sabato 7 marzo 2020

GIORNATA DELLA DONNA A TUTTE LE INFERMIERE - FLORENCE NIGHTINGALE

La giornata della donna, quest'anno la vorrei dedicare a tutte quelle donne infermiere che si prodigano in questo difficile periodo, per la salvaguardia, la cura e il conforto alla miriade di persone soggette al maledetto virus che ci ha colto, a queste donne che sacrificano il loro tempo, i loro stessi cari, per il prossimo e per esso sfidano il pericolo e si soccombono di fatiche immani.
E nel ricordarle vorrei menzionare la capostipite di tutte loro, quella che più di un secolo fa riuscì a far valere la sua aspirazione anche contro i genitori, e a far instaurare in un mondo di uomini, uomini che andavano alla guerra, un servizio di donne che si prendessero cura veramente dei feriti sul campo, una donna che fece valere la sua discriminazione e fece cambiare idea a un sistema inglese che usufruiva del soccorso infermieristico femminile solo da donne ubriache e prostitute.
Florence Nightingale, così si chiamava, dopo aver frequentato un corso infermieristico, contro l'assoluto diniego dei genitori, ebbe la fortuna di ottenere il permesso di visitare in Francia, gli ospedali di Parigi che erano affidati alle efficienti Suore di Carità, poi ritornata in patria fu assunta come direttrice della “Casa per le gentildonne ammalate” dove dovette sovraccaricarsi di impegni non indifferenti quali sorvegliare le infermiere, assistere alle operazioni, contenere le spese di carbone, di cantina e di dispensa, ma nonostante il grande sacrificio lei impeccabile riusciva in tutto e gli valse anche come una buonissima esperienza. Esperienza che di li a poco ebbe a dimostrare, quando durante la guerra contro la Russia, in Crimea, ci fu una forte richiesta di personale che si prendesse cura dei tantissimi feriti, l'Inghilterra non aveva un preciso corpo sociale che se ne occupasse, e invidiava la Francia alleata, che invece era ben gestito dalle Suore di Carità. Fu il primo ministro di allora che incaricò la giovane Florence di partire con le sue infermiere, ma questa sapendo come le donne venivano trattate in un esercito di soli uomini, volle più considerazione e pretese che riconoscesse il suo ruolo e quello delle sue compagne come facente parte ufficiale dell'esercito Inglese. Il primo ministro non poteva rinunciare a tale proposta, l'opinione pubblica si stava facendo beffa della situazione Inglese in merito, e per non dare adito ad altre forti critiche, accettò. Per la prima volta nel mondo veniva riconosciuta la mansione di infermiere a un gruppo di donne. Si trattava non soltanto di una rivincita professionale ma soprattutto esistenziale e di rispetto e riconoscimento alla donna stessa. Il lavoro che queste donne fecero al campo, fu indescrivibile, cambiarono totalmente la gestione e riuscirono a portare aiuto reale e efficiente ai tanti “uomini” che entravano in quei improvvisati “ospedali”. Naturalmente volarono critiche e anche molte di carattere offensivo verso queste donne che si intrufolavano in un ambiente puramente maschile, e trovarono per un primo tempo, molte ostilità da parte anche dei medici militari, ma la loro tenacia e il loro saper ben lavorare, ammansì la disapprovazione.
A guerra finita il Governo aveva messo a disposizione di queste donne, per il ritorno in patria, addirittura una corazzata, ma Florence insieme alle altre preferirono rientrare in assoluto segreto e naturale discrezione, non amavano e non volevano assolutamente fasti e pubblicità.
Ma la salute stavolta fu avversa verso la Nightingale che dopo poco si trovò, per una penosa malattia, condannata all'immobilità, ma questo non fermò assolutamente il suo fare e riuscì a fondare all'Ospedale St.Thomas, la prima scuola pratica per infermiere laiche e nel 1861 si diplomarono le prime 13 alunne, che assunsero come loro personale divisa, un abito bruno e cuffia bianca. Il resto poi fu storia, e alla veneranda età di 90 anni, nonostante quasi la metà trascorsi invalidata, Florence Nightingale morì lasciando un futuro aperto alla professione e alla libertà della donna.

Roberto Busembai (errebi)
Immagini web: Florence Nightingale e un'infermiera oggi

mercoledì 4 marzo 2020

SOLO PER ELISABETTA (Dedicato alla donna)

Andava bene così, un giorno lei a casa di lui, un altro in un prato o dentro l'auto, e si incontravano con la consapevolezza del loro rapporto che non era esclusivamente sesso, ma cresceva piano piano, e ogni volta era bellezza e fascino insieme. Andava bene così perchè i suoi non dovevano sapere, ovvero sua madre non doveva sapere, il padre se n'era lavato le mani della famiglia, un giorno, che ubriaco era entrato in casa, aveva spaccato tutto quello che aveva trovato tra le mani, schiaffeggiato sua moglie, rinchiusa lei in cameretta, che aveva cinque anni allora, ora poco di più della maggiore età. Andava bene così perchè non c'erano ostacoli in quel leggero momento, lei aveva il suo spazio di libertà che scambiava con lui e lo faceva lieto ed era il padre perduto oltre che l'amante, ma un padre nello starle vicino, amante nell'ascoltarla, accarezzarla e fare l'amore.
Andava bene così e sarebbe andato anche oltre ma.....
Un giorno, che non era d'aprile e neppure d'agosto, era un giorno comune, come al solito si incontrarono, quella volta avevano deciso di regalarsi un giorno di mare, e sulla spiaggia deserta in quel primo di marzo, si trovarono a camminare sulla battigia di un mare agitato che scagliava le sue onde bianche con impeto e forza, quasi a volerli punire. Era strano il volto di lei e il suo sorriso, un velo traspariva allo sguardo e tradiva un sentimento che lui non riusciva a capire, ma aspettava che fosse lei a parlare, e compiva quei soliti gesti di sempre nel fingersi, anche lui, libero come erano abituati.
Il vento si alzava sempre più violento, e ripararono perciò dietro a un'altura, una duna, sdraiandosi vicini sulla sabbia e godersi mano nella mano il cielo che li sovrastava, lui a contare nel cuore gli attimi che ancora lei avrebbe avuto a parlare, lei a contare le nuvole che avrebbe dovuto fare scendere nel loro stare insieme.
“ Paolo, ho una cosa da dirti, e non so come fare.....”
“ Avevo capito che c'era qualche cosa, aspettavo, ti giuro, con ansia. Non devi trovare parole particolari, parla come sempre hai fatto, come sempre siamo in grado di fare, liberamente, tutto diverrà più semplice. Tua madre?”
“ No, no stavolta non c'entra mia madre, almeno per ora......C'è stato un errore......c'è stato un mio sbaglio o tua disattenzione”......
E sulla rena si aprivano solchi di righe incavate da un dito nervoso, quello di Giulia, che scavava quasi che in quel mare di sabbia ci fosse la soluzione per quello che aveva da dire.....
Poi un silenzio grande come lo stesso mare, un silenzio che pareva un rumore assordante che scendeva nel cuore, poi un sospiro profondo, più fondo di ogni abisso....
“Aspettiamo un bambino!”
E cadevano lacrime silenziose sugli occhi e si ristette chinando la testa sulle sue ginocchia con le gambe portate al petto.
E sulla spiaggia la notte ebbe il sopravvento, un turbinio di cose e di fatti scorrevano nella mente di Paolo, la vita sembrava finita, il sogno di tutto, le speranze come briciole di un biscotto crollavano al limite del mare, un brivido freddo lo invase e non lasciò più per molto a passare.
“ Potremmo ….anzi potresti abortire!”
E gli venne così maledettamente bene e naturale quella frase che, solo dopo che l'aveva pronunciata, se ne ebbe a pentire e si specchiò nel suo aberrante egoismo e nel suo maschilismo che non credeva di possedere.
Giulia, lo guardò negli occhi con tutto il rancore possibile, la rabbia mista a un richiamo d'aiuto che non sapeva trovare, aveva negli occhi la risposta che sapeva di avere, aveva nel cuore le grida di sua madre “ Gli uomini sono il più brutto affare!”, e aveva nella testa ancora le urla di suo padre che non parlava di aborto ma d'abbandono ed erano in quel momento uguali parole.
Elisabetta nacque in un giorno di pioggia, era novembre inoltrato, Giulia aveva sofferto da sola la pena di andare avanti, una madre che l'aveva accettata ma con molta cautela, quasi avesse la peste, e di Paolo non seppe più niente, Elisabetta era un angelo in questo inferno di vita, ma i primi gemiti e il primo bisogno di latte, portarono a Giulia il dolce sapore di una spiaggia o di un prato di allora, la vita che questa bambina ora possedeva era qualche cosa di grande e di unico.
Un giorno, era da poco ritornata dall'ospedale, sulle scale di casa, davanti al porta chiusa sul pianerottolo c'era Paolo che l'aspettava.
“Dio com'è cambiato, è ancora più bello.....” così ebbe a pensare subito Giulia, ma il cuore aveva quella grossa ferita che non si può dimenticare e gli disse:
“ Cosa vuoi?”
“ Posso vedere la bambina?”
Il sangue, quando la rabbia lo fa ribollire, fa fare cose che la mente non riesce a trattenere, ma diversamente, quando alla rabbia, c'è anche il dolore provato, il sangue non riesce a scaldare, e diventa gelato, e non si riesce neppure a parlare, e così si era sentita Giulia in quel momento, non trovava la forza di rispondere, la mente incitava a dire “ Vattene” ma il cuore sussurrava complice di una coscienza...”..è anche sua figlia”, ma non uscivano parole.
“ Ti prego Giulia, sono cambiato credimi, ho sbagliato, lottato e sofferto, e mi sento in dovere di essere padre, non chiedo il tuo amore, ma quello di questa bambina che ho capito che è un nostro frutto e non è giusto che abbia a soffrire, e poi per mancanza di un padre.”
“ Puoi venire un'altra volta per favore? E' troppo per me questa improvvisazione, devo pensare Paolo. Ti prego un'altra volta e ci accordiamo.”
Quanta pacatezza nel pronunciare quelle giuste parole, quanta freddezza nel non dimostrare il rancore pietoso che portava sul seno, quanto veleno ingollato nelle lunghe giornate quando la pancia cresceva e una madre non trovava che parole per deriderla e dissacrare la sua scelta di non volere abortire, e quanta paura di non sapere come poi andare avanti con quel corpicino che avrebbe preteso naturalmente, e quanto odio da scaricare perchè i giorni erano stati tanti e tanti avevano fatto riflettere e rimangiare, piangere e rinnegare.
E fu in quella pacatezza che Paolo sentì tutto il male che aveva donato e nel silenzio, come era arrivato, se ne scese le scale.
Elisabetta aveva il diritto di vivere e il diritto di avere, come tanti, un padre e una madre, anche Elisabetta aveva il bisogno, come tutti, di un amore e di un insegnamento che non dovevano essere soltanto da un parte, e solo per Elisabetta, Paolo si prodigò per aiutare Giulia ad allevare la bambina, si prodigò a far si che il tribunale riconoscesse la custodia congiunta e gli concedesse dei giorni per stare con la bambina, e soltanto per Elisabetta e forse anche per se stessa, che Giulia approvò che tutto si facesse anche se ormai il sentimento tra di loro era solo un ricordo di quei giorni, che in segreto si incontravano in un letto o riparo diverso, solo per Elisabetta si può essere, crescendo nel tempo e arrivando a capire, padre e madre anche senza tra loro l'amore.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: by Frank Horvat

martedì 3 marzo 2020

PIETER BRUEGEL IL VECCHIO - LA TORRE DI BABELE

“Costruiamoci una città e una torre che possano arrivare fino al cielo, tanto d'arrivare a quel Dio che ci comanda!” L'uomo ha sempre posseduto la superbia e la pretenzione di sentirsi superiore a tutto e a tutti a scapito, sempre, della sua situazione. Non sono bastate le esperienze passate, già da queste nominate nel testo religioso della Bibbia, ma non sono bastate quelle davvero vissute nei tempi passati che ancora oggi pretende e ha la superbia di essere migliore e superiore. In questi ultimi tempi e soprattutto in questi ultimi giorni non ci sono notizie in cui la supremazia e la barbarie dell'egoistico uomo non faccia danno e provochi morte con il conseguente distacco e discriminazione di coloro che invece ne provano sulle loro spalle il danno fisico e morale.
Dio, o chi per lui, questo non è l'importante, fece si che tutti coloro che collaborarono alla costruzione non potessero più capirsi, il loro parlare era d'ognuno diverso, e in questo bailamme di comprensioni e di assoluta dispersione di voci e parole, la torre, la città franò come un castello di sabbia e l'esistenza umana non ebbe mai più a intendersi e non solo nella parola, ma nelle gesta e nel pensiero, rinchiusi ancor di più nel proprio egoismo e accentramento di dominio, l'uno su l'altro.
Ho scelto questa magistrale opera la “Torre di Babele” di Pieter Bruegel il Vecchio, perchè ancora oggi, i fatidici anni 2000, l'uomo combatte e soffre questo distacco, non ci comprendiamo per niente e non vogliamo comprendere, ci piace sempre più essere i superiore gli uni degli altri e anche se siamo nella stessa situazione dovuta a un fattore naturale, noi pretendiamo di superarci gli uni contro gli altri e addicendo colpe a questo e quello senza cercare di capire. Emarginare, ostacolare, anzi uccidere a chi pretendiamo di riconoscere il colpevole di un qualche cosa, che poi colpevole non lo è affatto ma anzi ne è il succube e ne subisce il martirio.
Tornando all'opera d'arte, il Maestro ha saputo, con magistrale intelligenza e rappresentazione artistica riproporre quel tema della Sacra Scrittura, una torre che quasi ha raggiunto il cielo, ma ecco
il genio di Bruegel, che con una maestria ironica ci pone una magnifica torre che sovrasta la città e che tocca quasi il cielo e nella sua apparente perfezione ci fa intendere che questa non ha possibilità ne di esistere ne di essere portata a fine, infatti il giocoforza dell'opera è proprio nell'averne costruito un edificio che esternamente si erige in una struttura a chiocciola, mentre nel suo interno si intravede che la struttura è a spicchio e questo non può assolutamente essere possibile nella realtà, e di questo se ne scaturisce appunto che non vi era comprensione tra i costruttori. Bruegel in questa grande opera d'arte ha saputo cogliere il fallimento della pura razionalità ostentata dall'uomo. Una nota in più da notificare, la struttura della torre richiama quella del Colosseo, che è ritenuto il simbolo del mondo classico e nel quale venivano trucidati, martoriati e uccisi i cristiani.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Pieter Bruegel il Vecchio - La torre di Babele

domenica 1 marzo 2020

RITORNO CON LA CORRIERA

Era salito su quella corriera, quasi come fosse uno straniero, si sentiva osservato, ma non perchè avesse i pantaloncini corti e due calzettoni lunghi da arrivargli quasi al ginocchio, non per i capelli rasati come se la sua testa fosse una grossa mela, ma perchè aveva due occhi grandi e neri e da quelli uscivano, a sua insaputa, tutte le cose che già, così piccolo, aveva circa 6 anni, avesse affrontato e visto. Si sedette al primo posto libero che trovò, le gambe penzoloni per l'altezza della seduta, e lo sguardo rivolto verso il finestrino, dando un'occhiata, da così in alto, alla campagna che lui conosceva, ma la conosceva con i piedi in terra, negli angusti boschi di acacie e di pioppi irti e lunghi a toccare il cielo, il bordo del fiume che scorreva laggiù, oltre il poggio verde a proteggere l'inondazioni, lui lo sapeva quante canne al vento e quanti pesci c'erano che liberi si avvicinavano al mare per poi tornare indietro, perchè loro non vivevano nel sale, ma solo acqua dolce, che al tempo quasi si poteva bere. E ancora guardava quelle vecchie case, dai muri malamente intonacati, colori cupi e "stoini" di un verde antico e usurato alle finestre, parevano anche loro che lo stessero a guardare, anche loro conoscevano il suo destino e soffrivano al dovere restare inermi senza aver niente per contraddire, e lui le conosceva quelle case pure nell'interno, cucine ampie da caminetti quasi sempre accesi, pentole a ribollire e noci e mele come frutti, posati sopra un lungo tavolo di legno poco levigato, quasi a menzionare la povertà che circolava immensa, quella era la mensa e altro non c'era da cercare.
Il frastuono del rumore della corriera in partenza, lo distolse un attimo dal pensare, e come soltanto un bambino lo può fare, si destò con la curiosità mista a meraviglia di quel mezzo che riusciva a camminare senza essere spinto da niente e da nessuno, non come il vecchio aratro che usava suo nonno, che oltre ad essere trainato da quelle grosse bestie di tori, spesso si era trovato, lui bambino, a spingerlo insieme al nonno perchè la lama non usciva dal solco che aveva aperto nel grasso terreno. Ecco si muove, e pure le case e tutto l'intorno improvvisamente cambia e offre case diverse e diverse campagne, persone e alberi che non aveva mai veduto, non conosceva i platani e nemmeno i lecci, non aveva mai visto un'abitazione così tanto alta, come quelle che ora gli si parava davanti, tante finestre e un solo portone, e niente stoini ma persiane, ma lui ancora non sapeva questo nome.
In lontananza gli parve di scorgere l'abitato che ora lui doveva lasciare, era proprio laggiù che lui fino ad ora aveva abitato senza mai credere o pensare di doverlo un giorno abbandonare, non certo così presto e così in fretta, e così in fretta aveva dovuto conoscere e sapere che quella che fino ad allora aveva amato, conosciuto, sorriso e pianto insieme, non era la sua vera madre, ma solo una che lo aveva allevato, perchè....che cose difficili da capire gli giravano nella testa,.....perchè la sua vera madre era morta quando era nato, e ora ritornava alla casa dove avrebbe trovato un padre e una madre ad accudirlo perchè doveva andare a scuola e.......e quante cose aveva appreso in un momento e in quel momento non aveva pianto, non si era disperato, il pianto e la disperazione erano nel volto di quella che sempre lo aveva allevato e gli diceva quelle cose mentre lo aveva accompagnato alla corriera.....lei lo sapeva che non lo avrebbe più abbracciato e lui ancora non capiva bene e perchè quella "sua madre" non piangesse ancora gli colse una margherita e gliela donò, come sempre faceva ai primi tepori di primavera. " Mamma non piangere, poi ritorno con la corriera".
Ora le mura di una città si facevano prepotenti, fuori non c'erano più i campi e non si vedevano più i poggi che proteggevano il fiume, e chissà perchè, lui non lo capiva, aveva dentro gli occhi grandi e neri, una lacrima che voleva scendere a tutti i costi e dopo quella altre a farle compagnia. " Mamma ritorno con la corriera".
"La corsa è finita, siamo arrivati". Urlò il conduttore e tutti scesero e lui che ancora non sapeva cosa fare, si sentì chiamare dal fuori dell'uscita principale, si voltò sorpreso e c'era una donna che lo aspettava a braccia aperte e gli sorrideva: " Francesco vieni, vieni sono qui che ti aspettavo....." Scese, fu da lei abbracciato stretto stretto, non si sentiva di doverle niente, lei lo prese per la mano e mentre parlava si incamminarono per la strada cittadina.....c'erano delle aiuole in mezzo ad una piazza e c'erano pure delle margherite, ma la voglia di coglierne una l'aveva già repressa, o forse nascosta per non sciupare niente......e ritornò alla frase della corriera......tornerò, mamma, tornerò anche senza corriera.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

venerdì 28 febbraio 2020

LA LEPRE E I SUOI AMICI

Un critico dell'800, scrisse a proposito delle favole su gli Annales litteraires:
“Tutti coloro che hanno scritto favole dopo La Fontaine assomigliano a coloro che hanno costruito delle piccole capanne ai piedi di un edificio che si innalza al cielo; la capanna di Florian è costruita con più eleganza e robustezza rispetto alle altre e le domina di parecchi gradi!”.
LA LEPRE E I SUOI AMICI


Quante volte vi sarete incontrati, camminando per boschi e per prati, con una lepre che furtiva vi attraversa il cammino o nascosta e solerte si ciba dei frutti della natura e vi sfugge al primo vostro sottile respirare. Ebbene una volta, una di queste buone, affettuose e gentili bestiole aveva un gran desiderio, di avere intorno a se tanti amici e non dava adito a quello che altre sue simili dicevano in proposito: “ Amici miei, non ci sono purtroppo amici!”.
Ma lei appena uscita dalla sua tana incontrava sempre qualcuno e per questi cercava sempre di essere gentile e servizievole, ora incontrava un coniglio, suo cugino di razza, e magari lo invitava nella sua tana:
“ Vieni cugino nella mia tana, ho preparato una buona colazione”
Oppure scorgeva uno di quei cavalli ancora liberi nei campi e si prodigava a informarlo:
“ Conosco un laghetto qui vicino che ha acque così limpide e leggere da cui puoi abbeverarti tranquillamente, seguimi che ti insegno il luogo”.
E così faceva con tutti gli animali che aveva ad incontrare, cervi, daini, tori e tanti altri e con essi era sempre gentile e premurosa, si mostrava compiacente e pensava che un giorno ne sarebbe stata ricambiata.
Avvenne che una mattina, appena uscita dalla tana, sentisse un gran fragore e un suonar di corno, che si avvide del grande pericolo che le accadeva, un branco di cani erano stati liberati per la sua caccia, uomini con fucili li seguivano per sparare al primo muoversi di animale, e a lei non restò che iniziare a fuggire con tutta lo forza e il fiato che possedeva e questi dietro senza darle tregua.
Cercò allora riparo nel bosco e incontrò il cugino coniglio a cui chiese riparo nella sua tana, ma questi con la scusa che sua moglie aveva partorito da poco tanti coniglietti, non vi aveva posto per darle riparo, e allora con il cuore in gola continuò il suo stressante correre quando trovò un toro, uno di quelli a cui aveva sempre portato rispetto e donato piacere, chiese di nuovo aiuto ma questi, con finto rammarico, gli spiegò che già aveva da lottare per proteggere i suoi figli, due giovani vitelli e non poteva badare a lei.


Così fu con altri animali che incontrava nel suo affannoso tentativo di riparo, con i cani dietro attaccati al suo fiato, nessuno di coloro a cui le si era dedicata con tanto amore, ora gli dava ascolto e aiuto, quando capitò dietro un grosso cespuglio e vi trovò due caprioli, anch'essi al riparo dai cacciatori e dai cani. Uno dei due si sollevò e con uno scatto invidiabile uscì dal nascondiglio e iniziò a correre così da turbare un attimo il fiuto dei cani, che lasciato quello della lepre, si dedicarono a quello più invitante, una preda davvero invidiabile. Il capriolo trascinò dietro di se i latrati dei cani, zigzagando tra gli alberi e i folti cespugli per poi ritornare alla nascondiglio iniziale dove una volta raggiunto, l'altro capriolo prese a correre come il suo pari e così in eguale maniera ritornò a sua volta al riparo e ancora l'altro che si era riposato riprese la corsa, e in questo scambio di ruoli la lepre ne rimaneva affascinata, sorpresa e sbigottita. La cosa andò avanti quasi fino a sera finchè i cacciatori ormai delusi e i cani stremati abbandonarono la magra caccia e i due caprioli poterono così riposare. La lepre non potè che compiacersi dei due compagni e disse:
“ Come siete stati bravi! E come vi volete bene! L'amicizia è una grande cosa! Anche io, sapete, ho tanti amici, ma oggi......”
“ Tanti amici?” la interruppe uno dei caprioli “ Tanti amici?......Oh, basta uno solo, ma vero e sicuro.”
Morale: “ Soltanto nella sfortuna si afferma la forza umana, e la fedeltà dell'amico si sperimenta soltanto nella tempesta” (Korner)
Mio libero adattamento da “Fables” di Jean-Pierre Claris de Florian
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web by gallica.bnf.fr

giovedì 27 febbraio 2020

INTERVISTA A......(Forse è un sogno)

Forse è un semplice sogno, fatto in una notte magari agitata, un qualche cosa insito nel cuore che rovina come un mestolo dentro la pentola piena, o forse un mero desiderio che scivola leggero, un miele posato su una semplice fetta di pane, e comunque non cerco di darne ragione ma prendo soltanto quello che ne viene e scrivo quello che mi è venuto da fare e a voi , a chi certo lo vuole e ne trova piacere, lascio il gusto di leggere e lasciarsi catturare, non dalle mie parole ma dal pensiero di colui che parla in mia vece e che lo ha fatto davvero, lascio a chi lo vuole, a chi crede e soprattutto a chi non è credente ma sa riconoscere il bene dal male.
Camminavo, assorto nei miei fugaci pensieri, tra i campi verdi della mia regione, in un giorno tiepido di primavera, cercando di lasciarmi condizionare dalla stagione e dai colori, liberando la mente da inquinamenti di cose e persone, da macchine e uffici, da vizi e rancori, soltanto posando
un passo leggero dopo l'altro su quella strada sconnessa di sassi sparsi come semina gettata e buche nel terreno ancora umide di residuo bagnato di piogge lontane. Era un viaggio nella mente più che un camminare di gambe, il tragitto sarebbe stato breve, tra un borgo vicino e il suo limitare di un fiume che già ne intravedevo le rive, quando una figura si stagliò decisa, un poco più distante, quasi al limite di quelle acque che avrei presto sfiorato. Pensai subito a un Certosino, uno di quei tanti frati di un monastero nelle vicinanze , che solitamente usavano camminare in alcuni momenti del loro fare e pregare, ricordo che da bambino ci era stato insegnato un modo di dire alla loro visuale “ che se si trovava un Certosino (passeggiare vicino al fiume), sicuramente il cambio del tempo era vicino” e chissà, ma davvero, presto avrebbe piovuto. Mi avvidi , però, che non indossava il classico saio bianco avorio del loro ordine severo, era una figura di un uomo, con un saio marrone, un frate mi sovvenne di pensare, e piano piano si avvicinava al mio cospetto, con un andamento spavaldo e sereno, quasi, come me, si librasse del panorama e della stagione.
Fummo presto a due passi, l'uno dall'altro ed ebbi a vederlo nel viso quell'anziano signore, era un umile frate dal volto scarno e smagrito, che le rughe segnavano il tanto tempo trascorso, una barba rossiccia mista da un pelo bianco lucente, contornava il viso e ne dava un aspetto importante, ma aveva due occhi brillanti e vivaci, sereni e puliti, quasi innocenti, uno sguardo direi da bambino che era un controsenso su quel volto anziano e emaciato.
"Buongiorno"....una calda voce profonda ebbe a salutarmi
"Buongiorno" ...risposi quasi meravigliato e sorpreso del suo agile e giovanile fare, quasi a sembrare straniero nel suo corpo denutrito e scheletrico.
"Che bella giornata vero? La primavera è sempre bella anche se fosse piovuto."
"In effetti è vero"....(mi aveva colto di sorpresa questa sua disponibilità nel voler parlare, ma al contempo ne ebbi piacere e continuai) "Quando ci sono queste giornate ne approfitto sempre per trascorrerne un poco in solitudine e pensare."
"Bravo, soltanto così si può apprezzare quello che ci è stato donato. La vita ci offre ogni bene ma siamo noi a farlo diventare diverso e a trasformarlo nel peggiore che possiamo."
"L'uomo crede che tutto sia scontato."
"La vita non la è. La vita è un dono e come tale bisogna portarle il rispetto e la devozione che ogni cosa donata ne richiede. Basterebbe illuminarsi spesso nel volto di un bambino per ritrovare la risposta. L'innocenza che gli compete, già di per se, è la gratitudine al suo stesso vivere al momento."
"Avete delle belle parole, padre......?"
"Chiamatemi come volete, un nome è soltanto un identificazione, ma se proprio volete farmi felice, scegliete per me un nome altisonante e comune, uno di quelli che al solo nominare si illuminano le menti....."
"Mi verrebbe di chiamarvi con un solo nome che potrebbe sicuramente competervi, per gli abiti che portate e per le parole che usate.....vi chiamerò Francesco se avessi da chiamarvi ancora."
"Voi avete osato troppo, forse, quel nome lo sapete che è il massimo che potete offrire a un semplice frate....quello non è un nome, Francesco è un'entità nel cuore, un volo di gabbiani nell'anima, un raggio di sole nella mente, una nuvola bianca nel camminare, un bene che soltanto il Dio superiore può superare."
"Ora mi fate arrossire, non volevo offendere....."
"Ma non avete offeso, anzi ve ne sono altamente grato e sono contento di questa vostra scelta perchè ciò significa che lo avete comunque nel cuore, e avere riscontrato in me, questa qualità vi deve rendere felice."
Poi ristette in silenzio, quasi in contemplazione e subito riprese:
"Se avete tempo potremmo riposare insieme su quella panchina?" E indicò una panchina in legno che sinceramente non credevo esistesse, eppure attraverso spesso questo tratto, e dal colore consunto e roso pare che sia esistita da tanto.
"Con piacere".....E ci sedemmo con piacevole disinvoltura, devo ammettere che mai mi ero trovato a chiacchierare con tale compiacimento con un frate, a volte mi era capitato di farlo nelle varie abbazie o conventi famosi, ma solo per compiacermi del luogo o soltanto perchè essi fungevano da guide per visitare i luoghi.
"Il riposo è doveroso" Riprese a parlare "e rispettoso verso il nostro corpo, sapete, non si deve mai pretendere oltre, ogni cosa di noi ha un suo valore e una sua proprietà che con il passare del tempo, però, cambia e diventa diversa e più fragile, e ogni minimo accadimento potrebbe guastarla, sta a noi nel rispettarla e accettare questo decadimento."
"Se permettete, non so gli anni che portate, ma avete uno sguardo giovanile che sorprende sul vostro corpo maturo."
"L'anima non invecchia!"
Devo dire che talvolta le sue affermazioni mi lasciavano interdetto, avevo verso questo fraticello un senso di avvicinamento ma al contempo sentivo come un distacco, un rifiuto, a volte le sue parole sembravano dettate categoricamente e stonavano nell'abito che indossava e nel suo umile modo di fare.
"Vi spavento vero?"
(Leggeva pure nel pensiero?) "Perchè dite questo, non mi spaventate, direi mi sorprendete."
"Credetemi non voglio arrecarvi danno alcuno, spesso rilascio parole e pensieri quasi come dottrina, ma non è nelle mie intenzioni, è che vengo rapito da una ricerca continua interiore e ne esco quasi con forza, per liberarmi e lasciarmi andare. Vivo in continuo soffrire del mondo che mi circonda e ne assorbo la luce e il sapore, il rumore che sovrasta e il silenzio che squarcia il dolore. Quando ero giovane credevo che l'unica cosa che poteva far felice un uomo, fosse la ricchezza e lo star bene, baldorie e divertimenti, quando si è giovani non si apprezza la forza e lo stare in salute, lo si ha solamente e se vi si abbina un valore terreno, allora diventa l'oppio del momento e ce ne droghiamo."
"Posso dirvi una cosa? Il vostro parlare mi rende sereno e sono grato di avervi incontrato"
"Io sono grato di avervi incontrato, non per la mia solitudine dei giorni, ma per sapere che posso ancora parlare a chi ha voglia di ascoltare. Avevo ragione quando insieme ad altri miei confratelli, dicevo che l'uomo non perderà mai il desiderio del bene, forse lo tramuterà, lo offuscherà, ma sono sempre stato certo che prima o poi lo avrebbe risollevato e cercato. Voi ne siete un piccolo esempio, perchè come me vi siete trovato in questo naturale ambiente, e avete iniziato, forse anche inconsciamente, ad amarlo e a provarne piacere, e l'avendo trovato un qualcuno che come voi godeva di queste cose, ne siete rimasto estasiato."
"Sono un peccatore come tanti, credetemi, non ho niente di particolare."
"Siete un uomo come tanti, come me, come tutti. Il peccato è l'altra parte dell'anima, quella che si nasconde e che non trova la forza di uscire, ma il peccato non sarà mai grande e tale perchè ha sempre l'altra faccia dominante che è il perdono di se stessi, il sapere cosciente di fare del male e potersi così redimere e ritrovare la pace interiore. Anche io ho peccato, e pecco tutti i giorni nel desiderio di mangiare, Dio non vuole che abusiamo, il piacere è il nostro diavolo interno, il piacere inteso come godimento di ogni cosa e lo sproposito nell'abusarne. Dobbiamo essere lieti di vivere, di conoscere il cielo e il mare, gli uccelli nel cielo e i pesci nelle acque, gli animali della terra e tutti i suoi frutti che ci vengono elargiti, e dobbiamo porsi in riverenza continua per tutto questo immenso che usiamo ogni giorno che Dio ci ha dato di usarne."
"Ora mi sento davvero piccolino di fronte alla vostra grandezza interiore."
"Non mi gratifichi tanto, sono anche io un comune mortale, ho adorato con tutto il mio cuore quello che Dio ci ha donato, ho abusato da giovane come vi ho narrato, ma ho sofferto nel bene procurato e nel trovare il male in ogni angolo del mondo, ho visto morire nelle malattie più dolorose che l'uomo potesse sopportare e ho cercato di alleviarne in questi portatori, la tristezza interiore e la solitudine immensa che si sono trovati a doverne subire, perchè l'uomo malato arreca rifiuto a quello sano, perchè difficilmente si viene a capire che proprio in quel disgraziato momento, l'uomo che soffre ha più bisogno di essere amato. Carestie, guerre, malattie allontanano l'uomo rendendolo sempre più solo. Non ci sono pandemie che fanno più paura della solitudine di una sola persona che soffre e che non trova sollievo interiore!"
"Se avessi perso questa grande occasione, sapendolo, me ne sarei dispiaciuto e sofferto per tutta la vita, voi siete un angelo caduto dal cielo, stamani mi avete davvero reso felice come difficilmente l'ho provato davvero."
"E pure io ne sono altrettanto felice e ora devo proprio lasciarvi, voi riposate ancora un momento perchè io nel lasciarvi vi veda ancora sereno e felice su questa panchina, perchè il mio andare non sia dispiacere ma soltanto un sereno distacco da un qualche cosa di lieto. E se avrete a incontrarmi, vi prego, continuate a chiamarmi con il mio vero nome.....Francesco io sono".
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

martedì 25 febbraio 2020

REBECCA MAKKAI - L'ANGOLO DEI LETTORI RIBELLI

Penso che non si debba sempre parlare di libri che hanno una notorietà tale che a volte, stanca pure il nominarli, certo fa piacere sapere di avere letto emblematici tomi che rilasciano nel cuore e nell'anima, ma sopratutto nella mente e nell'archivio personale intellettivo, un segno e un'impronta indelebile. Ma talvolta io penso che dovremmo, in qualità di lettori, avvicinarci anche a libri che magari non hanno tutte le proprietà per divenire un capolavoro, ma che hanno comunque un qualche cosa da lasciare impresso nello scorrere del tempo, magari non hanno particolarità espressive e descrittive di cui invece voi ne siete particolarmente affascinati, ma forse anche un piccolo accenno penso possa servire anzi a far camminare la nostra fantasia, magari non trascinano con le parole e con lo scrivere un determinato personaggio o una specifica azione come siete soliti invece leggere e farvi partecipi, però se si delinea il personaggio penso che non necessariamente sia dovuta una particolareggiata descrizione e ugualmente per una specifica azione o evento a volte basta il solo nominarlo e darne una sommaria descrizione per aprire in noi una soglia di sentimentalismo o partecipazione. Perchè tutta questa tiritera iniziale, vi domanderete, perchè oggi voglio accennarvi un libro che non ha avuto quel successo sproposito di tanti, e forse (non sono io che posso permettermi di giudicare) non lo è idoneo per ottenerlo, però è un libro che a me particolarmente ha dato quel pizzico di pensare, ed è bastato a farmi ragionare, implicare e riconoscere il mio comune vivere in proposito della libertà e anche del saper leggere per potersi davvero estraniare dalle controversie naturali e non della società.
La storia semplice e quasi scontata, parla di un ragazzino, Jan Drake, di 10 anni che ama leggere in modo esponenziale ma la cui famiglia assolutamente non è di quel pensare, naturalmente libri da ragazzi ma la madre persino un semplice Harry Porter ritiene “deleterio” per il suo ragazzo. Un giorno viene a conoscere una giovane bibliotecaria, Lucy Hull, discendente da rivoluzionari russi, che lavora nella biblioteca comunale proprio addetta alla sezione ragazzi e pure lei ossessivamente amante lettrice.
Tra i due nasce quell'idillio che neppure tra due amanti a volte è quasi impossibile, hanno in comune, oltre il desiderio di leggere, anche quello di voler sbirciare tra le pagine finali di ogni libro, tanta è la loro fame di conoscenza, ma tutte e due hanno un bisogno comune, quello della libertà, quello di liberarsi delle cose che li opprimono, come la famiglia per lui, e un passato per lei e questo bisogno cresce sempre di più giorno dopo giorno fino ad avere un risvolto. Jan, saturo di libertà di lettura, vuole assaporare quella vera e si fa “rapire” dalla bibliotecaria, per così vivere davvero un loro momento per ritrovare definitivamente se stessi.
Come ho detto sopra, penso che a questo libro manchi quella sottile velatura che lo identifichi, quel tocco in più per farlo divenire avventuroso, per arrecargli quel brio e quel pizzico di sentimento che forse ne avrebbero costruito un capolavoro, ma nonostante tutto io credo che abbia comunque il dovuto rispetto della lettura, perchè poi la libertà di cui parla e di cui questo è il tema principale, invece dei libri in se stessi come potrebbe apparire, è così “leggermente” descritta da farla “enormemente” desiderare a chi legge.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web : Copertina del libro