mercoledì 15 aprile 2020

E STIAMO A GUARDARE LE STELLE

Lui guarda dal terrazzo quelle luci sfavillanti che il cielo sa donare, nelle notti chiare, e si domanda quando mai avrebbe potuto ammirare così tanta bellezza, che ora dopo un mese e più di assoluta ristrettezza d'inquinare, espande tutta la sua vera lucentezza, si emoziona anche a questa assurda incongruenza di un virus che per oltre è maligno e arreca invece tanta tristezza.
Lei guarda dal terrazzo quelle luci sfavillanti che emanano le stelle, sono luci belle e carezzevoli, che danno quel senso di piacere e di tenerezza, ora che di pace e d'amore c'è n'è tanto di bisogno a colorare questi giorni che di luce se ne intravede poca e quella che appare è ancora ricoperta da un velo di possente nebbia da non trasparire.
Loro guardano dal terrazzo quelle luci sfavillanti e la mente vaga a quei momenti che le avevano notate, in una di quelle notti passate sulle strade a camminare o sopra ponti di fiumi ad attraversare, in città semi deserte ma con la cognizione certa, che tanti erano in casa solo per la volontà di andare a dormire e perchè l'ora era tarda, oppure viste sulla riva del mare a chiacchierare sul cosa fare nel giorno a venire, sentire che altri come loro erano distanti ma presenti a rimirare, quel cielo pieno di stelle a sfavillare.
Io guardo loro dal terrazzo dirimpetto, e penso per quanto ancora avremmo da sognare questo cielo aperto sopra un mondo vuoto che anche le stelle forse ci stanno a guardare e pensano che un giorno,
dimenticate e perse, si spegneranno insieme perchè nessuno gli dona il dovuto sguardo e gli lancia un sogno da realizzare.
E tutti stiamo a guardare quelle luci sfavillanti che non si spegneranno come ho pensato ma che nel cuore nostro già, forse, hanno cominciato a farlo o lo vorrebbero ma glielo impediamo di poterlo esaudire, questa volta siamo noi a gestire il sogno e non farselo dalle stelle frantumare.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: By Pascal Campion

lunedì 13 aprile 2020

LUNEDI' DI PASQUETTA

Ci siamo svegliati all'alba, e già questa cosa a me pareva esagerata, ma mio padre dice che bisogna partire presto se si vuole godere di tutta la giornata. I vestiti, lo stile casual è il più appropriato per questa Pasquetta “fuori casa”, l'abituale scampagnata del dopo Pasqua, è da anni che la sento nominare e da anni sempre la stessa, a volte certi gesti e pure certe parole subiscono un dèjà - vu, anzi un dèjà sentito......i vestiti, dicevo sono pronti sulla sedia, la mamma li ha accuratamente stirati ieri sera mentre lacrimava per quel film strappacuore che a me faceva davvero tanto ridere, ma a lei basta che si parli d'amore e gli si scalda il cuore più del ferro da stiro che fumava per il vapore immenso che sopportava. Già sento il nonno brontolare, si perchè lui deve essere sempre il primo a raggiungere il bagno e se lo trova occupato inizia la sua tiritera fatta di leggeri impropri ma soprattutto di mal sopportazione, specie se dentro ci fosse mia sorella, perchè lui sa che per quella, il bagno è luogo dove poter “salottare”, dedicarsi alle chiacchiere con il cellulare per promuovere una nuova crema o spettegolare con le amiche, che immagino anche loro dentro un bagno similare, magari sedute sul bidè o addirittura sul water a ridere a crepapelle.
Ero sicuro che quest'anno la pasquetta fosse andata in fumo, e anzi nel cuor mio lo speravo, non tutto il male viene per nuocere, e allora questa quarantena mi avrebbe risparmiato il pranzo sull'erba fatto di formiche e insetti vari, liberazioni di uccelli canterini e pulviscolo di polline di pioppo che inizia a invadere la campagna, mi avrebbe risparmiato il sapore della mortadella nel classico panino, “ che non si può mica sacrificare sempre tua madre a fare il pranzo!”.
E invece eccoci qua in coda, tutti quanti sul corridoio per entrare dentro il bagno, già mi sembra di essere in autostrada all'uscita di un casello, o all'entrata che poi fa lo stesso. Nonno ha conquistato l'ingresso e mia sorella esce incavolata, forse qualche cosa è andata storta, o forse il suo bello l'ha già dimenticata, o a volte basta una parola storta detta per invidia da qualche “cara” amica e il gioco è fatto. Franchino, mio fratello più piccolo, è già con la cerbottana sulla bocca e “impallina” tutto e tutti con maestria diabolica, tanto che è riuscito, e qui merita la mia solidale approvazione, a colpire l'inquilino del palazzo dirimpetto al nostro, quello che sta sempre sul terrazzo a criticare questo e quello, e l'ha colpito proprio.....beh non vi dico dove ma l'avete capito....e tra le grida e gli urli e imprecazioni non ha potuto sapere donde venisse l'artefice del misfatto e così gli impropri se li sono assorbiti tutti quelli del palazzo e anche oltre ahahahah.
Il nonno esce tutto profumato, i pochi capelli bianchi che gli son restati hanno una parvenza lucida da impressionare, è ancora usare quel gel tipico, che mi pare si chiamasse brillantina, e ha un sorriso a non so quanti denti, ha messo la dentiera che tiene in un bicchiere, nella notte, su un ripiano del mobiletto del bagno, quasi fosse un pesce rosso nella boccia, un pesce rosso esemplare.
A seguitare tutti gli altri, me compreso, ognuno con il suo fare, chi fa svelto e chi magari si intrattiene, ma tanto non credo che ci sia da correre per il tempo, da molto il tempo sembra non funzionare, passa a volte lentamente a volte pare esagerare, ma non ha nessuna importanza se sono le sette di mattina o le otto di sera, tutto è parallelamente uguale che si potrebbe pranzare a mezzanotte e fare colazione a mezzogiorno che nessuno se accorgerebbe.
La mamma è sempre bella anche se non si trucca e non si mette quell'abito speciale, perchè la mamma anche con il coronavirus non ha perso il suo splendore e il suo charme femminile, eccola qua in cucina, tutta indaffarata a "incellofanare" i panini preparati, le bibite nella borsa frigo, l'acqua naturale per il nonno e la gassata per mio padre, con naturalmente un'altra bottiglia di vino, che non può mancare, la coca per me ( che pensiero gentile) e il succo per mio fratello, a mia sorella basta che sia acqua, lei non ha richieste particolari, lei vive in un mondo diverso dal reale, e potrebbe bere qualsiasi cosa senza nemmeno accorgersi di farlo. E poi non può certo mancare l'avanzo di colomba pasquale, le fetta di dolce fatto in casa, un poco bruciacchiato, si perchè nel tempo che aspettava che cuocesse, era indaffarata a brontolare mio fratello che si era sporto troppo dal balcone per guardare la polizia di sotto che aveva fermato delle persone in un'auto e quelle stavano a brontolare che avevano l'autocertificazione, e quelli, i poliziotti, a spiegare che non è che si deve per questo uscire in cinque e poi che i supermercati erano chiusi e non c'era altra motivazione, visto che erano tutti in salute e stavano anche troppo bene......e così il dolce, tra un brontolare e un esigere la calma e rispetto, il dolce andava quasi in fumo e mio fratello si prendeva un bello scapaccione per essere stato un poco incosciente.
Ancora non ho capito dove mai vogliamo andare, se non vogliamo rischiare tutti quanti di essere multati e arrestati, così da trascorrere il nostro tempo in una cella di prigione almeno fino al prossimo Natale. Io mi vesto come sempre, jeans, maglietta e sopra un altro maglione, che questa primavera è piuttosto anomala, un attimo fa caldo quasi estivo, dopo poche ore si alza un vento freddo quasi glaciale, scarpe comode per correre e camminare, uno sguardo allo specchio e dirmi che sono “figo” ( beh un poco di autostima non fa mai male) e.......
Appuntamento sul terrazzo condominiale, quello sopra, quello che fa da tetto, siamo in tanti a distanza certificata, un metro e passa, tutti con la mascherina e i guanti a protezione, e tutti con le famiglie appresso, le borse frigo, un plaid a quadri in lana da stendere sulla pavimentazione e poi tutti, in assoluto sincronismo, seduti a guardare il cielo azzurro con un sole caldo e particolare, ognuno con la speranza dentro il cuore di potere ancora ritornare a correre davvero in quei prati delle solite “pasquette” e vi giuro per un momento, anche io, ho avuto un forte rammarico dentro il cuore: “ Mi mancano tanto le formiche!” mentre mangiavo il panino e mia madre mi sorrideva, sotto la mascherina, ma lo percepivo dagli occhi, quegli occhi sempre belli e lucenti che soltanto una madre può avere.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web

sabato 11 aprile 2020

RESURREZIONE

  • Passato il sabato, al sorgere del primo giorno della settimana, venne Maria Maddalena con l'altra Maria a far visita al sepolcro.
  • Ed ecco, vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore....(Mt.28, 1 – 2)

Una scossa che soltanto coloro che erano preoccupati della sorte del Signore, la percepirono , la terra aveva tremato per l'urto del messaggero celeste, come un evento d'una potenza della natura. L'angelo del Signore ( come lo chiama Matteo) è un angelo splendente come un raggio di sole e bianco come la neve, è smagliante di luce e di candore, una vera visione celeste. Egli è venuto a far notare ai fedeli che il sepolcro è vuoto e il Signore ne è sfuggito, e infatti al suo arrivo il tremare della terra fa saltare i sigilli e rotolare la grossa pietra del sepolcro, un evento innaturale che spaventa gli uomini, le tre o quattro guardie che erano a controllare, al punto, dopo il primo sbigottimento, di farli fuggire.
L'angelo rassicura le donne e con fare familiare disse loro:

  • Non temete, voi! So che cercate Gesù crocifisso, non è qui: è risorto, come aveva detto......Ed ora andate e dite ai suoi discepoli che egli è risorto dai morti....(Mt.28, 5 – 7)

Le donne corrono a portare la notizia agli uomini anche se hanno il terrore d'illudersi e/o quello ancora più atroce, di non essere credute, ma sono sicure e ricolme di gioia perchè prevale in loro il pensiero che l'angelo ha detto una cosa vera.
Mentre corrono per la strada hanno un'apparizione, il Cristo è gli si presenta in tutta la sua semplicità, davanti.

  • Ed ecco: Gesù andò loro incontro dicendo: “Rallegratevi!” (Mt.28, 9)

Gesù è la, non si può non riconoscerlo, ma è anche molto sconvolgente saperlo morto e ritrovarselo davanti vivo, c'è come un contrasto tra loro e Lui, Egli si presenta con il più naturale e semplice atteggiamento, non possiede maestosità e solennità, ma loro non possono invece che usarne e si prostrano davanti a Lui empie di adorazione.
Egli le prega di non perdere tempo, di non attardarsi, ma di andare a dire a quei “fratelli” ( come amorevolmente e affettuosamente Lui nomina gli apostoli), che li aspetta in Galilea.

  • E mentre quelle andavano, alcuni dei soldati della guardia vennero in città ad annunziare ai gran Sacerdoti l'accaduto. E questi, radunatisi con gli Anziani e tenuto consiglio diedero ai soldati molti denari, dicendo: “ Voi direte: “ I suoi discepoli sono venuti di notte a rubarlo mentre noi dormivamo.” E se la cosa sarà risaputa dal governatore, noi lo calmeremo e vi libereremo da molestie”. Ricevuti i denari, essi fecero come era loro stato detto, e così questa diceria s'è sparsa tra i Giudei fino al dì d'oggi. (Mt.28, 11-15)

Quanto è immensa la scrittura di Matteo, quanto è quasi profetica la sua parola, quanto di vero e di attuale c'è in questo ultimo passo che ho riportato, quanto porta a riflettere e pensare a quest'uomo venduto e rivenduto, sia le sue parole, sia le sue opere, sia il suo corpo e pure il suo spirito per secoli e secoli senza mai avere avuto rilievo e comprensione, accettazione e prostrazione, ringraziamento e acclamazione al suo dono incondizionato della resurrezione, all'averci ridato la luce.
“ Voi direte che il suo corpo era stato rubato e non che è risorto e tutto questo per il lurido, sporco, avido bisogno di potere e di denaro, nei secoli e secoli amen”.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Santi di Tito - Resurrezione (ca.1574) - Basilica di Santa Croce (Firenze)





venerdì 10 aprile 2020

SETTIMANA DI PASSIONE - " ELI' ELI' LEMA' SABACHTANI"


Venne il tempo che non ci furono più parole, non ci furono più preghiere e suppliche, non ci furono più invocazioni e misericordie, e venne pure il tempo che non ci furono più sanzioni e più riappacificazione, perchè così era scritto e dovuto, voluto e sottoscritto. Ma venne il tempo del sacrificio, del dolore e delle rinunce, e venne il tempo del doversi sottomettere e accettare, soffrire e lasciarsi abbandonare, e venne il tempo della Croce sul Golgota del mondo, del Cristo a lui uguale e del suo essere lui nel tempo a noi ugualmente medesimo.
Nell'orto dei Getsemani, tra secolari ulivi e prati in erbe verdi, nella natura antica e vergine insieme, Lui si prostrò in ginocchio e in Lui si liberò il mistero del divino e fu allora che entrò nell'animo e nella mente nel doloroso sacrificio di essere davvero e unicamente uomo, e conobbe il dolore del frutto che il suo divino Padre aveva da tempo generato, e conobbe la solitudine che reca dentro per non saper strappare quel male insito dal peccato originale, la solitudine di non avere che la preghiera per potersi liberare e sperare, e sentì la noia, quella che svuota l'animo perchè non ha più niente da dare e donare, che nessuno sa ascoltare e non vuole. Sulla Croce ritrova lo stesso dolore, empio da quello fisico dei chiodi piantati negli arti e della corona in spine che trafigge il capo, il sacrificio voluto per il riscatto di quello stesso peccato che argina nell'uomo creato, e di quell'uomo, Lui in quanto tale, sacrifica il suo corpo senza nessuna più concezione del risorgere o di non davvero morire, la stessa paura e solitudine immensa nel dovere abbandonare la terra, che nonostante, l'aveva visto nascere, credere e santificare, miracolare e profetizzare, e da quella stessa odiare e bistrattare, e infine mettere in Croce per castigare.
E sotto quella croce, la madre a piangere con amici e conoscenti, lo strazio sublime dei presenti e le calunnie dei soldati, su quella Croce, l'uomo che cede tutto se stesso e nella solitudine del momento non può che reclamare e invocare il Padre che crede l'abbia abbandonato.
E venne il tempo che tutti eravamo davvero su quella Croce, di essa pativamo i tormenti del sapere di dovere morire per volontà dall'alto e per esso sacrificare ogni nostro momento di vita che ci faceva respirare, e sulla Croce il grido violento di coloro che in un letto d'ospedale hanno gridato dietro una mascherina in tessuto o in un incubazione, un grido che dalle braccia ferme da aghi, come chiodi e spine, hanno cercato il volto o il sorriso, la stretta di mano che non era concessa, e solitudine incontro al Padre che li aveva, nella forte certezza, abbandonati.
E sotto la Croce, mariti o mogli, figli o fratelli e sorelle, amici, parenti nello strazio sublime di non poter fare niente e restare a guardare che ogni stilla di sangue persa dal Cristo sospeso sul supplizio, ricadesse nelle loro teste a santificare l'abbandono e perdonasse loro che male, come il Gesù stesso, non avevano fatto. E sulla Croce, ancora, i presenti ad aspettare!
46 - Verso l' ora nona, Gesù gridò, con gran voce:
“Elì, Elì, lemà sabachtanì?”
Cioè:
“Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”
47 – Or alcuni degli astanti, udendo ciò, dicevano:
“Senti, chiama Elia”.
48 – E subito uno di essi corse a prendere una spugna e inzuppatala d'aceto e infilatala ad una canna, gli dava da bere.
49 – Gli altri poi dicevano: “Vediamo un po' se viene Elia a liberarlo”.
50 – E Gesù dopo aver di nuovo gridato con voce forte, SPIRO'. ( MT.27, 46 – 50)

Roberto Busembai (errebi)

Immagine: William-Adolphe_Bouguereau_(1825-1905)_-_Compassion_(1897)

giovedì 9 aprile 2020

SETTIMANA DI PASSIONE - ULTIMA CENA (Seconda parte)

E la stanza divenne ricolma di genti e persone, d'ogni luogo e regione, d'ogni stato e si unirono tutte le razze, e le pelli erano diverse soltanto al colore, e si unirono alla tavola immensa che aveva riposto per loro il Signore.
Ogni astante aveva il suo posto, qui nessuno era primo e ultimo ad approfittare del desco, ogni uomo o donna o bambino, ogni giovane o vecchio, qui nessuno era vicino e lontano, tutti quanti davanti al cospetto del vino e del pane, che la cena per loro era questo.
E il Messia sovrastava nel centro e di tutti aveva un pensiero, uno sguardo, un dolce e sentito sentimento e di ognuno pativa il dolore, il tormento dell'essere uomo in quello stesso momento non soltanto nel corpo ma nel cuore e nell'anima che pian piano abbandonava il mistero e per tutti diventava un sacrificio vero.
Poi tra il vociare di tutti, tra sorprese, saluti, conforti e colori, Lui richiese il silenzio e con voce suadente e lo sguardo nel cielo :


“ Prese del pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo:
Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. (Mt.26, 26-28)
E si fece davvero silenzio, ogni uomo o donna o bambino, ogni giovane o vecchio, di quel pane si fece ragione e ne prese un bel pezzo, a nessuno era dato di rimanere digiuno, a nessuno era detto di farne la dieta, a nessuno era imposta di stare a guardare, ognuno di quel pane ne fece sapienza, chi una briciola, chi invece un bel pezzo, altri ancora solo fette normali, ma erano giorni di festa pasquali e bisognava abbuffare, qualcuno disse: “ a me il pane non piace” e ne prese soltanto l'assaggio, e difficile riusciva a ingoiare, altri invece: “ questo è quello che si intende per mangiare” e forse ne abbuffò forse troppo quasi da sentirsene male e poi , forse, domani lo avrebbe per sempre rifiutato per averne troppo abusato.
Poi mangiato quel pane il Signore ancora con gli occhi rivolti a quel cielo che tutti sovrasta....
“Preso quindi un calice, rese grazie, lo porse loro; e tutti ne bevvero, e disse loro:
Questo è il mio sangue, il sangue del Patto che è sparso per molti”. (Mc. 14, 22-24)
Tutti quanti, nello stesso momento, una turbe di volti e di occhi, un immenso voltarsi e guardarsi stupiti, perchè tutti avevano dentro quel peccato che li aveva scoperti, perchè tutti intorno a quella tavola adorna si sentirono spersi e nel tempo ugualmente, bevendo quel poco di vino, anche solo una goccia, che fa male ai bambini, sollevavano l'animo e guardavano adesso, anche loro, quel cielo, ma non tutti riuscirono a berne davvero, tanti rifiutarono il nettare rosso perchè si profetizzavano astemi, altri ripudiavano per il solo sapore di uva, tanti invece si bagnarono persino le orecchie per superstiziosa fortuna, e del vino fu fatta una grande bevuta per coloro che in esso ritrovavano il piacere di essere liberi adesso, e non avere paura.

Nel trambusto di questo momento, in un lato della tavola, quello ancora più lontano e discosto, si alzarono insieme con gentile ipocresia nel volto, gli avidi e gli egoisti, i mercenari e traditori, i qualunquisti e gli imbonitori, i falsi e gli usurpatori, i miti di animo e i forti di rabbia, i gelosi e gli infami, i semplici essere umani che d'umano hanno soltanto il bisogno di guadagnare sopra ogni cosa, e lasciando la mensa in silenzio, ma osservati dal Signore e da lui avuto il silenzioso assenzo, andarono presto lontano a vendere l'uomo e il santo, il Signore e Messia, e per quello che avrebbe a loro procurato, i trenta solidi denari d'argento , incoscienti, il cappio sul collo che li avrebbe impiccati.
...E, intinto un pezzetto di pane, lo diede a Giuda di Simone Iscariote. E dopo quel boccone Satana entrò in lui; e Gesù gli disse:
“ Quello che fai, fallo presto.”
Ma nessuno dei commensali comprese perchè egli avesse così parlato.
Difatti alcuni pensavano che tenendo Giuda la borsa, gli avesse detto:
“ Compra quanto ci occorre per la festa o che desse qualche cosa ai poveri”.
Ma Giuda, preso il boccone, partì subito. Ed era notte. (Giov. 13, 27 -30)
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web: Joos van Cleve - Altare della deposizione (Detail dell'Ultima Cena)

SONO ALLA FINESTRA

Guardo nel cielo e aspetto che la luna espanda la sua luce come è abitudine, spesso, in queste serate limpide e senza nuvole, le stelle già decorano il mondo e il miracolo del cambiamento si prodiga anche stanotte, e lodo quel silenzio che si crea all'imbrunire e in specie a notte fonda, quando la terra cede al buio il suo clamore.
Ma queste sere il cielo è diverso, pare beffardo al mio guardare, offre il suo massimo splendore, le stelle stanno a rimarcare con più brillantezza e le nuvole sono scomparse come se questa primavera, avesse come compagna la piena estate, e la luna, già rosseggia quasi a vergognarsi di affacciarsi e illuminare un silenzio che non è uguale.
Sono alla finestra, il caldo già fa capolino e non tengo voglia di dormire, ovvero soffro di dovere andare a letto, perchè non sono stanco, almeno fisicamente, perchè per tutto il giorno, e anzi da parecchi giorni, non ho niente da fare, e cercare di dormire è come abbandonarsi a questo male, e un poco come morire, con una sottile angoscia dentro, domani sarà il momento? O sarà il solito trascorrere “normale”, tra tensioni e liberazione, un altalenarsi di sensazioni.
Ecco quella stella brilla con più tenacia, la mente vaga, forse un saluto dei miei cari, un cenno di presenza innaturale, un bisogno di attaccarsi a un fantomatico filo che ci tenga sospesi per non precipitare.....amo la vita e non la vorrei sciupare, e sono pure egoista e allora mi pento del pensare, ma l'uomo non può negare il suo attaccamento a questo stare in vita, che nonostante i dolori e i sacrifici, i bisogni mancati e le speranze svanite, sa trovare sempre un piccolo spazio dentro il cuore per quello che si chiama amore.
Sono solo in questo momento, dai tetti sprigiona il profumo di coccio scaldato, tegole arse al sole, che nella notte rilasciano del sudato, è un profumo amico, di notti passate sulle soglie di un cascinale ad aspettare che nascesse il vitellino, e si stava in compagnia a contare le stelle e a chi ne vedeva di più belle e lucenti, erano giorni senza denti ma si mordeva il tempo come ne avessimo avuti cento, l'andirivieni del babbo e della mamma assieme, tinozze d'acqua calda, muggito dentro la stalla, e noi increduli e ipertesi per la novità, ci liberavamo dei piccoli segreti, io sarò marinaio, io invece volerò su un aeroplano, io non lo so perchè sono sempre “piccino”, e io farò la mamma perchè voglio avere tanti bambini, e si correva a chi prima arrivava alla fonte, perchè la sete era sempre pronta, come la sete di crescere e diventare......
Una sirena squarcia il silenzio immane, sento le urla delle case il quasi screpolarsi e frantumare, è una sirena che adesso fa più male e romba sibilando nelle orecchie e non se ne vuole andare, ancora da contare quelli che stanno male, ancora classifiche, numeri come fossero soltanto cifre di un numeratore, dimenticando che invece sono cumuli di persone....ho un brivido di freddo, un fievole soffio di vento quasi a dirmi che stanotte anche lui non vuole trovare calma tra le coperte del cielo nero, e scivola leggero a cercare qualche cosa da far agitare, ma per le strade non ci sono cappelli o gonne da alzare, non ci sono foglie caduche perchè l'autunno è lontano da venire e non ci sono fogli di giornale o carte gettate, tutto è "strapulito", e tutto è rimasto uguale a quando, circa un mese fa, mi ero affacciato per la prima volta.
Non voglio morire per un virus che non ho mai conosciuto, che mi rapisce così come un verme schiacciato, solo al semplice e comune passaggio di un pedone, non voglio e non sono solo, e quanti lo hanno pensato e detto tra di loro, eppure non hanno avuto la fortunata sorte di poterlo, ogni giorno, ripetere e dire. Ho un bicchiere tra le mani, dentro un poco d'acqua frizzante, tanto per scuotermi nello stomaco e nel costato, il cuore batte nel normale ma testa non ha per niente voglia di fermarsi......e sento il profumo dei pioppi in lontananza e quanto è ancora bello poterli respirare....perchè stavolta non ho il coltellino per incidere, nella sua corteccia delicata, un cuore con sopra scritte due iniziali, perchè stavolta non ho un bacio da dare con tutta la passione che mi rapiva e la timidezza che avvampava sulle gote e non frenava l'ardore, perchè stavolta non ho il cuore che batte all'impazzata e la mano che stringe un'altra, fredda e sudata di chi come me, sente la stessa cosa, ma tende a voltarsi e guardare verso il cielo......
Chissà se sarà ancora in vita, quel dolce fiore lontano, chissà se come me ascolta questo silenzio con il terrore nella mano e con l'apprensione dentro la gola, non voglio morire adesso, ho ancora un pensiero e un giorno da passare, ormai la mezzanotte è trascorsa, facciamo che vieni un'altra volta, nera signora dalle braccia troppo aperte, e in questo frangente che ti scaccio, abbi la compiacenza di andartene a dormire lassù nel cielo, nella parte scura della luna, così che puoi dormire serena e non venirci più a disturbare, per questo tempo hai avuto anche troppo da lavorare, riposati e fai lunge e sane dormite.
Sono alla finestra di questo lungo aprile, e forse chissà se sarà anche maggio, certo marzo è trascorso nel più truce e orribile dei campi di concentramento, la guerra che abbiamo dovuto sopportare non ci ha salvato nemmeno nei rifugi o nei bunker a riparare.......sono alla finestra e non ho voglia di dormire, perchè dormire è come morire, e io invece voglio ancora approfittare di questo momento che abito nel cuore e nel mio corpo, perchè dormire sarebbe come perderlo il tempo, sarebbe come sprecarlo e questo non lo devo a chi invece questo prezioso momento non è stato dato di continuare. Non voglio dormire perchè ho un obbligo con chi se n'è andato, l'obbligo di riscattargli il tempo che a lui avrebbe dedicato.
Sono alla finestra e vivo quello che mi è dato e concesso di respirare.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: by Mona Kuhn

mercoledì 8 aprile 2020

SETTIMANA DI PASSIONE - ULTIMA CENA (Prima parte)

Tredici uomini con fare guardingo e sospettoso, con passo svelto e quasi timoroso, rasentano i muri di una città che è in festa, la Pasqua ebraica invade Gerusalemme e lo si capisce dai profumi che invadono le strade, di agnelli cotti allo spiedo, dal brusio festoso, sono le sette di sera dell'anno 781 dalla fondazione di Roma e tra loro c'è il Maestro, Gesù di Galilea, e temono per la sua incolumità perchè i maggiorenti della Giudea lo hanno dichiarato un fuorilegge , fuorilegge perchè parla diverso, perchè i suoi sono concetti nuovi ma antichi insieme, parla d'amore e di pace, di fraternità e di libertà, di aiuti ai poveri e di sostegno agli invalidi, di cura ai malati e di conforto ai moribondi, parla di un nuovo regno, il regno di un Dio sopra tutto e tutti, di un Padre suo e di ognuno, parole troppo forti e "troppo vere" , da renderle inammissibili alla religione mosaica. Anche loro, i dodici suoi seguaci, non è che di tutto quello che va predicando tra i popoli, ne riescano a capirne profondamente il concetto, ma hanno creduto in Lui, perchè il suo agire lo ritengono buono, ha risollevato i cuori a tante persone, ha fatto miracoli veri, li hanno visti loro con i propri occhi, giorni or sono ha pure risvegliato dalla morte un certo Lazzaro, è vero parla di un nuovo mondo, di un Regno dei cieli, ma è innocuo il suo fare, e gli vogliono per tutto questo un magnifico bene.
Entrano in una casa, dove è pronta, nel salone, la tavola che li vedrà consumare la cena della Pasqua, sono accese le lampade a olio e per il freddo anche i bracieri sfavillano le loro braci.
Si trovano quasi a disagio, questi dodici, a sedersi in quei giacigli inclinati, si perchè, anche nelle case di ebrei benestanti, si è preso in uso il modo greco-romano di stare a tavola, ma loro sono povera gente, umili, lo si nota nel loro vestire, tuniche che erano bianche, chiome e barbe incolte lasciate crescere senza cura alcuna, non sono abituati a sedersi su triclini, che oltretutto sono lunghi oltre i due metri, mentre la statura media degli ebrei del tempo superava di poco il metro e sessanta, loro sono abituati a stare accoccolati intorno al loro Maestro, nei prati , sotto gli ulivi, tra le sassaie, ed è proprio questo loro attaccamento al Nazareno che li porta a un infantile accanimento per preservarsi il posto più vicino al Maestro, a dimostrazione di quanto umili siano i loro cuori e le loro anime.
Il Nazareno siede al centro e alla sua sinistra è riuscito a sedersi Simone Pietro, un robusto, impulsivo e incostante pescatore della Galilea, ma sarà proprio questo uomo di cui a cose normali sarebbe difficile fidarsi, che il Maestro un giorno gli ha profetizzato che " Sarai l'uomo di pietra su cui edificherai la Chiesa", anche se Pietro di quelle parole non ne ha affatto capito il senso, ma come spesso tutti loro sono abituati, accettano il Suo dire con umiltà, la loro non sapienza non può nemmeno portarli a controbattere.
Alla destra del Maestro, è giunto un battagliero giovanotto, uno che è sempre pronto a battagliare con i nemici del Nazareno, si chiama Giovanni ed è forse l'unico che riesce a intendere dalle parole di Gesù, il solo significato universale, l'amore.
Giuda di Cheriot, il tesoriere che amministra le offerte delle persone abbienti convertite alla nuova religione di Gesù, è seduto alla destra di Giovanni, corre voce tra gli altri il sospetto che molti di quei tributi scendano nelle sue tasche, infatti al cospetto del Maestro, e pure questa sera, è nervoso, incerto, ha un'espressione sfuggente. Lui del Maestro non percepisce assolutamente niente, lui percepisce soltanto una determinata cosa che si chiama denaro e a ogni cosa deve darne e trarne il valore economico.
Il Nazareno ha saputo dei suoi sotterfugi e lui trasecola quando viene da esso perdonato, e nel suo normale vivere terreno, Giuda, capisce che dovrà subire un castigo perchè nella vita si usa così quando c'è un peccato di una certa entità, perciò non riesce prorprio a capire il gesto di costui che si dichiara figlio di Dio, ma poi che Dio è uno che agisce così illogicamente?
C'è anche Andrea, il fratello di Pietro che insieme al fratello di Giovanni8, Giacomo, sono il divertimento dei compagni, perchè il loro atteggiamento è di completo mutismo, non dovuto per contraddizione, ma solo per indole naturale.In contrapposizione a questi due c'è invece Filippo che trova ogni occasione per poter riderci sopra, a lui non importa ciò che il Maestro dice, con loro tutti ci sta bene e si diverte e a lui tutto questo gli basta.
Tommaso, invece è il pessimista del gruppo colui che non prevede sempre disgrazie e che trova ogni occasione perchè queste siano presenti, lo jellatore, come a volte divertendosi lo menzionano.
Ma c'è Matteo, Levi una volta, colui che sapeva come farsi voler mal, odioso addirittura perchè era diventato ricco riscuotendo le imposte dei giudei, come lui del resto, per conto del potere romano, e su queste ricavava fruttuose provvigioni. Poi ha incontrato il Maestro, ha abbandonato ogni ricchezza e si è dedicato con devozione e con sapiente riconoscimento alle sue dottrine, anche se ha ancora abitudine di vestirsi bene e di essere sempre pulito e profumato.
Sono un gruppo di persone che a prima vista per il loro fare, agire e vestire sembrerebbero tutte uguali, ma ognuna ha una sua particolarità dovuta al ceto sociale a cui appartenevano, alla cultura dei pochi, ma tutti con una semplicità non comune e un grandioso affetto nei confronti di questo uomo che sa sempre sorprenderli, magari non sempre riescono a concepirlo e comprenderlo, ma sono coscienti che quello che Lui dice e fa è sicuramente cosa buona.
Ci sono anche due parenti del Maestro a questa cena, Giacomo il Giusto il piccoletto del gruppo e quello che rende più tenerezza in quanto enormemente timido, ma di una devozione e fede tale da dipendere proprio dalle parole del Messia, e Giuda Taddeo molto riservato e anche poco riconoscibile tanto è la sua parsimonia di parole e di gesta. Pure un congiurato politico, dall'indole violenta, che troverebbe ancora, nonostante convertito alla pace, di trovare occasione per armarsi e lottare contro i Romani.
Infine, ma non per importanza, ma per concludere questa esposizione, troviamo Bartolomeo così conosciuto ma il suo nome è Natanaele, è un bel giovane, anche lui come Matteo è accurato nel vestire, è di una purezza tale che nessuno verrebbe da assegnarli un compito ben preciso, tanto pare delicato e innocente, mentre per lui il Messia ha promesso la visione del Cielo con gli Angeli che scendono e salgono sul Figlio di Dio, un'esperienza fra le più prodigiose, e lui contraccambia comunque con la sua forte convinzione alla fede.
La cena è pronta, agnello cotto intero sullo spiedo, come tradizione vuole, un simbolo che ricorda l'unità di Israele, pane azimo, senza lievitazione, in memoria degli Ebrei che da tanta premura e fretta nel fuggire dall'Egitto, per comprenderne meglio l'entità, si dice che potessero nemmeno aspettare il lievitare del pane. A contorno un'insalata di erbe fresche e amare, quanto amare era stata la schiavitù , poi una salsa dolce mista di datteri, fichi vino e cannella, e per bere del buon vino rosso in abbondanza.
Il rito vuole che un servo passi per la tavola con una brocca in mano e la versi in un catino che è presso ogni commensale, per potersi rinfrescare la mani, ma il Maestro, deposto il mantello, si alza, prende un asciugamano e se lo lega a guisa di grembiale poi, prende catino e brocca , s'inginocchia e comincia a lavare i piedi ai discepoli.
lo sbigottimento è generale, la meraviglia non può non assalirli, il rito è infranto e non solo quel loro Maestro si sta umiliando di fronte a loro, e questo li porta a una forte ripugnanza a tal punto che Pietro:" Tu, Maestro, lavi i piedi a me?"
Il Messia è sereno, e con la naturalità e purezza che lo competono risponde:" Non puoi capire adesso questo gesto, ma più tardi lo capirai".. Non bastano queste parole, ma torna a loro un messaggio che spesso il Maestro era solito dirgli, " Chiunque si umilia, sarà esaltato". e questo li fa tacere e ritornare al loro posto.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: