sabato 30 maggio 2020

30 MAGGIO - SANTA GIOVANNA D'ARCO

Giovanna d'Arco, Giovanna la pulzella come si auto-definiva e firmava dopo la scritta GesùMaria, nacque nel 1412 a Domrémy, un piccolo villaggio della regione dei Vosgi, in Francia e già da bambina risentì degli orrori della guerra civile che infestava la Francia di allora, una Francia in ferrea combutta con il trono Inglese in un'altalenante guerra sanguinosa dei Cent'anni.
Appena adolescente, quando insieme alle altre amiche e amici, era solita ritirarsi sotto ad un albero detto “albero delle dame”, così chiamato perchè in principio, tanto tempo prima, pare fosse stato stregato dalle fate, ma che dopo l'intervento del parroco che vi lesse, sotto il suo fogliame, il Vangelo secondo Giovanni, fu purificato e le fate messe in fuga. Qui i ragazzi si scambiavano i loro progetti futuri, si raccontavano i loro segreti, facevano merenda, mentre Giovanna pare che vi trovasse la rivelazione, ovvero che sentisse le voci di Santa Caterina, di santa Margherita e di San Michele che la incitavano ad andarsene e a fare visita al Re per farlo incoronare, e assicurarsi così, il potere, che derivava perciò dal volere divino.
Fu così che nel 1429 fuggì di casa e raggiunse il capitano di Vaucouleurs, Robert de Baudricort, comandante dell'ultima guarnigione rimasta fedele al “delfino” Carlo ( il futuro Carlo VII), convincendolo a farsi scortare per attraversare il territorio, ormai invaso dal nemico, e raggiungere così Chinon per incontrarsi con il re.
Travestita da uomo, capelli rasati, si presentò al cospetto del re e piegando il ginocchio al suo cospetto, disse questa frase che invigorì il debole e patetico sovrano:
“ Ti dico da parte di Messere Dio che tu sei Erede di Francia e figlio del Re”
Senza perplessità, Carlo le affidò il comando delle truppe per difendere Orleans, dopo però Giovanna avesse subito per tre settimane intere, una ferrea valutazione da parte di teologi e prelati per carpirne le sue pure intenzioni.
Orléans l'8 Maggio era liberata!
Le truppe francesi, invigorite e rinfrancate dagli esiti ripresero animo e si strinsero attorno a Giovanna con un esaltato misticismo e da allora fu un susseguirsi di vittorie, a Patay sconfisse gli inglesi e nel mese successivo, riuscì a liberare Reims dove il 17 luglio, Carlo VII fu consacrato e incoronato Re.
Ma Giovanna non voleva fermarsi e incitava il sovrano perchè intercedesse per raggiungere Parigi, ma questi abbandonò le armi e si affidò a trattative con gli inglesi, lasciando sola la grande eroina, che non persa d'animo con le truppe si diresse verso la meta prefissata, ma il destino volle che fosse imprigionata dal borgognone Giovanni di Lussemburgo e poi chiusa nelle fortezze di Beaulieu-en-Vermandois e di Beaurevoir per poi consegnarla agli Inglesi in cambio di 10.000 scudi d'oro.
Re Carlo non potè, ma sicuramente non volle, fare niente per liberarla e dopo una prigionia nel castello di Rouen, venne processata dal conte vescovo, alleato degli inglesi, Beauvais Cauchon con l'accusa di eresia e stregoneria, evidenziate anche dal suo abbigliamento mascolino.
In assoluta lucidità, fermezza e coerenza, Giovanna si difese respingendo assolutamente ogni accusa e questo suo atteggiamento, le valse la condanna al rogo.
Sulla piazza di Rouen il 30 Maggio del 1431, Giovanna d'Arco venne bruciata viva.
Si raccontò che la sua morte fu accompagnata da prodigi. Una colomba pare si alzò dal rogo e fu paragonata allo Spirito Santo che cercava la sua anima. Un soldato inglese, preso dal panico, si liberò delle vestigia militari e inginocchiato si convertì, battendosi più volte il petto. Lo stesso boia impazzì.
Negli anni a venire la sua figura iniziò a prendere valore, la Francia riconobbe in lei l'eroina della liberazione per il contributo non solo pratico ma anche morale e agli inizi del ventesimo secolo fu beatificata e poi, per volere di Papa Benedetto XV, nel 1920 fu canonizzata.

Roberto Busembai (errebi)

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martedì 26 maggio 2020

PIETRO VANNUCCI DETTO PERUGINO - IL CENACOLO DI FOLIGNO

In tanti anni che sono andato a Firenze, direi da quando sono nato, tanto ne sono vicino e tanto mi attira l'arte che ne effonde e si respira, che sinceramente non avevo mai saputo ( e questa è stata una lacuna quasi imperdonabile) di un bellissimo Cenacolo, visitabile del resto gratuitamente, presso un ex convento di suore. Oltretutto questa ubicazione è in una lunghissima e stretta strada nel centro della città (via Faenza),in cui vi ho passeggiato non ricordo più quante volte, una strada nota e frequentata, in quanto, partendo da Fortezza da Basso raggiunge l'antica Basilica di San Lorenzo, dove, tra l'altro, si possono visitare le Cappelle Medicee.
Il Cenacolo in questione è attribuito al pittore umbro Pietro Vannucci meglio conosciuto come il Perugino, maestro dell'eccellentissimo Raffaello Sanzio.
Si trova nel ex refettorio delle terziarie francescane del convento di Sant'Onofrio , detto anche delle monache di Foligno, da cui il vero titolo dell'opera “Cenacolo di Foligno”.
Il convento, dopo l'invasione di Napoleone, dovette essere abbandonato e il loco fu usato per laboratorio di sete e in seguito officina, mentre l'affresco era stato assolutamente scialbato e ricoperto con calcina. Ma nel luglio del 1843 si venne a scoprire una parte di quello scialbo e si fece la sorprendente scoperta dell'affresco che subito ebbe notorietà mondiale in quanto ritenuto assolutamente opera del famosissimo Raffaello. Ma nel tempo e con una più accurata ricerca e analisi si è potuto affermare che il latore di questa meraviglia fosse proprio il Perugino, basti notare, i tipici esili alberi sulle colline, che si potrebbero da soli affermare come la sua firma, ma anche la sfumatura del cielo usando toni azzurrini per consolidare una tenue foschia.
E' un affresco che offre nell'ammirarlo un senso di pienezza interiore mista una profusa tenerezza che pare aleggi tra i conviviali, un Gesù, al centro della tavola come convenuto, con un'espressione misericordiosa ma mista anche a un senso di attesa l'attesa che si compia il tradimento. Infatti Giuda, di fronte a lui ma di spalle a chi osserva, è pronto al suo “dovere” ma sembra in questa rappresentazione che Perugino gli abbia inferto un che di titubanza, infatti è rivolto con la testa verso chi lo sta osservando, quasi a chiederci come comportarsi, anche se la funzione delle mani parlano da sole, la destra abbandonata sul tavolo mentre con la sinistra, stringe con decisione e fermezza, il sacchetto dei fatidici 30 denari.
E il Cristo, cosciente e sapiente dell'accadimento, che gli rivolge, non visto da Giuda, lo sguardo con assoluta compassione e misericordia. Due personaggi chiave della Passione, due personaggi che ribadiscono in questa opera, la loro conoscenza dei fatti ma anche la loro sofferta sorte a cui non possono rinunciare o fuggire, perchè così è stato scritto e voluto nel regno dei Cieli, per la salvezza del mondo intero.
C'è una diffusa signorilità tra gli astanti e nell'ambiente in cui si svolge la Cena, aleggia, nonostante quello che accadrà, un doveroso e prezioso senso di pace e tranquillità, il Perugino ha dato sapore e colore al principio sacro cui l'Ultima Cena appartiene, e lo ha fatto con una praticità e eleganza ineguagliabili.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web : Pietro Vannucci detto Perugino - Il cenacolo di Foligno

venerdì 22 maggio 2020

IL RE E LA CAMICIA - LEV TOLSTOJ

Coloro che vivono di letteratura, anche quelli che l'assaporano e se ne “cibano”, ma comunque anche coloro che ne hanno solo una parziale visione o sentore, conoscono il grande scrittore russo Lev Tolstoj e altrettanto conosceranno, anche per il solo sentito nominare, i suoi grandiosi romanzi come Guerra e Pace, Resurrezione e lo spettacolare e indimenticabile Anna Karenina. Ebbene questo illustre signore, oltre ai copiosi romanzi, che sono grandi capolavori, si è prodigato in un'infinità di scritti di fiabe e di racconti da sbalordire, e in questo ben pochi lo sanno e lo conoscono..
“ I quattro libri di lettura” è un'antichissima raccolta di tutte le novelle, fiabe e racconti del Maestro, una raccolta che possiamo definire unica nel suo genere, perchè raccoglie nell'insieme, le favole, gli apologhi morali, racconti tratti dalla storia e leggende sulla terra madre, la Russia, ricordi sull'infanzia e racconti sulla vita delle piante e degli animali, e novelle tratte da fatti veramente accaduti, insomma un tomo di assoluto interesse.
Avendola trovata, voglio proporvi un suo scritto, forse il più conosciuto, ma non per questo meno interessante, ma sono sicuro che in seguito avrò modo di ritornare su questa favolosa raccolta.

IL RE E LA CAMICIA

C'era un re che stava molto, molto male e ogni giorno lagnandosene esclamava:
“ Darò la metà del mio regno a chi mi guarirà!”
Potete immaginare che movimento c'era a palazzo, ognuno era indaffarato a cercare soluzioni, invenzioni e pure pozioni per trovare la cura, persino i grandi saggi del regno ebbero a riunirsi per poter risolvere la questione, ma non se ne veniva a capo di niente.
Un giorno però, un giovane pensatore, una mente più fresca ebbe a proporre questa idea:
“ Se trovassimo un uomo veramente felice, un uomo di cui non ha niente da lagnarsi e che gioisce del suo trascorrere giornaliero, ebbene da questo uomo dobbiamo togliere la camicia e farla subito indossare al nostro Re, sono sicuro che il nostro Sovrano in un attimo guarirebbe”.
Il Re dette subito ordine di trovare questo uomo felice e spedì per tutto il suo regno, emissari perchè fosse trovato, ma la caccia non portava a niente. Nessun uomo era così felice da potergli togliere la camicia. C'era quello ricco ma era malato, quello ricco e sano ma con la moglie o i figli cattivi, praticamente ognuno si lagnava di un qualche cosa.
Ma il Re non si disperava e la caccia doveva continuare.
Un giorno, il figlio del Re, mentre attraversava col cavallo, un rione malsano e poco raccomandabile del Regno, un luogo di miseria e di abbandono, udì una voce che lo attirò, e in men che non si dica, scese da cavallo e stette ad ascoltare. La voce proveniva da un tugurio, e era un uomo che parlava e diceva:
“ Sia lodato il Cielo! Oggi ho lavorato bene, ho mangiato a sazietà, e ora mi metto a dormire. Che voglio di più? Sono proprio felice.”
Fu dato subito ordine, da parte del figlio del Re, che a quell'uomo che parlava fosse tolta immediatamente la camicia e in cambio di ricoprirlo di tanti denari quanti ne volesse, per fare il cambio. Subito la camicia che fosse fatta indossare a suo padre il Re.
I messi giunsero alla casa dell'uomo felice per togliergli la camicia.....ma egli era tanto, ma tanto povero, che.....non aveva camicia!

Da una mia libera interpretazione di “Il re e la camicia” di Lev Tolstoj

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Luigi XVI di Francia

martedì 19 maggio 2020

JACOPO CARUCCI DETTO PONTORMO - LA VISITAZIONE

In questo pseudo rientro alla normalità, c'è una cosa che prevale su tutte, la visita ai congiunti prima e comunque il ritrovarsi dopo quasi tre mesi di quarantena. La mancanza di affetti, la loro concreta visibilità, la loro vicinanza, sono stati, oltre naturalmente alle tante morti, il dolore più grande e il “castigo” che abbiamo dovuto sopportare. Ebbene nel rivedere i miei figli, credo come tanti, ho goduto di un piacere immenso che poche volte nella mia vita ho provato, e in questo rivisitarsi, rincontrarsi ho avuto un'accesa emozione interiore che simile, se pur di diversa ragione, ho provato vedendo questa opera d'arte che stamani vengo a proporvi, l'ho veduta dopo la sua recente restaurazione in una mostra a Palazzo Strozzi a Firenze e fui rapito da un'improvvisa “Sindrome di Sthendhal” tanto mi colpirono i suoi colori accesi, la gentilezza dei personaggi ma soprattutto lo sguardo di pieno sentimento che s'invola tra la Madonna e Elisabetta nell'incontrarsi.
La visitazione” è una maestosa opera del grande Jacopo Carucci, detto Pontormo, che narra un episodio del Vangelo in cui Maria , che in seguito all'Annunciazione dell'angelo viene anche a conoscere di una vicina maternità da parte della sua cugina, da sempre sterile, Elisabetta. Essa partì alla volta di Gerusalemme per andarla a trovare e nell'incontro la cugina capì dallo sguardo della Madonna che anche essa era in attesa. Maria si trattenne a Gerusalemme per ben tre mesi, ovvero fino alla nascita del figlio di Elisabetta, il futuro Battista, Giovanni.
Ed eccoci ad ammirare questo quadro, impresso proprio nel momento in cui le due donne si incontrano, Maria è sulla soglia della casa di Elisabetta, allungano le braccia per un caloroso abbraccio mentre i loro sguardi parlano, come più delle parole, è uno sguardo fisso e intenso, insieme stanno condividendo l'esperienza di una gravidanza miracolosa. I colori delle loro vesti sono l'incanto dell'opera stessa, il culmine festoso e al tempo stesso sacro del momento, non possono che dare forte emozione, vigore, purezza, sono gli stessi colori che possiamo riscontrare in un'altra opera del Pontormo, la Deposizione sita nella Cappella Capponi in Santa Felicita a Firenze, quasi come anticipazione di un prossimo e triste futuro che i loro figli dovranno sopportare.
I colori predominanti sono il verde dell'abito di Maria e il rosa del foulard che le ricopre in parte il capo, l'arancio del mantello di Elisabetta, ma la parte dominante la fa il delicato e intenso rosa che è indossato da una delle ancelle che sono in posizione frontale rivolte verso lo spettatore.
E qui il Pontormo ha eccelso nella rappresentazione, ha colpito con tecnica ma soprattutto con il cuore, le due ancelle, sono un richiamo alle figure di Maria e Elisabetta, un gioco compositivo che prende forza appunto dalla disposizione speculare delle figure, ma soprattutto l'intensa partecipazione delle figure stesse a questo incontro, quasi come se ognuna, Maria e Elisabetta, fossero distaccate dal contesto e ne ammirino e ne restino compiaciute e commosse di quello che sta avvenendo, e sta avvenendo a loro stesse. E' una magia di accorato sentimentalismo, di manierismo puro, una corrente che al tempo comprendeva vari e grandi artisti, come il Giambologna e il Vasari, e che fu dominio in Francia da parte del collega e amico, Rosso Fiorentino.
Ed è tutto in quel sorriso misto a lacrime, quelle di Elisabetta, in quell'abbraccio delicato ma forte, quasi a sostegno l'una dell'altra per essere le prescelte di un già predetto futuro e il loro totale abbandono alla suprema volontà.
Tra le verdi pendici del monte Albano e i declivi di Poggia a Caiano, in una conca circondata da uliveti e vigneti, sorge un piccolo paese, Carmignano, e in quel paese vi è una chiesa edificata
circa nel 1211 intitolata a San Francesco, che pare avesse predicato in questi luoghi, e in questa, in una cappella della famiglia Pinadori, che poi furono i committenti dell'opera, sopra un freddo altare, risiede l'opera sopra esposta, ma sinceramente a mio titolo, non dona quell'intenso effetto che provai a Palazzo Strozzi, perchè poco illuminata e poco valutata a mio parere.
Una nota, prima del restauro, lo sfondo appariva quasi perso e scolorito, alla sua “pulitura”, sono riapparse le due persone, che si notano in basso sulla sinistra, due persone che sono quasi uno “scherzo” dell'artista, perchè proprio indifferenti a quello che sta accadendo, ma la scoperta maggiore è stata la figura di un volto d'asino, che compare all'angolo finale della casa, un asino che non se ne era mai conosciuta la presenza.
Un abbraccio, un gioco di sguardi, una intenso e interiore ricerca l'uno dell'altra, la comprensione e la condivisione dei fatti che accadono e che accadranno, insomma un nostro effettivo incontro dopo la pandemia trasportando l'incognito di un prossimo futuro reciproco.
Roberto Busembai (errebi)
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sabato 16 maggio 2020

E MAI COME ADESSO

E mai come adesso si è sentito quel vuoto dentro, quella mancanza , quel desiderio, quel silente scambio di se stessi con un'amicizia vera e impegnativa, pura come l'acqua cristallina e vera come la vita che insieme è vissuta e pensata, lottata e amata. E mai come adesso ci siamo sentiti sbranati e sviscerati dei nostri puri e intimi sentimenti, delle nostre segrete strade emozionali e estraniare al mondo affacciato alle finestre o sui visori di computer i nostri bisogni affettivi e mai come ora, .ci siamo trovati a sfoderare pubblicamente anche il più segreto amore che poi forse è un amore “diverso” o solo amante o addirittura un'amicizia che volevamo tenere esclusiva “esclusivamente”.
E mai come adesso ci hanno torturato nel nostro cuore, hanno agito come si fa con un semplice straccio, strizzati di ogni puro e leggero sentire dentro, gocce di amore se non di sangue, sono uscite da quella fastidiosa ricerca del tuo io, l'io maggiore, per deturparlo e pubblicarlo pure all'angolo più in vista di una nazione obbligata, tutta quanta, a dimenticare del bene e agire meccanicamente.
E mai come adesso sorge la rabbia e il forte rancore, perchè non si può gestire un sentimento, non si può e non si deve attribuire ciò che devo o non devo amare, ciò che devo o non devo sentirne la mancanza e il desiderio, perchè io posso ugualmente avere nel mio intimo desiderio immane un amico/a che forse ha valore maggiore per il mio esistere “esistenziale” senza che sia ritenuto solo un “superfluo” perchè non rientra nel girone del familiare.
E mai come adesso si sentono le voci a contestare ma le nostre sono solo urla verso orecchie che non hanno da rendere del loro intimo sulle facce della gente, il pubblico soltanto mostrano e lo mostrano nel meglio e “falso” che possono fare, ma chi del popolo a loro nega o sa di un incontro fugace, clandestino, di un'amante serrata nella più alta discrezione, di un rapporto forse un poco “diverso” dal “normale, mentre io, noi, tutti quanti se siamo gay in segreto perchè “diversamente” non possiamo fare dobbiamo patire ancora peggio quella distanza da chi ci vuole bene, perchè se io , noi, tutti quanti abbiamo un'amica/o che ci ha dato sempre un assoluto sostengo e rimarcato il nostro vivere normale o di lui/lei io, noi, tutti siamo indispensabili presenze umane, questo a loro non interessa.

Roberto Busembai (errebi)

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venerdì 15 maggio 2020

FAVOLE PER I RE D'OGGI

Mi immagino di essere un topolino, di quelli piccolini, grigi, che fanno tanta tenerezza e di abitare in una biblioteca, e in questo vivere quotidiano, mi pare di vedermi che roso un poco di cultura e di apprendimento, togliendo un pezzettino di antica carta, divenuta friabile dal passare del tempo, da ogni volume che mi capita a tiro, senza scelta naturalmente della materia di cui tratta, potrei ingoiare un pezzettino di cultura generale, magari il finale di una battaglia di Napoleone, oppure trovarmi sopra i baffi un pezzettino di piramide egiziana, potrei digerire anche la sorte di mille avventure ma sicuramente rimarrei incantato, se fra questo rosicchiare e ingoiare, mi trovassi in un qualche libro di favole e novelle.....beh sono piccino anche con la mente e gradirei leggermele tranquillamente. Fatto è che davvero, oggi, tra i mille tomi che ho scartato, mi è caduto sotto i denti questo libro intitolato “FAVOLE PER I RE D'OGGI” di Ercole Luigi Morselli, datato 1909 e edito da Vallecchi di Firenze......
E' un insieme di novelle, che si basano su temi ben distinti in capitoli, come Le tre virtù teologali, Le quattro virtù cardinali, Libertà Eguaglianza Fratellanza, Rinomate virtù ecc. ecc......e tra queste oggi vi voglio proporre così com'è scritta una favola sulla RICCHEZZA. Intanto voi leggete, ma fate presto, perchè di rosicchiarla io non resisto!!!!

Roberto Busembai (errebi)

LA RICCHEZZA
Ieri, per ammazzar la noia, ho preso una cicala e le ho raccontata la famosa favola che corre sul suo conto.
La cicala m'ha ascoltato fino all'ultimo, tacendo, poi m'ha detto:
La favola mi insegna quanto voialtri uomini bramiate la Ricchezza! Ma la verità si è che, per noi, altra Ricchezza al mondo non conosciano se non quella che ciascuna creatura nascendo riceve in dono dalla Natura. E la nostra immensa Ricchezza è il canto, e noi cantiano perdutamente: e non già per piacere a voi che ci calunniate, ma per piacere al Sole che ci ama! Strana fantasia la vostra! Noi bussare alla porta della esosa formica?!....e perchè mai? Forse per poter vivacchiare un'invernata?....Ma d'inverno il sole se ne va lontano e non ci udrebbe cantare: e allora è inutile per noi vivere! Forse per ricantare alla nuova Estate?....Ma non vedete che se noi moriamo, il canto non muore mai? N'abbiam seminate tutte le valli: e il sole ritornando sarà salutato da voci più fresche e più canore delle nostre! Come potrebbe dunque dolerci di morire?.......e come potremmo desiderare le miserevoli e sudate ricchezze che piacciono tanto alle formiche e a voi?
E ciò detto se ne volò.
( Ercole Luigi Morselli)

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martedì 12 maggio 2020

SILVESTRO LEGA - IL CANTO DELLO STORNELLO

Sono giornate ancora improntate sullo stare in casa, abbiamo forse quel poco di “libertà” per qualche minima commissione o incontro tra parenti, ma il problema sussiste ancora ci dobbiamo adeguare al momento, e come abbiamo sicuramente fatto tutti in questi lunghi mesi, cioè l'inventarsi cose per trascorrere del tempo se poi si era diversi in casa, come nucleo familiare magari numeroso, o anche due persone, si poteva inventare di cantare, di lasciarsi andare, a chi sapeva fare, di suonare.
Ho scelto questa opera sublime del forlivese Silvestro Lega, perchè pare ci rassomigli tutti quanti, in un'attesa del fuori, in dolce ritiro familiare cercando di passare il tempo, suonare e cantare.
E' un'opera che il Maestro eseguì nel periodo in cui era ospite, presso la famiglia Batelli nella campagna Piagentina a Firenze, che raffigura tre giovani signorine, Virginia Batelli colei che suona dolcemente il pianoforte e le altre due che nozioni diverse le indicano come sorelle della prima o chi invece le riconosce come sorelle Bandini, tutte e tre intente a far coro a un motivo, appunto dello stornello, mentre sono invase da una luce estiva e meravigliosa che entra dalla finestra aperta alla loro destra, una finestra che s'affaccia alla campagna Fiorentina.
L'incanto di questa opera è proprio nella luce che domina su tutto il dipinto risaltando le camicette delle due ragazze in piedi, quell'azzurro e quel bianco di una finezza particolare, e le mani della suonatrice che posano con decisione e leggerezza sui tasti.
Lega fu promotore proprio in questo edificio di un gruppo artistico dedito alla natura, alla pittura dal vero nella campagna Piagentina, a cui aderirono i più famosi esponenti di allora dei “Macchiaioli”, come Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, Giuseppe Abbati e Raffaello Sernesi, arrivando così in pochi anni a formare addirittura una scuola “Scuola Piagentina”.
Il motivo che viene cantato ha diverse interpretazioni ma quella che io amo è quella che indica lo stornello come un canto quasi patriottico, un motivo che innalza una devozione ai movimenti di popolo che in quel periodo invadevano la nazione per la nuova capitale Firenze.
Comunque sia, quello che è dominante e importante di questa opera è proprio l'incanto e la gentile devozione che queste tre signorine dedicano all'arte del canto, con la dovuta allegria e spensieratezza che il luogo propina a fare.
Lega fu sempre povero e colpito anche dal dramma della cecità, era un tipo malinconico e dedito sempre alla ricerca di un nido femminile , un posto protettivo quasi materno e in questa opera poi ne spicca il contenuto e se ne viene ad apprezzare e conoscere il suo intimo se consideriamo che la ragazza, Virginia, colei che suona, che fu per pochissimo un appiglio al suo vivere, un innamoramento che purtroppo la vita gli volle troncare al suo nascere, infatti dopo poco questo ritratto, la sua amata morirà di tisi.
Ma noi viviamo di questa opera e immergiamosi nella luce che presto invaderà i nostri cuori e liberiamoci come queste ragazze in canti liberatori e soavi.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Silvestro Lega - Il canto dello stornello

giovedì 7 maggio 2020

PEPERONCINO

PEPERONCINO

Famiglia: Solanacee
Pianta: annuale o perenne di un'altezza di circa 1 mt
Fusto: ramificato
Foglie: ovali e alcune provviste di un lungo picciolo, solitamente raggruppate a tre di cui una più grande delle altre.
Fiori: bianchi con cinque petali a stella
Frutti: bacche allungate di colore verde e/o rosso



Diamo un poco di impulso a queste giornate e eccitiamo i sensi e i pensieri, beh è un inizio piuttosto romanzato ma la pianta di cui oggi mi attingo a presentare credo che meriti questa postilla, rosso e piccante, vivo e saporito ecco il Peperoncino.
Anche il peperoncino, come del resto le patate o il cioccolato, è stato introdotto in Europa dopo la scoperta dell'America anche se già appariva nelle tavole greche o latine, ma molto molto poco riconosciuto e amato. Oggi è un ingrediente direi quasi basilare per la cucina di ogni luogo, talvolta predominante come i cyrry indiani o in tanti piatti messicani, come pure nel cuscus arabo, che può sostituire beneficamente l'amata spezia “pepe” nociva per coloro che accusano malattie digestive, mentre da ritenersi quasi curativo il piccante del peperoncino per la digeribilità e per il flusso sanguigno. Ma questa pianta alla sua scoperta non era molto considerata e per quanto riguarda l'erboristeria soltanto dal passato novecento si è cominciato a riconoscergli proprietà lenitive ( usandone una tintura esterna) per nevralgie in genere (reumatismi, lombaggine ecc), per non dimenticare l'estratto dei suoi fiori (dal genere Cayenne i fiori di Bach) destinato a preservare eventuali cambiamenti di umore.
Una nota divertente, ma al contempo quasi maniacale, una volta si prescriveva di spolverizzare sulle mani dei bambini un poco di peperoncino per ovviarli al succhiarsi il dito o a mangiarsi le unghie.
Comunque non posso non menzionarvi una gustosissima e veloce ricetta che noi italiani, spesso e volentieri, amiamo fare e soprattutto in compagnia i famosi.....Spaghetti aio oio e peperoncino.
Basta cuocere il quantitativo di spaghetti per il numero di persone, e nel frattempo sfriggere in un buon olio EVO , un bellissimo spicchio d'aglio tagliuzzato a mano, una bella spolverata di peperoncino spezzettato, per gli “sfiziosi” un cucchiaio di pangrattato, e quando il tutto ha preso colore, gettarvi la pasta cotta e scolata, mescolare velocemente per far apprendere i sapori e immettere prima di togliere e servire una bella manciata di formaggio parmigiano grattugiato.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine: ERREBI

UMBERTO D. - VITTORIO DE SICA

Pellicola degli anni '50, fu un determinante apporto al cinema italiano Neorealista, ma non fu certo un apporto economico in quanto, nonostante il film fosse di un'intensità umana indescrivibile e di una ferrea ricostruzione della società di allora, non ottenne quel successo che avrebbe dovuto, voluto anche e comunque dalla politica che tendeva a boicottare tutti quei registi, come De Sica, Visconti, Rossellini ecc, che raccontavano i drammi veri e reali della società in contrapposizione alla crescente cinematografia americana, che entravano sempre di più nel programma di visione in Italia.
Umberto D è un film nato dalla coppia indiscutibile di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica, che entrambi hanno contribuito a fare di questa pellicola una delle loro opere più importanti.
La storia è quella di un anziano pensionato Umberto Domenico Ferrari ( interpretato magistralmente da un attore non professionista un certo Carlo Battisti) che tira avanti con espedienti per poter pagare l'affitto e procurarsi un poco da mangiare, ma i soldi non bastano mai e si trova così a dover vendere tutti i suoi pochi averi cercando di estinguere i debiti che non finiscono mai. Solo senza famiglia, vive le sue giornate in cerca di procurarsi qualche soldo, senza elemosinare, ma dedicandosi a trovare i modi e le maniere giuste, svolgendo la sua vita solitaria e povera in mezzo a bambini che giocano nei parchi, a corriere e a soldati che pullulano la città di Roma, una Roma ai primordi di un dopoguerra, dove non ha tempo di dedicarsi a un anziano, non ha tempo di dedicarsi a un povero, che già poveri erano tutti......I suoi unici rapporti sono con una giovane, gentile e ingenua servetta ,che vive d'innamoramenti dei tanti soldati in licenza, e un fedele e grande amico cane Flaik.
Gli incassi fecero del film un flop, l'allora segretario allo spettacolo, Giulio Andreotti si prodigò a censurare questo film perchè giudicato incapace di ritrarre le "cospicue" riforme sociali postbelliche.
E' un film con un finale meraviglioso, dove l'unico grande amico, Flaik, è la salvezza dell'uomo, sicuramente un film da una tematica attualissima, che oggi, proprio dopo questa pandemia, che ci ritroviamo in una crisi che non ha eguali e che non sappiamo ancora come debellare, un dopovirus che ha messo in evidenza e sottolineato con la morte, il mancato rispetto e considerazione dei nostri anziani, ha urlato nei nostri cuori la nostra noncuranza d'interesse di sapere a chi avevamo affidato i nostri cari anziani.
Umberto D. un film da rivedere e a parere mio da rivalutare.
Ho trovato questo frammento del finale del film, e lo ritengo emblematico, la rinascita della vita e del senso di vivere.....alla FINE.

Roberto Busembai (errebi)
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mercoledì 6 maggio 2020

VISITA AI "CONGIUNTI"

Vi aspettavo come si aspetta una dolce nevicata da un cielo bianco, freddo nel tempo ma non nel cuore, vi aspettavo e rimaneva in sospeso quel pensiero, quel desiderio di stringervi al petto o non potendo, almeno sentire la voce, vedervi nel vivo e potervi un istante toccare. Vi aspettavo come si aspetta un dolcetto, da bambini, dono di una buona azione, regalo per una mansione elargita, per un pensiero donato, per avere detto cose belle e comunque essere stato gentile o buono nel fare o dire le cose. Vi aspettavo da tempo e non potevo ancora pensare di non potervi, magari, più rivedere perchè questo “male” che ci ha assalito non si degna dell'età che portiamo, non si degna di portarci rispetto se non altro perchè siamo di lui più anziani e bisognosi di cure e tanto rispetto. Vi aspettavo con la paura dei giorni che non hanno mai avuto il giusto tramonto, il pensiero soltanto di non sentire parlare di morte e di persone malate, di sapere che forse domani non avremmo avuto la forza di reagire e soffocare con un niente, e nell'angoscia del sonno che prendeva perchè, anche se non stanco di lavoro, ma di testa e di mente lo ero, dormivo per forza e cadevo in quel tepore del sonno leggero in attesa di un rumore o un suono che mi facesse destare.
Vi aspettavo come un sogno di cui non si conosce mai la fine perchè si è svegliati prepotentemente o dai raggi del sole a da chi come me, riposa vicino e mi può ancora donare conforto. Vi aspettavo e non sapevo davvero se questo bisogno l'avrei davvero esaudito, è stato un pensiero agonizzante morto dentro la gola come un urlo frenato, un brivido nascosto, un rivolo di sudore asciugato da non farlo notare.
E' accaduto stamani, quando il sole già alto brillava nel cielo, quando il cancello d'ingresso si è aperto come non faceva da mesi, per far entrare un'auto che da lontano veniva. E' accaduto stamani e ancora non mi pare vero, che loro, i miei figli, sono venuti a trovarmi come da tempo non li potevo vedere. E' accaduto stamani ed è allora che ho sentito tutto il peso degli anni che mi portavo addosso, ho sentito quella stanchezza di vita che mai mi aveva invaso in questi giorni di quarantena forzata, ho sentito il pericolo della mia fragile natura che avanza nel tempo a corrodere il fiato, ho sentito, stamani, la felicità di rivedere i miei “ragazzi” avendo la piena coscienza di essere alla fine di una lunga storia.
Vi aspettavo da tanto e non posso dirmi che sono contento, perchè già il dirlo è poco, in confronto alla felicità che io sento, anche se sono vecchio ma posso dire che questo virus letale, una cosa mi ha davvero fatto vedere e conoscere, vedere quanto mi senta un padre maturo e conoscere quanto i miei figli mi riconoscano in questo.

Roberto Busembai (errebi)

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HARPER LEE - IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Ci vogliono due occhi di bambina per capire come funziona il mondo, per comprendere le ingiustizie e le corruzioni, per vedere e ingiurie sulle discriminazioni, ci volevano due occhi di bambina a narrare al mondo quello che ancora e sempre sta accadendo, la disuguaglianza sociale, la discriminazione che non è soltanto razziale e la profonda, direi ima, ingiustizia.
Ho sempre sentito parlare, citare, nominare questo libro, persino il cinema se ne era occupato, ma io non lo avevo mai letto, sapevo di cosa parlava, alcuni passi ne avevo trovata menzione, ma non gli avevo mai dedicato l'opportuno interesse. Il motivo? Solo esclusivamente di scelta, di sensazione, di opportunità...un libro come tanti che stavano nel cassetto in attesa.....e in questa quarantena che ci siamo improvvisamente trovati, ho rispolverato quelli che erano in “riserva” (il libro che ho letto è di un'edizione Universale Economica Feltrinelli del 1964, un libro di mia madre) e tra i tanti libri ho scelto questo, IL BUIO OLTRE LA SIEPE di Harper Lee.
Che altro aggiungere, la trama? Non credo che non ci sia nessuno che non la conosce, non credo che nessuno non conosca l'avvocato Atticus Finch che d'ufficio si trova a dover difendere un “negro” accusato ingiustamente di aver violentato una ragazza, ma che dovrà dibattersi con una società in cui i “negri” anche se non hanno colpa alcuna, teoricamente, materialmente sono già colpevoli di esistere. Una società borghese, da atteggiamenti borghesi e tali da avere comportamenti alquanto borghesi, razzisti, discriminatori al punto persino di non fidarsi di loro stessi, se “diversi” dal loro “ignorante” pensare e agire di sempre, persino la figlia del “rispettabile” avvocato, la voce narrante nel libro, è da additare, perchè non propriamente femminile nei suoi gesti, nelle sue ambizioni e nel suo parlare, anzi piuttosto selvaggia e quasi maschile.
Che altro aggiungere, l'unica cosa che posso dire è che sono contento di averlo letto, sono contento di non averlo perso e sono contento se tanti e anzi tutti lo leggessero, perchè basta poco a cambiare i personaggi che la storia non è molto diversa dall'attuale.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine (ERREBI): Copertina del libro dell'edizione Universale Economica Feltrinelli 1964

lunedì 4 maggio 2020

PABLO PICASSO - IL VECCHIO CHITARRISTA CIECO



Un vecchio mendicante, cieco, povero, con abiti sdruciti e forse anche sporchi, sofferente, quasi morente che seduto sui gradini, con le gambe leggermente accavallate, appoggiato in un angolo di strada, fatica notevolmente a suonare una chitarra.
Uno scenario da brividi, una pittura che entra dentro l'anima e la squarcia, e quei colori, propriamente e volutamente voluti, quelle tonalità di un colore freddo come il blu, che spaccano sulla tela per gridare tutto il dolore e lo strazio di quell'uomo raffigurato, quella figura umana dalle linee distorte e spigolose, la magrezza del corpo che si poggia, affranto a una piccola, minuta speranza, una chitarra dal colore diverso, marrone, caldo, in contrapposizione, voluto proprio dal maestro Pablo Picasso, a denotare l'appiglio di ognuno che sempre ha dentro, fino all'ultimo momento di vita.
L'opera è stata eseguita su tela nel 1903, in un momento in cui Picasso oltre ad essere anche lui in povertà, risentiva del dolore per la perdita di un suo carissimo amico morto suicida, Carlos Casagemas, e nacque proprio in quel periodo la fase cosiddetta “blu” del suo operato artistico.
Ho scelto questa opera, perchè la ritengo quasi un'icona attualissima, chi non può non pensare a tutti quei nostri cari morti in questi primi cinque mesi dell'anno, chi non può non vedere il disperato e muto lasciarsi andare e pensare che per loro nemmeno una chitarra è stata una briciola di speranza.
E', a mio personale parere una delle più strazianti e commoventi opere, dopo naturalmente la magistrale “Guernica”, che Picasso ci abbia donato, un'opera che parla da sola, che urla da sola, che fende nell'animo, anche nel più crudo dei cuori.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Pablo Picasso – Il vecchio chitarrista cieco

domenica 3 maggio 2020

E' GIUNTO IL MOMENTO


E' giunto il momento di fare le persone serie, di abbandonare le chiacchiere e le icone sopra i social, i saluti con le matite colorate e gli arcobaleni sulle porte, è giunto il momento di prendersi ognuno la sua quota di civile convivenza e uscire con l'assoluta coscienza, non è una passeggiata la vita che domani ha di nuovo inizio, dopo questa parentesi che direi quadrata, una pausa molto lunga di uno spettacolo di cui non si era iniziata la rappresentazione, ma soltanto abbandonata per riprenderla adesso, e iniziare. E' giunto il momento di pensare e agire come se il domani fosse lo stesso ma diversamente uguale, perchè dovete credere e sperare, oltre che lasciarsi andare alla corrente, alle congetture della gente, alle apoteosi e ai vociare di ognuno sulle piazze, è giunto il momento di capire che il domani non è più lo stesso, malgrado quanto ce lo vogliano far credere, domani appena pochi passi dopo aver varcato il portone, vi sentirete addosso, dopo la felicità effimera e leggera che vi avrà certo colto, vi sentirete inondare da una nebbia densa che non vedrete, che non avrete nemmeno la forza e il potere di toccare, ma che vi circonderà e vi si incollerà nella vostra anima e nella vostra pelle e percezione mentale, sarà la nebbia del non più uguale, sarà quel velo che sempre vi si parerà davanti in ogni vostro agire, da domani, ogni momento, e allora è giunto il momento di farselo capire, ognuno caparbiamente e indissolubilmente in se stesso, che domani la “libertà”, quella che avete depositato i primi di Marzo, non vi farà più compagnia nei giorni, mesi e anni a seguire, perchè il domani è quella nebbia che vi invade addosso a delimitare i vostri sentimenti, azioni e movimenti, perchè da domani saremo tutti, indiscutibilmente, tutti automi di un sistema che , volenti o nolenti, ci apparterrà eternamente.
E' giunto il momento di adeguarci, se riusciamo a farlo, se siamo copiosamente atti a lasciarsi comandare da una felicità a soggetto e una libertà a comando, se siamo docili e impauriti abbastanza da poter vivere “felici” con la nebbia accanto.
Ovvero, domani, invece, è il momento di sapersi schierare con il paziente e civile comportamento per ricominciare ad insegnare, educare e far comprendere, che chi non lo avesse ancora appreso, quel misterioso bisogno che la natura dell'uomo possiede, la libertà di pensare, senza ponderare, in nessun momento, se vi viene voglia di volare, dobbiamo essere quel vento che da domani verrà a mancare, per liberare la nebbia che subdolamente invade.
E' giunto il momento di scegliere di vivere come ogni uomo è stato creato per il suo vivere naturale o vivere quello che condizionalmente l'uomo ha imparato a sopportare.
Roberto Busembai (errebi)
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3 MAGGIO - INVENZIONE DELLA SANTA CROCE

Il 3 Maggio si celebra l'invenzione della Santa Croce, in memoria della scoperta del glorioso trofeo da parte di Santa Elena di Costantino in Gerusalemme nell'anno 326, ovvero dopo che lo stesso Imperatore aveva vinto sull'acerrimo nemico Massenzio grazie alla visione che questi ebbe prima della battaglia, sul ponte Milvio, una luce intensa che rappresentò nell'aria un croce e della quale, Costantino, volle e impose riverenza e che fosse il simbolo sugli scudi dei suoi soldati.
Fu dopo questi fatti che l'imperatore cominciò a vanificare l'importanza della religione cristiana, e avvicinatosi con fervore a questa fede, maturò in lui la volontà di costruire sui luoghi del sacrificio di Gesù, un imperiosa chiesa abbattendo così l'infamie che i Pagani avevano riservato al sepolcro del Maestro, ricoprendolo con terre e sassi e averci sopra edificato un Tempio in cui venivano venerati idoli.
Di questa nuova chiesa, a cui Costantino non badò a spese, se ne volle incaricare la sua devota madre che in già in età molto avanzata, pare avesse già più di ottant'anni, decise di andare personalmente a Gerusalemme e seguire di persona i lavori di questo grande progetto.
E così fece e appena arrivata si prodigò, nonostante le forti controversie dei Gentili in Gerusalemme , nel far abbattere il Tempio e di scavare fino a che non si fosse rimesso in luce il grande Sepolcro. La sorpresa fu grandiosa perchè, non solo si scoprì il luogo di sepoltura del Cristo, ma vicino ad esso erano deposte tre croci in legno, di cui una sicuramente doveva essere quella su cui il Maestro era morto. Ma c'era l'incertezza di sapere quale delle tre, anche perchè l'effigie che era stata messa sopra quella del Cristo, INRI (Gesù di Nazareth Re dei Giudei) fu trovata in disparte, staccata dalla croce.
Intervenne allora il Vescovo San Macario che suggerì alla devota Elena di far toccare quelle croci a persone inferme così che lo stesso Iddio, con un miracolo, avesse pronunciato lui stesso la vera Croce. E l'esperimento, se così lo vogliamo chiamare, ebbe il suo prodigioso frutto, infatti una sola di quelle tre persone che avevano toccato le tre croci, fu redenta e guarì. Ma San Macario per avere una decisa conferma, volle ancora una prova e fece distendere tre persone morte, una ciascuna, su le tre croci. Il miracolo si verificò anche stavolta, e da una croce, la stessa del miracolo dell'infermo, fece resuscitare il morto che vi si era posato.
La grande Chiesa fu edificata e in questa la Santa Elena lasciò una metà del Legno sacro, mentre l'altra metà la portò in dono a suo figlio l'Imperatore Costantino e questa fu deposta a Roma nella chiesa appositamente da lui costruita, la chiesa di Santa Croce di Gerusalemme.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Piero della Francesca - Ritrovamento delle tre croci e verifica della Croce. Basilica di San Francesco ad Arezzo.

PRONTI....ATTENTI...VIA?!

C'era disperazione quel mattino, ognuno pareva avere la luna storta, mio padre gesticolava da se senza parlare, un maniaco che vagava per le stanze, mia madre a seguirlo come un cane, devota e silenziosa a tenergli banco ( e questa cosa già era d'allarmare, mia madre che si fa comandare!), il nonno aveva rinunciato a poggiarsi al bastone e strascicava sul pavimento, fermandosi a gli angoli delle stanze quasi chiedesse elemosina, la nonna incessante a curarsi davanti allo specchio, "testeggiando" come un'ossessa e dicendosi...”non sono ancora pronta!”. L'unica, e stavolta la devo osannare, è mia sorella che imperterrita, già di primo mattino, ha le sue cuffie negli orecchi e vive con il cellulare, per lei ogni cosa non ha valore e nemmeno interesse, questo il suo pensiero: “ E' finita la quarantena? E allora che si esca!” Io pure avrei avuto la stessa reazione ma pare invece che in casa mia sia stato dato un nefasto ordinamento, non ci crederete, ma nessuno vuole uscire. Soltanto Franchino, mio fratello più piccolo, lui ha già la cerbottana ben lucida, i pallini di carta ben distribuiti nelle tasche dei pantaloni e una voglia pazzesca, che gli si legge nel volto sereno e dagli occhi vivaci, di uscire fuori e “uccidere” qualcuno.
Mentre cammina gesticolando, mio padre parla a voce alta con se stesso, e spesso capto alcune frasi, che cerco di comprendere il senso, se non altro per darmi pace del suo comportamento alquanto preoccupante. “ Questa non ci voleva” dice , penso rivolgendosi all'ordinanza di poter uscire, “ ecco ora che mi ci ero abituato” penso voglia dire allo stare in casa.... “ ma come, dopo tutto questo lungo e faticoso sacrifico, voi mi date il permesso, di tornare a lavorare!” . Questa cosa l'ho capita meno, forse pensa che sia difficile ricominciare con tutte le precauzioni che si dovranno adottare......ma vengo subito smentito del mio pensare che “ Io non sono abbastanza riposato, io mi trovavo così bene a non fare niente e farmi credere sacrificato!”.
Mia madre che lo segue credo sia entrata in una fase d' amnesia totale, da non riconoscere a chi sta dietro e non vorrei che ci sia anche qualche cosa di mistico e soprannaturale, visto che nel seguire suo marito, ha in mano un rosario e spesso mormora....”Fa che riprenda l'intelletto, che me ne voglio liberare”....non ho capito a cosa sta alludendo, se alla nuova fase 2 per liberarsi della condizione di relegata, o forse, meglio, si voglia liberare del marito, anzi mio padre, che ha dovuto sopportare per tutto questo tempo.
Il nonno l'ho capito, non ci vuole tanto, lui strascica sul pavimento per far si che non lo si obblighi a uscire fuori come era abitudine, prima, prima del Covid....lui non vuole andare a scaldare di nuovo quella panchina del parco, avere d'intorno tutti quei “mocciosi” di bambini che le proprie madri non si curano, non vuole più dar da mangiare ai piccioni sapendo che poi, gli stessi, verranno a cibarsi dei vermi sulla sua tomba. Il nonno si fa credere impossibilitato di camminare.
Invece il problema della nonna è solo per un senso di vanità, anche se ormai vecchia, che ha mantenuto nonostante le rughe e gli acciacchi, poi in questa quarantena si è un poco ingrassata, i movimenti si sono fatti più lenti e qualche ossa pavoneggia di una mancanza d'olio, tanto d'essere arrugginita....e allora si guarda nello specchio e dice : “ Datemi qualche giorno ancora, devo prepararmi all'uscita!”
Fuori intanto sento già il vociare degli inquilini, il rombo sulle scale, le auto che rumoreggiano, odori di nafta e petrolio, l'inquinamento sale, e anche io non ero preparato a ritrovarmi addosso tutto questo baccano e questo odore acre nelle narici, non ero pronto ancora ad abbandonare il placido silenzio e il dolce profumo dei fiori della primavera, invece che della benzina bruciata e delle immondizie ancora sulla strada....si perchè i dipendenti della ditta che si occupa a ripulire i bidoni hanno deciso, che anche per loro è il primo giorno, finalmente, di ritrovarsi insieme per le strade....e vogliono far festa come gli altri.....e allora perchè io mi ritrovo, io solo, ad avere questa famiglia...o forse no!
Dalla tromba delle scale sento un grido anomalo, come se qualcuno si fosse fatto male, mi affaccio sul pianerottolo, ma mi è bastata quell'ombra strana appoggiata alla parete per non essere intravista dalle persone di sotto, nelle scale, per capire cosa era successo, Franchino aveva colpito, non ce l'aveva fatta ad aspettare! “Mi sono proprio divertito!” fu la sua esclamazione.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: by Jannis Migadis

venerdì 1 maggio 2020

ITALIA UNITA

Ci sono voluti secoli di guerre e di combattimenti, rivoluzioni e ripensamenti, ci sono voluti coraggiosi e valorosi uomini che hanno sfidato tutto e pure la morte, ci sono volute donne con il sacrificio e la devozione, ci sono voluti pensieri, moti ed evoluzioni, ma nonostante tutto, l'Italia non è mai stata davvero unita, almeno nel cuore e nella mente. Il Nord ha sempre bistrattato il Sud è cosa sempre risaputa, il Sud ha sempre “odiato” il Nord non è un un modo di dire, e sempre siamo stati a dissipare gli usi e i costumi, l'economie e i lavori, con diversificazioni sociali e sempre ci son stati i “terroni” e i “padani” sempre ci sono stati gli odi comuni e le distanze. L'Italia è stata fatta, sulla carta e sulle leggi, forse anche nei valori ma non nel cuore. Siamo Italiani quando tifiamo la squadra di calcio che ci rappresenta, siamo italiani quando un campione si fa notare alle olimpiadi, e non ha importanza la sua regione nativa, siamo italiani quando c'è da pagare una tassa o c'è da criticare un governo, quale esso sia. Siamo italiani pure quando all'estero ci andiamo come semplici turisti, e allora tutto quello che noi abbiamo è sempre più bello e quello che noi abbiamo è tale perchè è Italiano, siamo italiani con la pasta e la pizza margherita, con le diversità di pane e olio e vino che ci compete.
Erano in mille e ci credevano davvero, e ce la fecero pure a stenti e a dolori a unificarci, ma mai ci fu e c'e stata una vera unificazione fino a.......Marzo e mesi a venire.
La mole Antonelliana, simbolo della prima città capitale, è silenziosa e svetta verso il cielo e guarda la sua Torino come ugualmente la Madonnina sul Duomo di Milano si rattrista di quel silenzio immane, la gondola di Venezia ha lo stesso rumore svanito delle auto che non sfrecciano sulle strade di Firenze, la torre di Pisa pende ancor di più nel cercare sotto di lei le persone nella stessa maniera in cui soffrono la torri degli Asinelli e Garisenda che si affacciano su una Bologna rossa, ma solo di colore. Piange Genova dal quel maledetto ponte e sono lacrime profonde come quelle di Bergamo che contano i suoi tanti morti, brividi scorrono nel sentire il ghiaccio profondo su Piazza San Pietro in Roma che è uguale al piazzale della basilica di San Francesco ad Assisi, mutano i colori d'azzurro mare divenendo quasi grigi in una Napoli non comune che poi sono gli stessi colori del mare di Palermo, abbandonato a una deriva senza sogno.
E' bastato un piccolo, sconosciuto, minuscolo, letale microbo a ricordarci che siamo Italiani, che ognuno ha avuto il suo “dovuto” contagio, che ognuno ha avuto il suo “obbligo” di rinunciare alla libertà, al lavoro, agli affetti e rinchiudersi e ripararsi dal pericolo di quel minuscolo morbo, ed è a lui che “nonostante tutto” gli dobbiamo quell'insieme identico che ha creato che è stato ed è unico e uguale in tutta la nostra Italia.
E allora siamo stati italiani alle finestre, con canti e inni nazionali, sventolio di bandiere, siamo stati italiani nell'apprendere dei morti e dei contagi, siamo stati Baresi come gli Alessandrini, siamo stati Cagliaritani come Anconetani, siamo stati Toscani come i Pugliesi, Molisani come i Valdostani, e quel silenzio ci accomuna come non ci hanno mai unito le tante parole, e spesso ingiurie, e tutti ci troveremo fuori uguali e senza alcuna differenziazione o emarginazione razziale, saremo tutti eguali, “mascherine e guanti” e non ci saranno più tipologie di regioni.
Ci voleva un forte e pericoloso male a farci del “bene”.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web