martedì 17 febbraio 2026

FRANCESCO FURINI - PITTURA E POESIA






Nei periodi storici, come del resto l’attuale, quando manca il valore e il rispetto artistico in genere, denota sicuramente la povertà culturale e l’esaltazione dell’effimero e dell’evidente impoverendo conseguentemente il valore della vita di ogni uomo e accelerandone così il disprezzo e il disinteresse umano in generis.

Ecco che oggi, ancor di più, c’è bisogno di tenere saldi certi valori, come la poesia e la pittura che sono fulcro (insieme alla musica) del potere intrinseco della vita umana.
Intorno ai primi anni del 1600 e precisamente nel 1626, la prestigiosa Accademia del Disegno di Firenze per l’occasione delle celebrazioni del suo patrono, San Luca, commissionò a Francesco Furini questa bellissima tela raffigurante l’arte della Poesia e della Pittura sottolineando il concetto della loro unicità.
Basandosi sul tema dell’Ars Poetica di Orazio, il Furini lo esprime in questo abbraccio e bacio quasi saffico, tra le due sorelle arti evidenziandone così il reciproco rapporto anche con la giusta disposizione visiva dei loro gesti. La Pittura viene giustamente raffigurata con una tavolozza e pennelli che sono strumenti basilari per la rappresentazione e con una maschera nell’altra mano dando concezione delle azioni umane. La Poesia invece ha tra le dita una penna d’oca mentre il calamaio è posato volutamente su un cartiglio in cui compare nitidamente il motto CONCORDI LVMINE MAIOR che annota chiaramente come la Poesia e la Pittura siano di una superiore qualità se vengono ammirate e considerate sotto la stessa luce.
L’attribuzione dell’opera al Furini è di data contemporanea perché fu grazie al ritrovamento fortuito della firma che era completamente nascosta e che si trova sull’orlo della veste gialla che è indossata dalla Poesia.
Una libera rappresentazione del Maestro che naturalmente lo porta ad avvalorare la sua tecnica e la sua maturazione stilistica che nel periodo ebbe tantissimo successo a Firenze.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Francesco Furini – Pittura e Poesia

martedì 15 ottobre 2024

LIBRERIE FARMACIA e.....Thomas Montasser - Il club delle fate dei libri


Non so se avete mai sentito parlare delle Librerie Farmacia, ebbene io ne avevo letto qualche cosa da qualche parte ma circa un mese fa, mio figlio (non lettore!) mi propose di andare a visitare a Firenze una libreria del genere. Naturalmente non ho saputo resistere e circa 15 giorni fa ne ho fatto visita. E’ collocata fuori dal centro di Firenze di circa quattro kilometri, ma una passeggiata gradevolissima in quanto prossima al lungarno e oltr’Arno dove si può così avere l’opportunità di ammirare la città.
Il locale in se stesso è piccolo ma vi assicuro è incantevole, una volta entrato sono certo di aver provato la sensazione di Alice quando attraversa la tana del Coniglio Matto, perché mi sono trovato in un’altra dimensione, un ambiente sereno, confortevole, silenzioso, caldo e invitante, dove i libri non te li senti addosso pur addobbino le intere quattro mura perimetrali, tutto è consono per rilassarti e metterti a tuo agio. La caratteristica di questa “Libreria” e che non ti avvicini agli scaffali cercando i libri a seconda della materia o genere che ami, non puoi cercare un autore in particolare, qui hai libri disposti a seconda del tuo “umore”, del tuo “stato d’animo sia emotivo che psicologico”, le etichette indicano queste tipologie di sensazioni come ad esempio vi è la sezione “fobie” oppure “manie” oppure “paure” o per le “ansie, o “problemi d’identità” , ecc, insomma per ogni tipo di “patologia” vi sono indicati una serie di libri-medicina.
La meraviglia di tutto ciò è che esuli dalle solite copertine commerciali e ti ritrovi a sfogliare libri di tutto e di più che non sapevi nemmeno esistessero, qui letteralmente i libri non si possono scegliere, sono loro che si avvicinano a te.
Ho acquistato un libro nella sezione “prendersi cura di se” perché ogni tanto volersi bene non guasta e la proposta è stata davvero ottima.
“Il club delle fate dei libri” di Thomas Montasser è un libro diverso da tanti, pensate che il narratore interprete alto non è che un non lettore che svolge il suo lavoro come corriere. E’ una lettura semplice e moderna, vivace, libera a tratti anche comica, che trascina non solo per la piccola storia di un amore, ma per la moltitudine di libri che vieni involontariamente a scoprire tanto sono nominati e descritti…….Un’avventura particolare in una società odierna tra traffico e rumori, tra indaffarate corse e impegni lavorativi, ma che comunque (ecco la cura del del libro) insegna come poter nonostante tutto sapersi districare da tutto per raggiungere la serenità interiore e la pace con se stesso, amarsi per poter davvero amare liberandosi giornalmente delle scorie che ci opprimono.
Un libro davvero tonificante e salutare.
Per finire quando viene impacchettato il libro nella meticolosa carta tipica delle farmacie, viene allegato anche un “bugiardino” , un cartellino dove sono scritte alcune frasi famose inerenti al “farmaco libro” acquistato.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Copertina del libro

martedì 3 settembre 2024

PIETRO LORENZETTI - NATIVITA' DELLA VERGINE



https://www.facebook.com/profile.php?id=100064525759770

E riapriamo oggi questa pagina dedicata all’arte, soprattutto quella pittorica, una pagina che da alcuni anni viene regolarmente seguita e apprezzata e di cui in merito a tutto ciò io ne vanto anche un poco di fierezza, non è questi non è dovuto soltanto dal merito che mi fate capire dalla vostra tenace volontà di seguirmi ma anche dalla consapevolezza che a tutt’oggi ci siano ancora tantissime persone che amano e vogliono conoscere, capire o se non altro vedere e amare l’arte.
In vicinanza alla festa religiosa del 8 settembre che la chiesa cattolica e quella ortodossa ricordano la nascita di Maria, oggi voglio proporvi un quadro di un grande Maestro dedicato proprio a questo evento.
Secondo i vangeli apocrifi e in specifica quello Protovangelo di Giacomo, si narra che Maria fosse nata da Gioacchino e Anna, e che anticamente in Oriente venisse già ritenuta una particolare festa, mentre la Chiesa occidentale ha avuto i suoi primi “vagiti” intorno al 650 quando per merito di Papa Sergio venne introdotta.
La festa è celebrata in moltissime città e spesso è caratterizzata nell’ambito agricolo con il finire dell’estate e di conseguenza del raccolto.
Sviluppatasi soprattutto nella provincia bizantina della Sardegna è poi esplosa nella diocesi ambrosiana già dal X secolo e basti pensare al Duomo di Milano che per merito di san Carlo Borromeo fu dedicato alla Maria Nascente.
Nel lontano 1335, in via di sistemazione degli altari nel Duomo di Siena dedicati ai santi protettori della città, ovvero Sant’Ansano, San Crescenzio, San Savino e San Vittore, fu commissionato a Pietro Lorenzetti un notevole dipinto che avrebbe dovuto essere ornamento dell’altare di San Savino.
Purtroppo l’opera che noi abbiamo oggi in visione è in definitiva una parte di un trittico in quanto gli scomparti laterali sono stati perduti nel tempo e raffiguravano appunto San Savino e San Bartolomeo e pure la predella che la rifiniva è andata scomparsa e rappresentava le storie di San Savino.
Ma è comunque da ammirare l’episodio della Natività della Vergine, parte centrale di quel detto “trittico” dove la magistrale mano del Maestro ha dato vita a una delle più “veriste” rappresentazioni. Pur essendo divisa in tre scomparti delimitati e definiti da tre pilastri verticali, la scena dominante è quella della madre Sant’Anna che adagiata sul letto, dopo l’avvenuto parto, è visitata da una donna mentre guarda e segue le due ancelle “ostetriche” che eseguono il primo lavaggio di Maria. Sulla destra dominano altre due ancelle che portano della biancheria pulita decorata con giochi ornamentali di colore bianco e nero (colori della città di Siena).
Ma il tutto è doviziosamente e dettagliatamente raffigurato, gli arredi e le suppellettili, dalle mattonelle del pavimento alle stelle sulle volte, il ventaglio intrecciato e gli asciugamani decorati che già abbiamo citato, il letto a cassone tipico medievale e la coperta a scacchi ...insomma una stanza viva e comunque in movimento dove vige un certo pathos di allegria e frenesia del fare, seguire, essere presenti e lavorativi.
Una scenografia “in movimento” che ci rende quasi partecipi e ci porta pure a sentirci quasi in dovere di fare un qualche cosa per renderci d’aiuto.
Sulla sinistra si coglie un diverso ambiente, è sicuramente fuori dalla stanza ma attiguo, l’ambientazione è più pacata, molto “architettonica”, e si evolve in un cortile presumibilmente il Palazzo pubblico di Siena. Quivi un anziano, Gioacchino il padre di Maria, che viene avvicinato da un fanciullo che sicuramente gli sta annunciando la lieta notizia della nascita della figlia.
Possiamo con certezza assoluta asserire che questa opera del Lorenzetti può benissimo rientrare tra le sue più belle rappresentate anche per l’insolita e originale rappresentazione della scena in un “trittico” in cui non esiste divisione netta, ma una continuazione, come la camera di Sant’Anna, e una profondità che al tempo erano quasi improponibili e impensabili. Una composizione bizantina ma nell’insieme un dipinto italiano dalle chiare influenze di Giotto.
Una nota il quadro è firmato e datato e l’iscrizione è visibile sulla cornice sotto il pannello centrale ed è la seguente: PETRUS LAURENTII DE SENIS ME PINXIT MCCCXLII

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Pietro Lorenzetti – Natività della Vergine

lunedì 1 luglio 2024

JAN VAN HUYSUM - NATURA MORTA CON FIORI E FRUTTI


Ogni tanto adoro uscire dalla routine di sempre, mi piace conoscere cose nuove e anche se magari non rientrano nelle mie “corde” cerco comunque di avvicinarmici anche per comprendere meglio o se non altro accertarmi che davvero quel qualcosa non mi piace definitivamente. E così anche nell’arte, soprattutto pittorica, io adoro il periodo Rinascimentale, e forse dai lavori che ho “analizzato” in quasi cinque anni e più , ve ne sarete resi conto, ma c’è sempre per me una prima volta, lo so di certo, come oggi che “affronto” , una tematica che non mi ha mai attirato, La natura morta o Still-life e il periodo è il ‘700.

Devo dire comunque prima di iniziare che questo quadro è di una meraviglia assoluta, può piacere o meno, ma bisogna riconoscere obiettivamente la bravura, il genio, di questo artista olandese.
Jan van Huysum è nato ad Amsterdam nel 1682 da una famiglia di artisti, suo padre, Justus van Huysum il Vecchio dipingeva esclusivamente fiori e a sua volta due dei suoi tre fratelli, e questi furono perciò gli insegnanti “privati” che Jan ebbe la fortuna di avere. Era un conoscitore di fiori e non perdeva occasione per andarli ad osservare da vicino, spesso si recava nella vicino centro orticolo di Haarlem dove poteva avere l’opportunità appunto di studiarli.
Ben presto divenne famoso e i suoi lavori erano ricercatissimi non solo in Olanda ma anche all’estero,i re di Polonia e Prussia per esempio erano i suoi maggiori collezionisti.
Natura morta con fiori e frutti è una pittura ad olio su pannello del 1715 circa, dove esprime con questa magnificenza di fiori quella che era al
tempo la pittura olandese tendente alla rappresentazione della natura morta. I fiori e i frutti, in un’abbondanza davvero unica, sono disposti sia nei colori che nella conformazione in un’armonia tale da renderne a chi l’osserva un chiaro motivo d’ammirazione quasi musicale. Tutto è talmente reale, talmente convincente che non occorre l’immaginazione per comprenderlo.
Il Maestro amava fare realmente composizioni, li combinava secondo la sua immaginazione e poi li rendeva precisi su tela o pannelli. Era molto riservato nel suo operare che vietava assolutamente a chiunque di entrare nel suo studio quando lavorava, soltanto una volta, con riluttanza, accettò di avere un’allieva una certa Margareta Haverman, ma appena si rese conto che essa stava diventando molto abile nell’imitarlo, la licenziò subito.
In una lettera a un mecenate, nel 1742, Van Huysum si rammarica dicendo che avrebbe terminato l’opera anche l’anno precedente se avesse potuto avere una rosa gialla e non solo gli mancavano anche l’uva, i fichi e addirittura una melagrana. Questo per comprendere l’operosità, la pignoleria e la “maniacalità” quasi, che aveva nel “costruire” il modello per poi rappresentarlo efficientemente..
Osservando bene l’opera potremmo innanzitutto notare le rose che sono il fiore “tradizionale” della pittura in quanto legate per associazione alla Vergine Maria che veniva appunto descritta come una “rosa senza spine”, e il colore rosa era il colore più comune tra quelle selvatiche e anche il più apprezzato dagli orticoltori.
Non possono certo mancare, essendo olandese e abitando in Olanda, i tulipani che sono poi il fiore più comune della natura morta olandese in generale.
Ma continuando il nostro viaggio visivo, non possiamo rimanere indifferenti sulla straordinaria finezza e tecnica che il Maestro possiede nel dare consistenza morbida e vellutata alle pesche, la loro indiscutibile forma voluttuosa e rotonda tale da invogliare ad assaggiarle e non contento di tutto ciò, per dare ancor maggiore credibilità, ha sottolineato il contrasto con un insetto e simboleggiato la brevità dell’esistenza umana in quanto la sua vita è assolutamente breve, in contrapposizione poi con una farfalla che volteggia su una morbidissima rosa che invece rappresenterebbe la rinascita o resurrezione.
Un unico garofano che giace sporgendosi sul ripiano in basso, testimone sicuramente dell’amore, del romanticismo e per terminare l’assoluta verosimiglianza dell’uva, quelle bucce traslucide che invocano il più succoso dei vini che sicuramente intonano l’allusione al vino dell’Eucarestia, ovvero del sangue di Cristo.
Jan Van Huysum dava dimostrazione delle sue geniali capacità e sapeva benissimo miscelare e comporre quella grande varietà di toni e sfumature in assoluto equilibrio, un contrasto di colori davvero preponderante come il rosso del papavero risalta sui fiori bianchi.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Jan Van Huysum – Natura morta con fiori e frutti ( olio su pannello, 78x61cm) , National Gallery of Art di Washington (USA)

lunedì 17 giugno 2024

VINCENT VAN GOGH - SULLA SOGLIA DELL'ETERNITA'


C’è una malattia subdola, venale, viscida, che s’insinua nella mente dell’uomo e lo divora piano piano, giorno dopo giorno, ora dopo ora, e non esiste forza che possa arginarla, sconfiggerla, deteriorarla, è senza dubbio la depressione. La depressione deturpa l’aspetto interiore dell’uomo, lasciandolo solo, inetto, incapace, opaco, affaticato e desolato, con una miriade di difficoltà che altro magari sono le consuete abitudini del giorno. L’uomo si isola, odia l’intorno, disprezza anche e fortemente se stesso e nei peggiori dei casi pensa anche a compiere atti estremi alla sua incolumità conservativa.

Vincent Van Gogh, il Maestro eccelso dei colori, dei prati e della luce, di questa malattia ne combattè pienamente e ne fu pure lo scopo dei suo straordinari quadri, tanto da esserne ossessionato dai colori stessi, i gialli soprattutto che forse erano ancor più accentuati dall’abuso di assenzio che causa appunto xantopia(visione gialla delle cose). In ogni suo quadro pur vivo e lucente racchiude tutta la sua angoscia e dolore quotidiano.
“Sulla soglia dell’Eternità” il Maestro porta all’identificazione vera e propria della depressione, trasportandola in quel vecchio seduto, chinato in avanti che si copre il volto con i pugni. Un dolore che soltanto chi lo ha provato e lo prova può così bene rappresentare o al contempo comprendere.
Questa opera venne iniziata negli ultimi momenti di vita del Maestro, in un attimo di convalescenza e terminato a pochi mesi dalla sua scomparsa, venuta a causa di una ferita da arma da fuoco, che pare procuratesela da solo.
Analizzando il quadro vi sono vari elementi che ci portano a pensare alla depressione, i colori in primis sono opachi, scuri e trasmettono a guardarli un senso puro di distacco e di tristezza, il gesto dell’uomo è chiaramente identificativo del dolore, del pianto e della disperazione. Ed è difficile non entrare in empatia con questo anziano. Vi sono molte linee verticali, come sulle assi del pavimento, sulla sedia e sul muro che creano quel voluto senso di disagio della stanza, mentre alcune linee orizzontali come quelle di alcune parti della sedia, scandiscono proprio il conflitto che spesso la malattia si trova a combattere, tra il caos e la calma, momenti scanditi durante la giornata in un tragico alternarsi.
C’è comunque in tutto questo quadro anche un accennato senso di speranza che è dato dal fuoco sullo sfondo.
Van Gogh con questo quadro ci parla direttamente, anche se quell’uomo non è il suo autoritratto, lo è comunque nelle sensazioni, nel dolore, nell’angoscia che esprime. Uno stile artistico tra i più grandi per la capacità di trasmettere emozioni così altamente profonde.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web:Vincent Van Gogh – Sulla soglia dell’etertnità (1890 


 80x64cm) – Kroller Muller Museum di Otterlo (Paesi Bassi)





martedì 11 giugno 2024

RAFFAELLO SANZIO - LA MUTA


Si resta muti quando ci meravigliamo di un evento o una soluzione e non abbiamo più termini o parole per dimostrare la nostra “sorpresa”, il nostro stupore e di come tutto ciò, a volte, abbia potuto accadere, o restiamo muti e silenti di fronte a un evento triste, a un addio compito, dove le parole ormai anche ci fossero non basterebbero a colmare il dolore che ci sovrasta.
Si resta muti e basta in tante occasioni dove noi piccoli umani dobbiamo soccombere per incapacità e impossibilità di poter fare diversamente e dove le nostre umili parole altro non sarebbero che piccolissimi granelli di sabbia in una vastità d’immenso deserto.
E oggi spesso ci si sente muti e attoniti, e per questo ho ritenuto giusto prendere come spunto, questa meravigliosa opera di Raffaello ( creduta in un primo tempo di Leonardo da Vinci per alcune similarità) ,titolata appunto “Muta” per l’espressione indecifrabile, quasi “muta” di questa donna che si presume soccomba a un enorme dolore, quello della morte del marito.
E’ tutt’ora un mistero irrisolto, la figura rappresentata da Raffaello ha avuto diverse letture e diverse sono state le appartenenze attribuite, in ultimo ancora rimane più verosimile l’essere riconosciuta come il ritratto di Giovanna da Montefeltro (figlia di Federico da Montefeltro) , moglie di Giovanni della Rovere, ritratta appunto dopo l’avvenuta morte del congiunto divenendo lei stessa la reggente dei Feudi Urbinati.
L’impossibilità di dare la certa identità è dovuto anche al fatto che mancano persino informazioni sul committente, l’unica cosa certa è che venne realizzata intorno al 1507 a Firenze dove il Maestro risiedeva e operava e dove fu scoperta intorno al 1666 nell’eredità appunto del cardinale Carlo de’ Medici, e tutto questo porterebbe comunque a presupporre che il committente derivasse proprio dalla famiglia della Rovere in quanto furono loro a finanziare il soggiorno di Raffaello a Firenze.
Da quel giorno l’opera ha sempre subito notevoli cambiamenti, in primis trova residenza a Palazzo Piti, poi alla villa medicea di Poggio a Caiano, poi agli Uffizi di Firenze nel 1773 per poi in età moderna trovare fine alla Galleria Nazionale delle Marche.
Che la “Muta” non trovasse mai pace lo sottolinea anche una curiosità, infatti il 6 febbraio 1975 l’opera, insieme alla Madonna di Senigallia e alla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, viene rubata dove però l’anno seguente fortunatamente viene ritrovato il tutto a Locarno.
Il ritratto di questa dama, che per alcuni aspetti rimanda alla Gioconda di Leonardo da Vinci, denominata muta, racconta invece con la sua compostezza, con quella fissità degli occhi, tutta la sua tristezza, uno sguardo lontano, vacue. Il lutto sembrerebbe accentuato appunto dalla veste di colore verde che simboleggia appunto vedovanza e dal fazzoletto nella mano sinistra.
Le mani sono raccolte ( questo atteggiamento riporta a un’influenza nordica) anche se l’indice è rialzato quasi a indicare un qualcosa che a noi non è dato di vedere.
Simbologie ne troviamo anche negli anelli come il rosso rubino che ha sull’anulare sinistro che simboleggia la prosperità e lo zaffiro sull’indice sinistro che è un puro e assoluto simbolo di castità.
Mistero o no, questa opera lascia comunque ancora di più intendere il sapiente e grandioso talento di Raffaello e del suo “gentile” pennello nel trasmettere sentimenti e situazioni.
E Muti rimaniamo anche noi di fronte a questa meraviglia, perché le parole anche ci fossero non servirebbero, parla da se.

Roberto Busembai (errebi)



Immagine web: “La muta” – Raffaello Sanzio (Olio su tavola, 1507, 64x48cm) – Galleria Nazionale della Marche (Urbino)


giovedì 16 maggio 2024

CONOSCIAMO FLEA





CONOSCIAMO FLEA

Mi chiamo Flea e sono….beh sono un essere spaziale, senza poteri e senza effetti speciali, sono così come mi vedete, un essere normale...come tanti, forse differisco nell’aspetto, non lo nego, ma sono un bambino nel cuore e nel cervello, nell’animo soprattutto sono uguale al mondo.
Sono arrivato sulla vostra Terra in un’alba incantata, di quelle colorate e intense che non se ne vede di frequente, e sono caduto, per essere preciso, proprio mentre sorvolavo il vostro pianeta e una luce viola accecante mi ha fatto sbagliare direzione e distratto ho perso il controllo di me stesso e…
non è accaduto niente di particolare, solo che sono qui, solo, in questo momento e i bambini di tutto il mondo e di tutto l’universo hanno paura a stare soli e non lo dovrebbero essere obbligatoriamente.
Come vedete sono di colore giallo arancione ma ho pure due bellissimi occhi azzurri come il cielo, giro per lo spazio in cerca di qualcuno, e sempre mi sono ritrovato con bambini accoglienti, simpatici e molto coinvolgenti, non conosco questi della Terra, ma sono sicuro che saranno meravigliosi e insieme scopriremo molte cose, io ho molto da imparare ma posso anche insegnare se non altro quello che ho visto e ho provato in questo mio viaggiare.
Intanto per farvi contenti, mi sono subito travestito da astronauta e vi aspetto per un primo viaggio fantastico sulla luna, io non avrei avuto bisogno di indossare questo ingombrante scafandro, ma dato che voi non potreste farne a meno, non voglio essere diverso e farvi sentire in imbarazzo, e allora su salite sull’astronave dei nostri fantastici pensieri e arriviamo sulla luna prima che faccia notte, altrimenti lei se ne va a prendere il posto del grande sole e noi non ci potremmo atterrare perché farebbe buio pesto.
Ah un’altra cosa, la prossima volta che ci incontriamo racconteremo a coloro che non sono potuti venire o che non ne erano informati, quello che abbiamo visto e quello che abbiamo fatto, perché l’avventura deve essere conosciuta e nessuno deve rimanere indietro.
Ciao, siete pronti? E allora “navighiamo”!




Roberto Busembai (errebi) da LE AVVENTURE DEL BAMBINO FLEA

Disegni Errebi – Bambino Flea e Flea con tuta spaziale

martedì 14 maggio 2024

ANDREA MANTEGNA - CRISTO MORTO


Se si fossero eseguite le volontà del Maestro, questa tela forse non avrebbe avuto il successo (meritato) , perché Mantegna lo tenne per molto nel suo studio in quanto desiderava che fosse collocato ai piedi del suo monumento funebre.
Ma contravvenendo a questi desideri, il figlio Ludovico lo cedette con altre opere a titolo di pagamento (alcuni ritengono come dono) ai Gonzaga.
L’opera da allora in poi raggiunse la notorietà e al contempo assunse quel valore mistico che a ogni opera devozionale si rispetti facendone icona al tempo stesso di immagine di dolore.
Molti furono i tentativi di copiatura, alcune con addirittura la firma falsa dell’autore fino ad arrivare ai primi dell’Ottocento quando il creatore della Pinacoteca dell’Accademia di Brera, Bossi, la scoprì in possesso della famiglia Aldobrandini di Roma riuscendo ad acquistarla ma il problema che insorse era farla uscire dai confini dello Stato del Pontificio in quanto vigeva una ferra legge che vietava in maniera assolutamente indissolubile l’uscita di opere d’arte dal presente Stato a salvaguardia delle opere stesse che non venissero disperse nei paesi “esteri”.
Leggenda o verità o un misto delle due, narrano che fu l’inventiva del Maestro Antonio Canova, il quale usando un’astuzia simile a quella del Cavallo di Troia di Ulisse, nascose l’opera nell’imballaggio di una sua scultura che era diretta a Milano. Il destino volle la tela arrivasse sorprendentemente intatta, sorprendentemente perché essendo una tela dipinta a tempera magra era altroché soggetta a deterioramento e sorprendentemente perché durante il trasporto l’opera del Canova arrivò interamente distrutta.
E’ un’opera dalla visione prospettica alquanto particolare e unica, assolutamente geniale, dove la figura del Cristo viene osservata dal basso e dai piedi, una prospettica che ha fatto insorgere spesso anche critiche notevoli, oltre che lodi, soprattutto se l’opera stessa essendo esposta solitamente in alto fa si che il senso prospettico alteri in maniera incongruente le misure, come i piedi che apparirebbero troppo piccoli, le gambe corte rispetto a tutto il corpo ecc….
Nel 2013 il regista Ermanno Olmi usò un’esperimento che dava onore all’opera stessa in quanto la inserì in una stanza completamente dipinta di nero e la collocò a un’altezza di circa sessantasette centimetri da terra, tale da doverla osservare inginocchiati, come le tre figure che appaiono nella tela stessa, che poi sarebbe stata la vera collocazione pensata e voluta dal Maestro stesso.
L’opera d’arte in se stessa è di una valenza particolare, che invade il sentimento umano e irradia quel senso di dolore dovuto alla mancanza di un familiare o una persona cara, offrendo ancor di più il pathos in quanto trattasi di una figura, la più eccelsa, della religione cristiana.
Le tre figure che ho appena accennato altro non sono che la Madre, la Madonna, addolorata e piangente, San Giovanni e l’altra forse la Maddalena, tutte e tre adattate al taglio della tela, una tecnica che sarà poi ripresa dal grande Caravaggio.
Il letto di marmo venato, e le venature sembrano quasi la scia delle lacrime della Madonna, il nero assoluto intorno a sottolineare la morte, il vaso degli unguenti che sottolineano la preparazione del corpo al lungo viaggio, il cuscino dipinto con eccezionale tecnica da farlo credere di seta, il livido colore della morte sul volto e sul corpo del Gesù, un pallore che poi Raffaello userà e estenderà anche sul volto affranto della Madonna nella sua stupenda Deposizione, il Cristo assolutamente morto, gli occhi chiusi, le labbra quasi serene, il corpo totalmente abbandonato dalla sofferenza, fanno si che questa opera, oltre alla visione prospettica sopra detta, raggiunga il più alto livello della pittura e del naturalismo.
Un’opera a cui il cinema molto spesso si è avvicinato usandone proprio l’intera rappresentazione prospettica, come il corpo del marinaio morto nel famoso film “La corazzata Potemkin” di Sergej Ejzenstejn, oppure Pier Paolo Pasolini che la usa per la rappresentazione della morte del ragazzo in carcere del famoso film “Mamma Roma” o Federico Fellini in Satyricon o la più famosa scena del cadavere dell’astronauta Bowman in “Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Andrea Mantegna – Cristo Morto ( Pinacoteca di Brera, Milano)

lunedì 22 aprile 2024

ORAZIO GENTILESCHI E GIOVANNI LANFRANCO - SANTA CECILIA E UN ANGELO


Difficilmente decido quale opera d’arte commentare, perché mi piace che la cosa nasca spontanea, d’impulso, che avvenga quando ne sento il desiderio, ed ecco spiegato il motivo non sempre sono continuativo su questa pagina, della quale colgo l’occasione per ringraziarvi tutti quanto per la fiducia e l’apprezzamento che mi offrite. Ed è proprio nata così la voglia di presentarvi questo dipinto che mi ha attirato particolarmente mentre sfogliavo il catalogo della National Gallery of Art di Washington, un dipinto che all’ammirarlo incute tanta dolcezza e musicalità d’animo.
Rappresenta la Santa Cecilia mentre sta suonando un organo portativo, e di per se questo quadro potrebbe apparire come una rappresentazione di una comune scena di vita quotidiana, ma è arricchito e rifinito dalla presenza del bellissimo angelo che sorregge uno spartito che fa così diventare la rappresentazione di carattere religioso.
Il quadro è di Orazio Gentileschi, del 1617, che lo eseguì in parte, in quanto fu richiamato a Genova, di sua maniera sono le teste e i busti e questa Santa Cecilia differisce da una sua omonima versione Perugina, in quanto non presenta l’attributo caratteristico della ghirlanda di rose sul capo.
Questa è rappresentata con un’accurata acconciatura che si rifà alla moda del tempo, ovvero con trecce riportate, mentre il volto è il tipico volto femminile amato dal Maestro che ritroviamo in molte delle sue opere, e in questo caso l’espressione ha una notevole forza di trasporto spirituale tendente proprio all’estasi.
Il delicato angelo, da memorie fanciullesche, è sicuramente un apporto di origine caravaggesca di cui il Gentileschi ne era affascinato come poi in seguito la più famosa figlia Artemisia, un angelo che sorregge lo spartito ammirando con aria delicata e innocente l’esecutrice.
La rappresentazione della Santa Cecilia è sempre stata accomunata a qualche simbolo musicale in quanto ritenuta protettrice di questa arte, e in questo caso il Maestro le ha conferito la capacità di suonare un organo portativo, mettendo in risalto le sue lunghe e affusolate dita che fin dai tempi del medioevo sono simbolo di spiritualità.
L’opera fu portata a termine alcuni anni dopo, precisamente nel 1621, da Giovanni Lanfranco.

Roberto Busembai (errebi)
Orazio Gentileschi e Giovanni Lanfranco – Santa Cecilia e un Angelo ( National Gallery of Art di Washington)

martedì 26 marzo 2024

LORENZO LOTTO - CRISTO PORTACROCE


E’ indubbio, sia per i credenti cristiani sia per i non, che l’anticipo della Pasqua abbia assunto sempre più un valore più umanistico che spirituale, c’è un forte bisogno di pace vera, sicura, certa, una pace sentita dal profondo di ogni animo, una pace che non conosca diversità o etnia, stato e/o addirittura politica, una grido unanime lanciato dall’uomo in generale, l’uomo quell’unico animale che in quanto possessore d’intelligenza, non riesca con questa ad usarla per un suo universale beneficio. Premesso tutto questo oggi voglio perciò proporvi questa opera, certamente con soggetto religioso, ma che comunque parla e urla anche a coloro che non lo sono, perché la rappresentazione tutta è volta a chiedere da parte di un Supremo, un aiuto non divino ma terreno, un aiuto per le sofferenze patite e per gli affronti subiti da chi, umano come noi spettatori ha osato senza pietà alcuna.

Era il 1980 quando una congregazione di un convento di suore in Provenza, per poter usufruire di un poco di moneta da usare anche per i poveri, decisero di fare “pulizia” di tutto quello che era ammassato e non usato negli anni precedenti, diciamo che fecero pulizia delle soffitte, e in questo “rinnovamento” c’era anche un quadro, di notevole bellezza, ma definito come tanti, una crosta.
Comunque riuscirono a ricavare qualche migliaio di Franchi  vendendo il tutto a un antiquario.
Quest’ultimo però nel ripulire la tela si accorse che era firmato e così lo portò all’allora storico d’arte  francese André Castel che riconobbe subito in questo un capolavoro dei Lorenzo Lotto ovvero il “Cristo portacroce” datato 1526.
Il quadro venne poi acquistato dal Louvre per la “modica” cifra di tre milioni e mezzo di Franchi, e le suore venute a conoscenza di ciò cercarono di rientrare in possesso di quel quadro “bistrattato” ma ogni causa contro il museo fu assolutamente invana.




Il quadro pare fosse realizzato per una destinazione privata, un evidente soggetto devozionale riguardante un preciso momento della Passione di Cristo, soprattutto per mettere volutamente in risalto la sofferenza del Cristo per poter così suscitare in chi lo avesse ammirato, una sorta di mistica meditazione, e per far si che tale processo avvenisse istantaneo e immediato, il Lotto ha usato di proposito le dimensioni ridotte e messo in assoluto primo piano il volto del Cristo, creando al contempo quel senso di peso che lo stesso Gesù prova nel trascinare quella croce al suo pulpito.
E’ un grido quel volto, è una supplica, è un aiuto che il Divino chiede all’umanità e se poi pensiamo che la rappresentazione è rivolta al momento in cui si parla nelle scritture, quando Cristo ormai allo stremo cade con la croce durante il trasporto verso il Calvario, e i suoi aguzzini mentre infieriscono colpendolo e tirandogli i capelli nel tentativo di spronarlo a rialzarsi, chiedono all’umano Simone di Cirene detto il Cireneo di addossarsi il peso della croce, in quanto c’è bisogno di accelerare il processo di crocifissione, bisogna porre fine a tutto questo il prima possibile.
Per il Lotto noi siamo il Cireneo, il Messia con tutta la sua umiltà terrena ci chiede di sostenere quella Croce, ci chiede di essere magnanimi e di comprendere.
Il dolore del Messia è intenso, le stesse copiose lacrime lo testimoniano, e le evidenti ferite causategli dalla corona di spine ne sono la profonda e dettagliata testimonianza , le mani del Cristo sono quasi diafane in contrapposizione a quelle dei suoi carnefici, scure e chiuse, che imprimono e testimoniano la violenza e la bruttura. 
E il Lotto sorprende ancora con la particolarità stessa della firma, a confermare la sua abitudine che pone sempre la firma in un determinato posto tale da essere parte integrante della rappresentazione stessa, qui la pone sul braccio della croce ma in senso inverso, ovvero chi guarda il quadro la vede rovesciata onde per cui per poterla vedere giustamente, si dovrebbe rovesciare il dipinto stesso. Ed è proprio questo voluto movimento che pone il Lotto e al contempo noi stessi in un atto di pietà, in quanto attraverso la sua firma a rovescio egli e noi di riflesso, siamo un poco come San Pietro che imitò il Cristo facendosi crocifiggere ma a testa in giù.
Un quadro da una forza esteriore potente e che arriva subito al cuore, un quadro che pur nella sua forte manifestazione di dolore e pena grida pace.
Buona Pasqua amici carissimi.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Lorenzo Lotto – Cristo portacroce e dettaglio dello stesso

lunedì 2 ottobre 2023

CIMA DA CONEGLIANO - MADONNA COL BAMBINO FRA I SANTI MICHELE ARCANGELO E ANDREA APOSTOLO


E' sempre un compito difficile attribuire un'opera d'arte antica a un determinato Maestro, e spesso ci sono pure pareri discordi e accurate e stancanti ricerche a volte non bastano a delineare precisamente a chi appartiene. Ci sono esperti d'indubbia capacità conoscitiva e culturalmente e artisticamente esperti in materia, ma nei tempi lontani, quando i grandi nomi, come quelli del periodo Rinascimentale e anche prima e dopo, che si trovavano a dipingere per specifici committenti ma spesso e talvolta imposto, non firmavano assolutamente le loro opere, ci si basava dalle notule di pagamento, anche se queste non bastavano a identificare l'opera d'arte in questione se non invece il pittore. Ho fatto questa premessa per far capire quanto ancora oggi, nonostante l'avanzata tecnologia, ci troviamo a dover comprendere una determinata opera d'arte magari attribuita a un altro Maestro. E' il caso di questa tavola del 1500 che all'origine era collocata nella chiesa francescana dell'Annunciata a Conegliano e ritenuta dai semplici frati un'opera del grande Durer che per un certo periodo aveva attraversato l'Italia. Poi i tempi passavano e altrettanti studiosi e critici ribattezzarono l'opera addirittura a Leonardo da Vinci per un'inscrizione “apocrifa” che riportava queste parole “Leonardo Vinci fece 1492”, un'iscrizione adesso del tutto illeggibile.

Ma nel 1834 quando questa Pala entrò nella Galleria Nazionale di Parma, la critica tutta fu concorde nello stabilire la vera mano pittorica in Cima da Conegliano (Giovan Battista Cima).

La pala rappresenta la Madonna con il Bambino e i due santi Michele Arcangelo e Andrea Apostolo, inseriti in un contesto scenico “libero” ovvero senza le rigorose simmetrie Belliniane a cui erano in uso in quel periodo. E' un opera questa di età matura del Cima, che denota la sua sottigliezza e capacità nella descrizione, basti notare la minuziosità e precisione nel primo piano in basso dei pezzi delle rovine del tempio, le piante e i fiori che risultano ben delineati. L'architettura rimasta e ben dettagliata è sita alla destra della pala offrendo così alla scena un ampio spazio e “aria” nuova ai personaggi arrivando a intravvedere in lontananza un borgo, Conegliano Veneto, che forse era stato dipinto quasi a volerne apporre la sua firma.

Incantevole e assolutamente originale e delizioso il Bambino seduto sul basamento della costruzione con un'espressione alquanto decisa e quasi consapevole della sua “entità”.

Il gioco della luce sui colori dei vari indumenti e le marcate ombreggiature delineano una rappresentazione in cui ogni soggetto e ogni oggetto venga osservato, ammirato.

Il Maestro Giovan Battista Cima, nato appunto a Conegliano Veneto nel 1460, evolse la sua maggiore produttività artistica traVenezia, dove aprì una sua bottega, e l'Emilia, e il suo stile pittorico molto raffinato induce a ritenerlo un primario allievo di Giovanni Bellini, la sua produzione è soprattutto indirizzata verso raffigurazioni di immagini sacre come la “Madonna col Bambino” presente a Cardiff o la “Sacra Conversazione” sita a Washington.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Cima da Conegliano – Madonna col Bambino fra i santi Michele Arcangelo e Andrea Apostolo

domenica 9 luglio 2023

IO E IL MARE


“Dicono che i bambini come me, che ho quasi 7 anni e mezzo, non sanno pensare, ma vivono con ….non mi viene quel nome che dicono, è un qualche cosa comunque che loro affermano che noi possediamo e con essa ci perdiamo a giocare e vivere, ….ma come si chiama? ….aspetta mio padre spesso mi dice: ..- Te hai troppa.... -FANTASIA! - ecco quella cosa li.

Io non lo so cosa sia questa fantasia, a me pare di non averla proprio questa cosa appiccicata addosso, io l'ho chiesto anche al mio amico Spiderman, sai quello che riesce a saltare da un grattacielo all'altro con il lancio di una ragnatela che lo sostiene e che non si stacca mai, ma anche lui non mi ha saputo rispondere, anzi lui pensa proprio che sia una cosa che si inventano i grandi per tenerci calmi e per rispondere con quella alle troppe domande che noi facciamo.

Io non ho domande da fare, sono qui davanti a questa immensità di acqua che tutti chiamano mare perchè dentro c'è il sale, si quello che mamma usa per cucinare, e qui sinceramente non riesco a capire perchè ce ne sia così tanto che non è acqua per cuocere gli spaghetti, comunque è bello e non trova mai riposo, è anche dispettoso questo mare, pare che mi voglia abbracciare e poi una volta che mi sfiora scappa via e ritorna indietro.

Il mio amico, ormai lo conoscete è sempre quello, Spiderman, ha paura dell'acqua perchè dice che l'acqua di mare gli rovina il vestito rosso che indossa, sempre per colpa del sale, io invece a volte mi piace entrarci dentro anche se le onde mi spingono un poco troppo e a volte devo faticare per stare in piedi, ho un pochettino di paura ma non voglio farlo vedere a mio padre perchè dopo mi dice che sono un “fifone”.

Nel mare ci sono tante cose che ho visto su internet, pesci colorati, conchiglie giganti, alghe che non sono brutte come quelle che spesso galleggiano e si posano sulla riva e mi si appiccicano ai piedi e alle gambe. Io una volta l'ho visto un pesce qui vicino alla riva, era un bel pesce grosso, ma non era di quelli colorati come si vedono nelle fotografie, forse i colori li avrà rovinati il sale come al vestito del mio amico.

A me piacerebbe navigare, essere come quella barca che vedo in lontananza, con la vela bianca e che si fa spingere dalle onde e dal vento, mi piacerebbe perchè per prima cosa vorrei scoprire cosa c'è dopo quella riga netta che separa il mare dal cielo, quel punto preciso dove stasera, come tante altre sere, vedrò il sole che va a nascondersi, mamma dice che non si nasconde ma porta la stessa luce ad altri bambini in un'altra parte del mondo, e allora penso che vorrei andare proprio con la barca a trovare quei bambini così potremmo giocare insieme e io avrei sempre giorno e non dormirei mai, che bello sarebbe....ma Spiderman dice che non si può fare perchè il mondo è troppo grande e che al sole non si può comandare, e se lo dice lui che è un supereroe!

Per seconda cosa poi vorrei essere su quella barca solo per il divertimento di poter galleggiare mentre le onde mi cullano quasi a farmi addormentare. A volte l'ho fatto quello di dormire mentre mi galleggio sulle onde, con il materassino di gomma, ma ho sempre mamma o papà che mi stanno vicini altrimenti mi rovescio e dopo affogo! Io non so ancora nuotare ma un giorno, ho già deciso con il mio amico, decidiamo di andare da un maestro dell'acqua e ce lo facciamo insegnare, Spiderman ha detto che si comprerà un costume rosso con le righe nere....e io mi farò delle belle risate a vederlo così conciato, e gli l'ho detto pure........non mi ha parlato più per ben tre giorni!

Beh sai che ti dico mare, io mi sarei anche stancato, sei bello e sei grande però ancora non mi hai reso la seconda pallina che mi serve per giocare a racchette, che aspetti? Sei proprio dispettoso! Ti prego sono con maglietta e cappellino, non posso bagnarmi altrimenti me li scoloro, me la vuoi riportare la mia pallina con la quale ti stai divertendo a passarla da un'onda a un'altra?, dai per favore altrimenti tra poco mi sento chiamare da mamma che vuole esca da te!.......

Quando sarò grande vedrai caro mare se non ti vengo a comandare, io con il mio amico, vedrai vedrai! Ah eccola la mia pallina.......grazie mare e non ascoltare quello che ti ho detto prima, era tanto per dire, per metterti paura, io ti voglio troppo bene , sei bellissimo ….ma non tenerti, senza chiedermelo, le mie palline!


Roberto Busembai (errebi)


Photo del mio amico fotografo Ciacci Marcello

lunedì 8 maggio 2023

ALISON DUNLOP - CADERE

ALISON DUNLOP - CADERE

 
    
C'è un forte bisogno di scelte culturali, di nuove formule e nuove frontiere, c'è un senso di innovazione artistica che tenta di imprimere nelle forme e nelle scelte le basi di un ponderato senso di freschezza e libertà interiore, c'è insomma la voglia di cambiare , di rispolverare nell'antico e nel passato per rinnovarsi con più coscienza e cultura nel futuro. Ma è ancora lontano quel giorno o forse già qualcuno si sta preparando nonostante i venti del tempo siano forti e contrari, nonostante le nebbie dei giorni ricoprano ancora quel sole.

Alison Dunlop è un'artista canadese che dopo i primari studi nella sua Nazione si spostò prima in Francia e poi in Gran Bretagna, quando nel 1982 approdò in Scozia per un corso post- laurea presso l'Edinburgh College of Art , vi trovò il luogo e il clima interiore adatto per la sua esistenza e il suo sviluppo artistico. Notevoli premi l'hanno ripagata nel corso degli anni, recentemente nel 2018 ha ricevuto il Walter Scott Award dell'Annual Open Exhinbition di RSW a Edimburgo.

I suoi oli e acquarelli lasciano aperta quella lettura interiore di ognuno, lo spettatore riceve la particolarità dei colori, la luce nitida e pulita, le forme precise e nette, ma al contempo miracolosamente ognuno davanti alle sue opere riesce personalmente a riceverne una propria emozione, scaturendo così nella mente e nell'interiorità subconscia il risveglio di sensazioni forse dimenticate, perdute o volutamente nascoste.

“ Non mi ritrovo a dipingere – dalla natura – , da uno specifico punto di vista o momento, ma sto provando, attraverso i segni che il mio pennello riesce a convincere dall'acqua e dal pigmento e con la linea, il colore, il movimento e la forma, a – sintonizzarsi – e distillare l'energia del cambiamento costante all'interno di questo ambiente. Sto anche cercando di cogliere il significato in ciò che vedo, di imporre il mio ordine al suo caos, nella speranza di esplorare l'essenza di ciò che risuona così forte per me in questo luogo.”. (Alison Dunlop)


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Alison Dunlop - Cadere

lunedì 17 aprile 2023

GAUDENZIO FERRARI - IL CONCERTO DEGLI ANGELI


Il Santuario della Madonna dei Miracoli a Saronno oltre ad essere un importante centro di fede dove moltissimi pellegrini portano devozione è anche un Santuario che racchiude nel suo interno una vastità di capolavori d'arte tanto da essere nominato come 'la cappella Sistina' del Nord.

Le cinque campate sono in stile barocco e sotto il suggerimento del gesuita P. Reina, l'ingegnere Ciniselli e Giovanni Mariani, lavorarono intorno al 1600 per illustrare con simboli e sentenze i privilegi di Maria. La decorazione di tutta la parte iniziale si possono ammirare gli affreschi di Bernardino Luini, discepolo di Leonardo da Vinci, che nel periodo che va dal 1525 al 1532 vi lavorò rappresentando l'infanzia e la nascita di Gesù. Gli fu affidata anche la cupola ma vi sono soltanto alla base i santi Cristoforo, Antonio, Rocco e Sebastiano perchè lo raggiunse la morte, dopo di lui intervenne Cesare Magni che realizzò solamente S.Giorgio e S. Martino.

Ed ecco che nel 1535 venne chiamato Gaudenzio Ferrari il quale in soli 79 giorni dipinse tutta la cupola lasciandoci un opera alquanto sorprendente e meravigliosa.

E' la rappresentazione dell'ascesa della Madonna al cospetto di Dio, e il Ferrari la immaginò come un grande concerto festoso nell'immenso cielo, un turbine di ali, vesti colorate, chiome fluenti, aureole, flauti, viole e altri strumenti musicali affidati, usati, da un turbinio di angeli disposti su quattro cerchi concentrici che si conducono verso l'alto ovvero verso la figura di Dio aurelato da raggi e che è il perno di quel movimento circolare, quasi a essere il direttore di quella enorme orchestra. Perchè è davvero un'orchestra a cielo aperto.

Un Paradiso che il Ferrari ha affollato con angeli fluttuanti e coloratissimi, iniziando dal primo circolo, con putti o angioletti ignudi tutti con lo sguardo rivolto al Padre, per poi scendere la di sotto dove inizia il vero concerto con angeli che leggono e cantano le partiture, chi è intento a suonare con strumenti vari, insomma a doverlo ammirare dal sotto non solo ci sorprendiamo della maestosità dell'opera ma se ci lasciamo un poco trasportare da quel turbinio 'forse' potremmo anche 'sentire' quella musica celestiale tanto è bene raffigurata. In tutto sono circa 126 figure di cui ben 57 sono quelli che suonano. Oltre a questo il Ferrari realizzò anche i quattro tondi che sono al di sotto degli Angeli ma anche a lui, come al Luini, la morte gli impedì di finire l'opera.


Roberto Busembai (errebi)


Immagini web: Gaudenzio Ferrari – Il concerto degli angeli (Santuario della Madonna dei Miracoli , Saronno) e puzzle dei particolari dell'affresco.





sabato 8 aprile 2023

UOVA DA COLORARE


Ops.....ma davvero siamo a Pasqua, ma che sbadata che sono, davvero non ci avevo pensato o sinceramente non ci volevo pensare....Gli anni volano come aquiloni senza un filo teso e liberi di andare e più volano e più si allontanano dalla vista portano con se, appesi alla coda, ricordi ed emozioni, amori e sacrifici, e tante parole e librano così nelle nuvole che incontreranno e ci lasciano sole sul selciato di un futuro che non sappiamo quanto poi ce n'è restato. Ma allora se siamo a Pasqua, che significa rinascita, dobbiamo sicuramente rendere grazia a quel Signore che con il suo sacrificio umano “tentò” di liberare il mondo dalle impudicizie e dalle violenze che ricolmavano sulla terra e in ogni luogo senza distinzione. E quel “sacrificio” è poi valso? ci viene da chiederci adesso dopo secoli e secoli passati, perchè di tutto quello che c'era di brutto e violento non solo è scomparso dal cielo ma lo sovrasta pressandolo forte sul mondo che non ha nemmeno più la forza di chiedere “amore”. Ed era Pasqua quando invece da bambina come oggi, nella vigilia della festa, si mettevano uova a cuocere per rassodarle e poi fredde si coloravano e si tinteggiavano con i disegni più belli che fantasia ci potesse rincorrere dentro, ed erano poi quelle che deposte in un cestino di paglia venivano portate alla benedizione nel giorno di Pasqua e poi sulla tavola rotte nel guscio e in parti distribuite ai commensali presenti come segno di rinascita nell'anima e nel cuore.....ma tante rimanevano ancora intatte e dopo il pranzo noi bambini si prendevano e si andava sul poggio del fiume vicino per farle rotolare dall'alto e gridare e sperare che la nostra fosse quella che avrebbe vinto la gara arrivando per prima in pianura. Ed era Pasqua nel silenzio del ricordo dei nostri cari che a tavola non erano presenti e si gratificava il bene di averci donato quella vita che loro stessi avevano consumato lasciandoci sogni e amori da condividere nel tempo.

E allora se Pasqua deve essere che sia davvero quella bianca colomba che impavida vola tra fuochi e cannoni schivando mitraglie e proiettili che invadono il cielo e la terra, che davvero l'ulivo che simboleggia la pace e l'amore , che con la sua tenacia di resistere possa distendere sugli animi e nei cuori crudi e violenti il suo dolce liquido estratto dal frutto e olio purifichi le menti insane che vogliono tutto questo e che del mondo non sanno nemmeno cosa sia essere felici anche al solo sorgere del sole o al solo splendere della luna.

Buona Pasqua amici e amiche carissime, che sia per voi un sincero giorno di risveglio nel cuore e che l'amore non siano solo un insieme di parole, che la salute possa irrorare nei vostri corpi come quel pane e vino di un'ultima cena che portava a santificare, e che sia per voi e per tutti quelli che vi conoscono e che vi conosceranno, per me e per tutte le famiglie del mondo, famiglie intese come nucleo di persone, ovvero su tutti anche e soprattutto su quelli che vogliono la fine di un “uomo” che ha ancora un cervello per pensare ma avrebbe anche un cuore per far tendere la mano ed abbracciare, che sia Pasqua di resurrezione e poi se ci riusciamo afferriamo quel filo che tiene l'aquilone e fermiamo quel sogno che c'è ancora tanto da sognare.

Auguri sinceri di Buona Pasqua ,


la vostra Zia Molly


Immagine web

lunedì 20 marzo 2023

MASACCIO - MADONNA DEL SOLLETICO


Per dimostrarsi grandi artisti non occorrono grandi e enormi cose, e ce lo dimostra il Maestro Masaccio con questa piccolissima tavola dipinta dalle misure alquanto piccolissime, verrebbe da pensare ad un francobollo, circa 24 ,5 x 18,2 cm.. dove trasmette tutta la gentilezza, l'affetto e l'amore che una madre, la Madonna, ha verso il suo bambino, in questo caso Gesù. La tavola è conosciuta come la Madonna del solletico, dal gesto affettuoso con cui Maria cerca di divertire il piccolo Gesù il quale risponde afferrandogli il braccio e la mano, sorridendo. Gesti naturali, gesti comuni, gesti di reciproco scambio di amore e serenità, simbiosi comune tra una madre e un figlio.

Il bambino è interamente fasciato come era uso nel quattrocento e il rametto di corallo appeso alla catenella al collo è leggermente spostato naturalmente dal movimento del gioco. L'allora giovanissimo Masaccio riesce a tradurre in pittura il sentimento umano e trasmetterlo con semplicità e accuratezza, “perfezionando” così ,nella pittura ,Giotto, che già era stato il precursore del Rinascimento.

La tavola fu commissionata dal neo cardinale Antonio Casini, già vescovo di Siena, nel 1426 e a conferma di ciò è il retro della tavola stessa dove è dipinto lo stemma della famiglia a forma di scudo, sormontato dal cappello rosso cardinalizio , nello scudo ci sono sei stelle scure in campo giallo con una vistosa croce dorata al centro.

Un'effigie devozionale privata e facilmente trasportabile per la sua piccolezza.

La tavola venne scoperta nel 1947 tra le opere trafugate dai nazisti durante il conflitto della seconda guerra mondiale e dopo essere stata in Palazzo Vecchio fu trasferita agli Uffizi.

Nonostante il Masaccio si rifaccia alla pittura senese delle Madonne dai gesti spontanei, la resa pittorica è magistralmente resa dall'effetto chiaro-scuro tipico del Maestro, tale da rendere reale i volti stessi. Questa fu la sua grande rivoluzione pittorica.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Masaccio – Madonna del Solletico (Galleria degli Uffizi - Firenze)

martedì 7 marzo 2023

ALCUNE DONNE PITTRICI


Per una pura, reale, costante e determinante discriminazione, anche nell'arte, sono gli uomini ad avere avuto sempre pieno dominio ma, fortunatamente, alcune donne coraggiose sono riuscite a prevalere e ostacolare a proprie spese e a proprio pericolo questo modus operandi, ed è proprio di alcune di queste che oggi, in concomitanza alla festa internazionale della donna, voglio farvene conoscere alcune, anche se già ,sicuramente, ne avrete sentito parlare.d

Siamo nel quattrocento e la figlia di un più famoso e stimato pittore vorrebbe intraprendere l'arte pittorica, ma a nessuna donna è consentito di poterlo fare liberamente a meno che non si “affacci” alla fede e allora le cose potrebbero cambiare. Ecco che prende i voti e tramite miniature, tavolette votive ecc ottiene il suo scopo tale da procurarsi una certa riconoscenza e da essere anche ricercata. Pure agli Uffizi possiamo oggi ammirare una sua opera, ovvero “Vestizione di una monaca” ambientata nella Chiesa di San Donato in Polverosa. Si chiamava Antonia Doni ed era la figlia primogenita di Paolo Uccello.

Altra figlia di un altro famosissimo pittore, figlia illegittima ma sempre ben amata e considerata dal padre, siamo nel cinquecento, riuscì ad ottenere un certo livello pittorico di conoscenza, donna di cultura e pure musicista, ma che dovette sempre stare all'ombra del padre e dei fratelli e pure avendo avuta una chiamata importante, ossia dal re di Spagna Filippo II che adorava le pittrici, dovette rinunciarvi per volere ferreo del padre che auspicava per lei una vita più appartata e protetta. La fece sposare a un semplice e pesante gioielliere tedesco e il caso volle che a poco più di trenta anni la giovinetta perì. Si chiamava Marietta Robusti detta Tintoretta, figlia del più illustre (guarda caso) Tintoretto.

Chi non ha mai sentito nominare Sofonisba Anguissola, ebbene questa donna, siamo ancora in pieno cinquecento, ottenne fama eccezionale come pittrice, appoggiata molto dal padre disegnatore dilettante ma amante pazzesco dell'arte, tanto da superare pregiudizi del tempo e ampliare la sua cultura in ogni ambito, dal letterario al musicale, passando e approfondendo quello artistico. Nota in quasi tutta Europa, lei era potuta andare alla corte spagnola di Re Filippo II e si può considerare la prima pittrice rinascimentale. Persino Michelangelo Buonarroti, al quale il padre di Sofonisba gli aveva inviato alcuni disegni della figlia, si meravigliò della sua bravura, tanto da sfidarla a rappresentare un bambino che piangeva. E' famoso il disegno del “Fanciullo morso da un gambero” che lo stesso artista lodò clamorosamente e lei divenne ancor più riconosciuta al punto che viene persino citata nelle “Vite” del Vasari.

Alla fine del cinquecento, non si può non citare la bolognese Lavinia Fontana, pure essa figlia di un famoso pittore. Presso la bottega del padre ebbe l'opportunità di frequentare i famosi Carracci, da subirne stilisticamente la loro influenza. Ritrattista, come del resto erano quasi tutte le pittrici donne, ebbe anche la possibilità di ottenere importanti lavori su commissione da diventare anche la prima donna a dipingere una pala d'altare, la bellissima “Assunzione della Vergine” ancora oggi vedibile a Imola. Sotto la protezione di papa Gregorio XIII fu pittrice a Roma tanto da essere considerata la “Pontificia pittrice” e comunque oltre ad essere apprezzata per le sue capacità artistiche lo fu anche come donna e soprattutto come madre, perchè nonostante i dodici figli avuti, riuscì sempre a gestirsi lodevolmente in ambe le parti.

Fede Galizia, fu un'importante pittrice soprattutto di nature morte, un genere però che era ritenuto di minore importanza, del XVII secolo avendo anche lei imparato presso la bottega del padre miniaturista Nunzio Galizia, tanto da essere apprezzata dall'Arcimboldi che portò alcune sue opere all'attenzione della corte di Praga presso Rodolfo II. Ma non soltanto nature morte, se si pensa che a soli diciotto anni realizzò una “Giuditta con la testa di Oloferne” assolutamente particolare e geniale, uscendo rappresentativamente da ogni schema del tempo, una Giuditta alquanto signorile ricoperta di gioielli (minuziosamente e accuratamente dipinti) e con vesti alquanto ricamate e con ricche decorazioni. Non solo ma volle “auto ritrarsi” nella parte di Giuditta. Fede Galizia per avere piena e assoluta libertà di dedicarsi alla pittura, rinunciò a sposarsi e purtroppo a 52 anni morì stroncata dal male del tempo, ovvero la peste.

Artemisia Gentileschi, che qui nomino solamente, in quanto le abbiamo già dedicato una monografia e se vogliamo forse una delle poche ad avere fama e riconoscenza tutt'ora.

Il settecento vede la notorietà di Rosalba Carriera, famosissima ritrattista con ampia riconoscenza anche all'estero. Attenta a ogni particolare faceva dei suoi dipinti una rappresentazione quasi da miniatura, e non solo ma seppe dare alle figure rappresentate quel giusto apporto umano e interiore.

Conquistò Parigi tanto da essere ammessa all'Accademia e ottenere pure una commissione dal re Luigi XV, per poi terminare i suoi anni alla corte di Vienna.

Rimanendo in Francia, colei che fu davvero considerata la ritrattista più emblematica del tempo, fu Elisabeth-Louise Vigée Le Brun, colei che ebbe la fortuna, oltre ad un nobile talento, di essere ben sostenuta da due nobilissime e importanti donne, Madame de Verdun, moglie di un efferato appaltatore delle imposte e la Duchessa di Chartes, e comunque anche il proprio sposo non fu da meno, in quanto mercante di quadri l'agevolò particolarmente.

Fu Maria Antonietta consorte del Re Sole, che la insignì all'Accademia Reale di Pittura e Scultura, divenendo poi amica e confidente stretta della regina e sua unica e fedele ritrattista.

Naturalmente la donna non era ben vista a corte, tanto da essere motivo di pettegolezzo e maldicenza da parte soprattutto dei signori uomini, al punto che giravano voci in cui si diceva che i dipinti a lei attribuiti fossero stati eseguiti in segreto da un pittore maschio. Alla caduta della monarchia riuscì a fuggire travestendosi da popolana e ritornò, dopo aver vagato per l'Europa intera, a Parigi venti anni dopo, durante il dominio di Napoleone e dove poi trovò la morte.

Allieva della Le Brun e pure del grande Jacques-Louis David, Marie -Guillemine Benoist abbandonò comunque le regole neoclassiciste avvicinandosi al Romanticismo arrivando così, ai primi del 1800, a presentare al Salon di Parigi quello che possiamo ancor oggi definirlo un grande capolavoro, il “Portrait d'une negresse”. Viene considerata la coraggiosa interpretazione che l'artista ha avuto nei confronti dello schiavismo e del razzismo, considerando che appena sei anni prima c'era stata l'abolizione della schiavitù, con una forza rivendicatrice per la dignità della donna al di la della razza, cultura e estrazione sociale,(considerando poi che solo dopo poco su pressioni dei proprietari di piantagioni, la schiavitù sarebbe stata di nuovo legalizzata), perciò un dipinto progressista e assolutamente da considerarsi femminista e ovviamente criticato e giudicato pure scandaloso.

La donna, che posa in tre quarti, seduta su una poltrona rivestita da un tessuto blu, ha un atteggiamento tipico delle dame di società e guarda sicura e decisa verso l'osservatore, uno sguardo attivo che si capisce non ha nessuna remora di abbassare la visione (cosa che avrebbe dovuto essere per una donna nera sottomessa). Indossa una sontuosa stoffa bianca stretta in vita da una cintura rossa, come andava di moda tra le signore del tempo. I colori denotano chiaramente il richiamo alla nota bandiera francese. Un dipinto assolutamente sensuale che porta a ricordi di un rinascimentale Raffaello con la sua “Fornarina”.

Lo scandalo comunque non turbò assolutamente la sua notorietà, anzi divenne poi la ritrattista personale della famiglia di Napoleone. Nominata in seguito pittrice ufficiale dell'impero e ottenuta dal governo una cospicua pensione e una medaglia d'oro, la Benoist aprì pure un atelier per sole donne.

Per ultima, riferendomi alla mia esposizione non certo per valore e per classifica, sempre nel pieno dell'ottocento, è da menzionare una fedele al movimento realista, singolare, femminista , Rosa Bonheur. Dedita soprattutto a rappresentazioni di animali ottenne la sua fama internazionale, fu la prima a raggiungere pure gli Stati Uniti, con “La fiera dei cavalli”. Prima donna francese ad avere il titolo di cavaliere della Légion d'honneur , fu una stimata e amata pittrice dell'allora bistrattato realismo, quello maschile, quello dei primi Millet e Courber.

Donna di temperamento e dal carattere forte e decisionale, sfidò tutte le convenzioni e il perbenismo , omosessuale dichiarata ebbe una compagna con la quale visse fino alla sua morte, per poi legarsi a un'altra (pure lei pittrice) che divenne sua erede. Forse per il fatto che fosse donna la sua “caratteristica” non destò poi tanto clamore e comunque non nascose mai la sua inclinazione, basti pensare che parlava al maschile, aveva sempre capelli corti, fumava sigari Avana e chiedendo e ottenendo ogni 6 mesi autorizzazione specifica, indossava i pantaloni che all'epoca per una donna era un reato gravissimo, naturalmente la postilla sulla richiesta era per “motivi di salute”.

Femminista, credeva nelle donne sostenendo l'indipendenza assoluta e affermando: “ Del resto sono convinta che a noi appartenga l'avvenire.”.

Roberto Busembai (errebi)


Immagini web: Antonia Doni - Vestizione di una monaca / Sofonisba Anguissola - Fanciullo morso da un gambero / Lavinia Fontana – Assunzione della Vergine / Fede Galizia – Giuditta con la testa di Oloferne / Elisabeth Louise Vigee Le Brun – Maria Antonietta con la rosa / Benoist Marie Guillemine - Portrait d'une negresse / Rosa Bonheur - La fiera dei cavalli

lunedì 6 febbraio 2023

SIMONE MARTINI - SAN LUDOVICO DI TOLOSA


Nell'anno 1317 in occasione della santificazione del Santo Ludovico (d'Angiò) fu commissionata da parte del fratello Roberto d'Angiò al Maestro Simone Martini che si trovava appunto a Napoli, una pala commemorativa che ritraesse il Santo da custodire nella basilica di San Lorenzo.

La rappresentazione del Maestro fu di duplice aspetto, volutamente politica oltre che religiosa, infatti si può considerare la prima opera dall'icona profana rappresentata e documentata in Italia.

Nel 1296, il re del Regno di Napoli Carlo II d'Angiò abdicò in favore del figlio maggiore che era Ludovico, ma quest'ultimo rifiutò in quanto volle aderire all'ordine francescano e donando così di fatto la corona al fratello minore Roberto.

Nella pala del Martini vi sono due ben precise rappresentazioni di questi fatti, la prima in cui Ludovico già vescovo di Tolosa viene incoronato dagli angeli al cospetto di Dio e nel contempo incorona il fratello devotamente inginocchiato alla sua sinistra. E' chiaro lo strumento di pura propaganda politica che Roberto d'Angiò si faceva pubblicamente.

Attrae subito il ricco abbigliamento del piviale del Santo , il pastorale nella mano destra, la mitra sul capo e il ben in mostra l'anello episcopale, che non si confà certo all'ordine dei frati minori a cui apparteneva, ma questo è dovuto al fatto che il padre non volesse affatto che un d'Angiò si configurasse nella regola più radicale e vivesse nella povertà e perciò, nonostante il volere diverso del figlio, gli impose la nomina di vescovo di Tolosa. C'è anche da considerare comunque che il fatto celava un ben preciso dettame politico, in quanto al tempo l'ordine francescano era inviso dalla Chiesa che lo considerava nei limiti dell'eresia.

Tutta l'opera ha la caratteristica fondamentale bizantina, si osservino le diverse proporzioni dei personaggi, il personaggio che ha valenza maggiore è rappresentato grande (San Ludovico) mentre il minore in misura minore (Roberto d'Angiò), come pure il vasto fondo dorato.

L'opera sottolinea al contempo la spiritualità e il fattore politico, la scena non è altro che la rappresentazione di una pura investitura sottolineata appunto dalle ricche vesti, dalle armi di Francia, l'uso esagerato dell'oro e quel gesto aulico e solenne del Santo che porge la corona, il tutto contornato da una decorazione blu dove spiccano gigli simbolo della casata D'Angiò.

La predella sottostante, dai toni più riservati, rappresenta scene della vita di San Ludovico.

Nel primo scomparto vediamo Ludovico che accetta la nomina da vescovo di Tolosa con il patto che possa entrare nell'ordine Francescano (nella realtà il fatto si svolse segretamente a Roma alla fine del 1296 al cospetto di Bonifacio VIII per volere , come già detto, del padre Carlo II d'Angiò).

Nel successivo è rappresentata la conclusione degli accordi e la consacrazione vescovile di Ludovico resa pubblica.Nel terzo scomparto è rappresentato il processo di canonizzazione di Ludovico sottolineando la modestia del santo che si prodigava personalmente ad aiutare e servire i poveri affamati. Ma un'altra vera virtù del santo, che era lui stesso povero e viveva in mistica profondità come San Francesco nonostante fosse vescovo e figlio di re, non viene certo rappresentata, i committenti tenevano a questa figura di famiglia, ma che rientrasse nei ranghi accettati dalla Chiesa, ovvero esaltare la sua figura dal punto di vista spirituale , ovvero imitatore dell'umiltà di Cristo ma non certo della Sua povertà, figuratamente povero ma benestante fisicamente.

Segue la rappresentazione dei suoi funerali e in ultimo la raffigurazione di un Suo miracolo, nella quale un uomo chiede aiuto al Santo (ha in mano una statuetta che riproduce la icona del santo) per il suo piccolo figlioletto morto, che il Santo farà resuscitare.

La pala subì un primo trasferimento nel Real Museo Borbonico e poi nel 1927 nel Museo di Capodimonte a Napoli dove tutt'ora è visibile.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Simone Martini – San Ludovico di Tolosa – Museo Nazionale di Capodimonte (NA)