconografia classica ma anche moderna del Santo quasi nudo legato a una colonna o albero con le frecce del martirio conficcate nel busto e nelle gambe.

E' un'opera giovanile di Raffaello dove ancora si riconoscono ben evidenti i tratti del suo Maestro il Perugino, ma da dove prevalgono già la precisione e l'abilità del pittore, basti soffermarsi nei ricami dell'abito altamente realistici.

L'espressione del Santo è beata, non soffre del martirio, la freccia che lo identifica è nella sua mano, le sue fattezze sono gentili e belle e tanto si è pensato e ragionato che il personaggio ritratto non fosse assolutamente un uomo ma una donna. E sono comunque proprio la freccia che tiene in mano con grazia e l'aureola che identificano la rappresentazione del Santo, un Santo che comunque è sempre stato e lo è tutt'oggi sempre rappresentato con uno sguardo sia la profano che al sacro, un santo rappresentato come un Adone per la sua bellezza e per la sua procace nudità, dai lineamenti sempre gentili e classici quasi femminei ( da diventarne pure un'icona profana del movimento omosessuale)

Ma ritornando a questo meraviglioso dipinto, di piccole dimensioni, fu realizzato intorno al 1501/1502 ma non è stata mai trovato il committente, se c'è stato, si ha notizia di questo quadro intorno all'ottocento perchè faceva parte della collezione dei marchesi Zurla che cedettero all'incisore Longhi per poi arrivare ad oggi dove si trova presso l'Accademia Carrara di Bergamo.

Alleviamoci allo sguardo dolce e sognante di questo San Sebastiano, facciamo colpire dalla ricchezza dei dettagli come quei sottili e precisi ricami sul bordo del mantello rosso e del vestito, ma soprattutto alleviamoci della grazia che soltanto Raffaello è stato in grado di bene rappresentare in tutte le sue opere.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Raffaello Sanzio – San Sebastiano

martedì 11 gennaio 2022

HENRI MATISSE - ARMONIA IN ROSSO


E' il colore il protagonista di questo dipinto e se vogliamo anche la caratteristica del movimento stesso di cui faceva parte Henri Matisse, ovvero di quel movimento impressionista detti “Fauves” (belve) perchè in un'esposizione al salone di Parigi di questi giovani artisti “particolari” l'aspra critica definì appunto i loro dipinti “belve”.

Non interessava più rappresentare la realtà per quella che è e come la si vede, abbattimento totale dei vincoli prospettici, libertà assoluta alla percezione, all'emozione e allora soltanto il colore a grandi campiture poteva colpire, entrare, diffondere un sentimento.

E' il colore la parte dominante e in questa “Armonia in rosso” del Maestro non si può non notare e non rimanerne colpiti, tutto è colore su colore, toni su toni decisi e netti, puri e puliti, sul rosso del muro della stanza e sulla tavola si imprimono e risaltano gli arabeschi blu, (il disegno della tovaglia che diventa tappezzeria sul muro) i gialli dei fiori e della frutta, il verde che campeggia nell'enorme quadro ( o finestra) e soltanto l'enorme sedia sulla sinistra accenna a una profondità di prospettica.

E' il colore che deve e dovrebbe ancora oggi dominare sulla scena dei nostri giorni, un colore pieno, vero, puro da rendere più viva la nostra esistenza, Matisse di questo quadro ne fece addirittura tre versioni, ovvero l'iniziale era totalmente verde, poi ci ripensò e divenne blu quando infine, non ancora soddisfatto, realizzò questa opera in rosso nel 1908 all'età di 39anni.

Il soggetto di vita quotidiana, come i ritratti e i paesaggi è uno dei più preferiti dal “movimento impressionista”e infatti in questo Matisse rappresenta una domestica intenta ad apparecchiare o se non altro dedita alla tavola, in quanto pare si appresti a spostare la fruttiera, una stanza e un lavoro comunissimi ma che prendono valore intrinseco e suscitano l'emozioni provate e sentite dal Maestro “soltanto” dal dominio e dalla forza del colore. L'impressionismo è proprio questo, e Matisse ne è uno dei più grandi fautori.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web. Henri Matisse – Armonia in rosso

lunedì 10 gennaio 2022

SOLO GELO


Sarà che l'età soccombe su ogni cosa, che tirare innanzi il giorno pesa come un elelefante sulla strada, che muovere anche un arto è come scalare la vetta di una montagna senza fine, che ricordare quello che ieri ho fatto è come pensare a dieci anni fa e non sapere cosa ho mangiato in uno di quei giorni, ma questo gelo e freddo che gira appresso, che ha invaso come brina sui prati e sulle colline,........................

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venerdì 7 gennaio 2022

MASCHERE ITALIANE - COVIELLO


Questo personaggio pare che facesse parte delle maschere dell'antica commedia dell'arte, si dice che sia nativo della regione Calabria e sia molto acuto, agile e anche vanitoso. Solitamente i suoi abiti erano quelli tradizionali della sua regione, abito e calzoni in velluto nero con fastoso ricamo d'argento e una maschera dalle gote rosse e fronte e naso neri. Col tempo poi, le vesti hanno avuto vari cambiamenti, ma la fama che lo nomina in un antico proverbio italiano, quella rimane ovvero uno sciocco spadaccino altresì non è che Coviello. Lo stesso grande Moliere nella sua opera “ Il Borghese gentiluomo” Coviello è un servo che non ha altre parole che ripetere le stesse del suo padrone e pure le stesse idee. Da questa antica maschera poi ne sono derivate altre come Cavicchio, Fichetto ecc......


Roberto Busembai (errebi)


Disegno Errebi

giovedì 6 gennaio 2022

martedì 4 gennaio 2022

LORENZO MONACO - ADORAZIONE DEI MAGI


Ho scelto tra le varie e stupende opere riguardanti l'adorazione dei Magi, questa di Lorenzo Monaco, perchè con i suoi accesi colori, con quei personaggi aggraziati che donano un'atmosfera fiabesca, con quel semplice ed umano scenario lontano dai fasti di altri suoi contemporanei, basti ricordare Gentile da Fabriano, perchè è uno dei pochi che dona con tutto ciò un vero significato di pura dottrina e di fede. La giovane Madonna con umiltà comune è seduta in terra nell'atto di presentare ai Magi il bambino Gesù , mentre come consueto al tempo, Giuseppe è in disparte quasi estraneo dalla scena, il tutto racchiuso in una figurativa capanna di archi a tutto sesto. Risalta comunque il corteo dei tre Magi, pieno di vesti colorate e di diversi e particolari personaggi riconoscibilmente di origini orientali, mentre i principali personaggi i tre grandi signori, due di loro sono addirittura inginocchiati, da evidenziare la loro corona posata in terra, segno di altissimo rispetto verso colui che è superiore e oltre il già grande potere di un RE, mentre l'altro è ancora in piedi e dalla sua meravigliosa veste vi spiccano, orlate, scritte in arabo antico.

E' un'opera d'arte pittorica che affascina e al contempo dona pace e rassicurazione, quel bambino quasi seduto e appoggiato alla Vergine, è il conforto e la sicurezza, è colui a cui tutti, compresi i Re Magi devono ringraziamento e devozione. Il tutto in un arido paesaggio proprio a dare testimonianza che la fastosità e la bellezza in questa pagina evangelica non devono sussistere, non è un altro Re che si viene ad acclamare, ma il Re del mondo, colui che non ha soldi e non ha ori, non ha possedimenti e non ha valori effimeri, il Re della pace e dell'amore, ovvero della vita.

Oro, incenso e mirra i doni dei Re Magi, il primo perchè è un dono per i Re , l'incenso per venerare la sua divinità e la mirra perchè usata nel culto dei morti a testimoniare che Gesù è un mortale.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Lorenzo Monaco – Adorazione dei Magi