martedì 8 settembre 2020

MICHELANGELO BUONARROTI - CRISTO DI SANTO SPIRITO


Erano gli ultimi anni del secolo 1400, e la famiglia Medici, che fino allora aveva dominato e regnato in Firenze, dovette addirittura fuggire all'improvvisa e violenta rivoluzione di un frate di San Marco, il Savonarola, una rivoluzione religiosa che arrecherà al popolo una mistica rivalutazione del tutto, un sacrificio enorme a controbattere le facilonerie e lussi della allora Chiesa.

In questa “innovazione” vi si trova Michelangelo Buonarroti, che già prediletto di Lorenzo il Magnifico, si trova a dover trovare anche lui riparo e viene accolto benevolmente in Santo Spirito dai frati Agostiniani e il luogo è uno dei più appropriati per il Maestro in quanto si respira aria di umanesimo, di cambiamento, si pensi che è presso di loro che viene segretamente tenuto in custodia il Decamerone, opera di Boccaccio che era stata posta all'indice, ed è qui che troverà quella pace interiore e quella meravigliosa tranquillità di operare e pensare seguendo il ritmo devoto dei frati, le loro preghiere, il loro scorrere quotidiano.

Dopo circa un anno, Michelangelo troverà altri luoghi dove andare, ma prima di lasciare questo posto lascia in omaggio un'opera scultorea in legno di tiglio ( un legno considerato sacro), una delle sue prime opere, allora il Maestro non aveva che diciotto anni, e costruisce un magnifico Cristo in croce per l'altare maggiore della Chiesa.

Ma nel tempo, poi soprattutto dopo il concilio di Trento, dove moltissime chiese hanno avuto una notevole rivoluzione di struttura, il crocifisso viene perso o comunque non più riconoscibile e rintracciabile, ne sappiamo della sua esistenza solo perchè il Vasari ne fa nomina nelle sue “Vite”.

E' l'anno 1962, una studiosa, Magrit Lisner, si trova in Santo Spirito per una ricerca e un censimento dei Crocifissi toscani e nel corridoio nel convento che porta al Capitolo intravede un crocifisso ligneo, ridipinto, e ne intravede la preziosità. Farà allora intervenire le Belle Arti, il Crocifisso verrà ripulito, restaurato e riportato a nuovo per avere poi la definitiva scoperta che trattasi davvero del magnifico Cristo del Buonarroti. Dopo aver trascorso un periodo nel museo Buonarroti, nei primi anni del 2000 il Cristo ritorna in Santo Spirito dove trova sede nella Cappella Barbadori in sacrestia.

E' un'opera che a parere mio non ha eguali, è un Cristo particolare, eccelso, gentile, leggero, sacro e al tempo stesso umano, il giovane Michelangelo ha esposto in questa raffigurazione tutta la purezza e la religiosità, tutta la delicatezza e la sottigliezza delle membra ( si pensi che nel convento il Maestro ebbe modo di poter analizzare , su permesso dei frati, i corpi morti che venivano dal vicino Lazzaretto), ma soprattutto ha dato a questa opera il fiato e la reale passione e remissione del Gesù, un fiato e una remissione che noi che abbiamo la possibilità di poterlo ammirare ne sentiamo persino l'alito e il brivido. E' un'innovazione artistica, la postura del Cristo, ovvero la torsione del busto rispetto alle gambe che era assolutamente assente prima dell'Umanesimo, ed è di una perfezione anatomica che rabbrividisce l'animo a guardarlo tanto pare vero e reale. Una pecca artistica è la sproporzione della testa un poco ingrandita sul resto del corpo, ma è una sproporzione voluta, non affatto erronea, Michelangelo sapeva che il Crocifisso sarebbe stato posto a circa quattro metri di altezza e da chi lo avesse visto dal sotto, il tutto sarebbe rientrato in una armoniosa proporzione ottica che ne avrebbe esaltata la perfezione.

Il Cristo è nudo, ovvero Michelangelo stesso lo ha fatto nudo, già pensando che poi lo avrebbero ricoperto con un velo( e in effetti era avvenuto così ma il velo è andato perduto), ma lo ha voluto tale perchè era uomo e come uomo, e non come Cristo, era morto.

Una nota: Si pensa che il Maestro abbia utilizzato come modello un giovane nobile della famiglia Corsini, che morì proprio nel suddetto Lazzaretto.

Il Cristo è bello, un bello non effimero ma un bello che ha profondità nella religiosità di Sant'Agostino come dice egli stesso nel salmo 44 (Enarrationes in psalmos 44,3):

“…...è bello dunque in cielo, bello in terra, bello nelle braccia dei genitori, bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell'invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte, bello nell'abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo.”


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Michelangelo Buonarroti – Cristo di Santo Spirito

martedì 1 settembre 2020

RAFFAELLO SANZIO - L'ANDATA AL CALVARIO ovvero SPASIMO DI SICILIA


E' l'anno di Raffaello, ed è un anno che purtroppo non gli ha potuto rendere gli onori come avrebbe voluto, ma il Maestro certo non ha bisogno di ulteriori apprezzamenti, tanto ne è stato invaso da sempre e ne sarà pure nel tempo a venire, e allora come non rinnovare una delle sue tante magnificenza che nonostante la sua improvvisa e giovane morte, seppe donarci copiose e stupefacenti.

L'opera che presento oggi è una tavola di oltre tre metri di altezza per due di larghezza che gli fu commissionata addirittura dal monastero olivetano di Santa Maria dello Spasimo di Palermo, mentre il Maestro era ancora a Roma alle dipendenze del Papa Leone X ,mentre stava affrescando le Logge, ma non rifiutò la commessa e riuscì a costruire una delle sue tante delicate e appassionate scene della storia di Cristo, l'Andata al Calvario che poi con il tempo è divenuta più conosciuta come lo Spasimo di Gesù.

Una volta terminato il lavoro lo inviò via mare ma una tempesta disastrosa fece affondare la nave e quando si credeva che la tavola fosse perduta, ecco che appare integra nel porto di Genova. Miracolosamente niente era stato deteriorato o rovinato e tanto fu nominato l'evento che quasi tutta la popolazione genovese accorse al porto per vedere da vicino quel prodigio e chissà che non ne traesse anche beneficio benedetto.

Anche Palermo seppe del ritrovamento e dovette persino ricorrere alle interferenze del Papa per poter riottenere quello che poi gli competeva.

Finalmente la tavola venne deposta in Santa Maria ma già nel 1661 venne ceduta a Filippo IV di Spagna da parte del vicerè del Regno di Sicilia.

Ma sarà Napoleone, avido delle opere d'arte, che la porterà a Parigi e qui verrà trasformata in tela, poi comunque ha ritorno in Spagna dove tutt'ora si trova in mostra al Muso del Prado.

La composizione del dipinto è un insieme di personaggi, ognuno con un suo pathos particolare, ognuno impegnato nel suo daffare, e in ognuno ci possiamo immedesimare e di essi sentirne i sentimenti tanto sono magistralmente raffigurati e dotati di una accattivante e realistica espressione visiva.

Decisamente drammatica e intensa è la rappresentazione del Cristo che si avvia al Calvario, è appena caduto per il peso della croce e la sofferenza dei linciaggi subiti, che in fare quasi infantile e abbandonato chiede con tutto il suo cuore e tutto il suo spirito l'aiuto alla Madre che altresì ne comprende la sua richiesta e risponde con un accorato e profondo senso di impossibilità e incapacità di poterlo aiutare, Raffaello ha riportato nel volto della Madonna l'atroce sentimento di una madre che nonostante la grande volontà di poter aiutare il proprio figlio, si trova incapace di poterlo fare ed è proprio questa impossibilità che apre una ferita enorme nel suo petto e nel suo cuore, un cuore di madre, madre terrena!

Raffaello al di sopra della sua delicatezza e della sua gentile rappresentazione dei personaggi ha saputo coglierne il sentimento e ha saputo sempre trasportarlo al punto tale che ogni “lettore” vedendo le sue opere, lo ha saputo leggere per quello che era. I colori vivi, i paesaggi gentili, gli sguardi e l'espressioni reali, ha fatto si che i suoi dipinti oltre tutto avessero cuore e passione, senza strafare e esaltare, ma soltanto cedere al reale.

NOTA: Tanta è stata la notorietà e la bellezza di questa opera che non si contano le innumerevoli copie che ne sono state fatte da grandi artisti di sempre ( Bottega di Polidoro di Caravaggio, G.P.Fonduti, Giuseppe Sirena,R. Politi, J.Bassano, Marco La Vecchia e altri ancora)


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Raffaello Sanzio – L'Andata al Calvario

lunedì 24 agosto 2020

MORETTO DA BRESCIA - CRISTO CON ANGELO

Mi è sacrificante, pure parlare d'arte, della purezza e della leggerezza, dell'amore e della precisione, della compita emozione e della devozionale religiosità, insomma in questo anno così tenebroso e cupo nello scorrere dei suoi fastidiosi giorni, mi è davvero pesante liberarmi nel descrivere o interiorizzarmi in una delle meravigliose e infinite opere d'arte. Ma non tutto arreca piacere e sollazzo, non tutto è beatificazione e innalzamento, ma ci sono anche opere che lasciano davvero pensare e che ci accomunano nel nostro amaro sentimento.

E' il caso del Maestro Moretto da Brescia che con la sua opera, da ritenersi una delle sue maggiori, Cristo e l'Angelo, ci induce a riflettere nella quale ci ritroviamo condivisi in tutta la rappresentazione e il sentimento ben costruito e elargito.

Un impianto scenico particolare e unico nel suo insieme, un Angelo piangente, in una smorfia di dolore e disperazione che solo noi, in questo particolare frangente, possiamo davvero interpretare e sentirsene partecipi, un dolore immane che non ha eguali che ci accomuna per l'intensità e il vuoto che esso/noi proviamo. Ha in mano la tunica bagnata del sangue del Cristo e quale atteggiamento di assoluto sconforto possiamo interpretare nel suo delicato ma accorato porgere/abbandonare.

Ma ancora più del pianto e lo strazio dell'Angelo, ci tocca e ci ferisce il Cristo abbandonato a se stesso sulla scala della Redenzione in un totale abbandono e rassegnazione al sacrificio quasi a interpretarne la nullità del farlo, un Cristo che oggi come oggi ci viene spesso di domandarci se davvero ci ha abbandonato. La Croce è dismessa in un angolo, quasi gettata, quasi senza più un valore, senza più una valenza, e la speranza di una purificazione che è soltanto rappresentata in quegli scalini, che la fatica e lo sconforto, fanno faticare il salirli.

La grandiosità di questa opera è anche nell'uso appropriato dei grigi e dei marroni, quasi e volutamente a dimenticare le tonalità colorate e gli splendori della pittura stessa.

Si pensa che l'opera fosse stata commissionata dalla Compagnia delle Santissime Croci, infatti in un primo periodo è stata dimorata nel Duomo vecchio e precisamente nella cappella della Santissima Croce d'Oro, poi intorno alla fine del seicento, primi del settecento, era esposta nella Sala del Consiglio del Palazzo della Loggia, ma circa a metà dell'ottocento fu trasferita nell'attuale sede, la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

Un'opera attualissima, quasi da divenire icona di questo anno 2020 che pare non debba mai cessare.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Moretto da Brescia - Cristo e l'Angelo

venerdì 21 agosto 2020

PEZZI DI CARTA

Definirla fiaba o favola forse non è molto appropriato, ma viene annoverata come tale ed è comunque un monito con tanto di morale profonda e veritiera, è una delle tante che si narrano, spesso verbalmente, ma che si annoverano tra il più grande favolista del mondo....l'Anonimo, ovvero colui o coloro senza identità che dal loro umile cuore e dalla loro industriosa mente sono scaturite novelle, fiabe, favole con una ben concisa e istruttiva morale.

Oggi ve ne propongo una di queste tante........


PEZZI DI CARTA


In un lontano paese viveva un vecchio, che indispettito e invidioso di un suo giovane vicino, tutti i giorni diffondeva nel vicinato e anche oltre ingiurie e maldicenze su quel ragazzo, tanto da farlo apparire come un ladro.

Come ben si sa, le voci hanno un potere enorme sul pensiero della gente, e infatti un giorno capitò che in una casa del quartiere avvenisse un grosso furto e così da parte di tutti partirono le accuse rivolte al giovane, tanto che la polizia su questi forti dubbi, dovette arrestarlo.

Ma dopo accurate indagini, il giovane venne scarcerato, su di lui non vi era nessuna prova che avesse compiuto il misfatto.

Ma il morale del ragazzo era stato abbattuto, la sua moralità non era più la stessa, si sentiva additato e malvisto nonostante la sua innocenza e sapeva che questo suo stato era dovuto soltanto per la cattiveria del vecchio bugiardo suo vicino.

Allora si presentò al giudice e porse denuncia – querela per essere stato accusato ingiustamente.

Il giudice chiamò il vecchio e gli chiese:

“ Per quale motivo e perchè propagava voci su quel ragazzo di essere un ladro?”

Il vecchio rispose:

“ Erano solo delle mie personali opinioni e non credo di aver fatto male a nessuno!”

Allora il giudice ci pensò un poco sopra e poi ingiunse al vecchio:

“ Scrivi su un foglio tutte le ingiurie e le cose che hai detto contro quel giovane, poi taglia quel foglio in piccoli pezzi e nel ritornare a casa spargi quei foglietti sulla strada. Domani ripresentati quei per la sentenza.”

Il vecchio fece come il giudice gli aveva detto e il giorno dopo si ripresentò per il giudizio.

“ Bene, prima che ti dia la sentenza” disse il giudice “ voglio che tu vada a raccogliere tutti quei pezzetti di carta che hai disseminato per la strada”

“ Ma è impossibile!” obiettò sorpreso il vecchio “ Il vento li avrà sparsi in ogni dove e non è più possibile ritrovarli!”

Allora il giudice:

“ La stessa cosa succede quando sparli di qualcuno, quando giudichi senza senno e senza prove con altre persone. Così facendo distruggi l'onore di quella persona e dopo, come quei pezzi di carta, è difficile tornare indietro.”

Il vecchio comprese il suo errore e chiese umilmente perdono al giovane ragazzo.


Mia libera trascrizione da una novella di “Anonimo”.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine ERREBI

lunedì 10 agosto 2020

CHIESA DI SAN SALVATORE IN OGNISSANTI - FIRENZE









Ora vi dico, se foste vicini ad una città che di opere d'arte eccelle e che, pur visitandola tra le numerosissime volte, non finireste mai di meravigliarvi e di scoprire cose nuove, appunto vi dico e vi domando da dove incomincereste a esporre da tanta cosa che vi viene incontro e da tanta sublimazione, da risentirne un filo di pazzia come Van Gogh ne era diventato per i colori immensi che la natura offriva, o come un Beethoven che pur sordo impazziva per una musica e un suono sempre diverso e sempre maggiore?

Ebbene ero partito per parlare di un'opera in particolare, ma quando si entra in una delle tante chiese di Firenze, non sai mai a quale opera avvicinarti per non far si che un'altra subito appresso, ne risenta del tuo momentaneo disinteresse.

Ebbene oggi perciò vi annoto di una chiesa intera nel centro di Firenze che non ha eguali, la Chiesa di Ognissanti che fu edificata nel 1251 dall'ordine conventuale degli Umiliati, poi sostituiti dai Francescani che la modificarono e l'ampliarono con la costruzione di due chiostri e nuovi altari.

L'esterno della chiesa si presenta alquanto scarno, come è sobrio l'ordine, una facciata in stile barocco ingentilita da una terracotta invetriata, rappresentante l'Incoronazione della Vergine attribuita a Benedetto Buglioni.

Ma al di là del carattere e del rigore dei francescani, l'interno è un'esplosione vera e propria di capolavori, uno dietro l'altro e il tutto tenuto e affascinato da un senso di vera e silenziosa pace.

Già appena entrati rimaniamo colpiti dagli stupendi affreschi sull'altare nella seconda navata a destra, la Cappella Vespucci, che tale nobile famiglia, che aveva anche rapporti con i Medici, commissionò a Domenico Ghirlandaio, la Pietà e la Madonna della Misericordia nella quale possiamo riconoscere il ritratto del più famoso Amerigo, sulla destra della Madonna, e per merito di questa nobile famiglia si ha un'altra commissione sempre allo stesso Ghirlandaio, San Girolamo nello studio, mentre un'altra al grande Sandro Botticelli con il Sant'Agostino nello studio.

I due affreschi in origine si trovavano ai due lati del tramezzo che divideva la zona dei fedeli, vicino all'ingresso, dalla zona destinata alle funzioni e cerimonie. Per opera del Vasari e il volere di Cosimo de Medici, i due affreschi furono salvati dalla distruzione per una disposizione venuta dall'alto della Chiesa, in quanto si doveva assolutamente demolire il transetto. Con un'opera di recupero, che al tempo fu ritenuta eccezionale, il Vasari riuscì a staccare l'affresco, asportando tutto il muro, che compromise l'opera soltanto per pochi e insignificanti detriti.

Adesso si trovano nella navata centrale, uno di fronte all'altro, quasi a confrontarsi e a determinare la diversità di approccio nel proporsi in un'opera sacra. Il Ghirlandaio con il suo particolarissimo e molto ben dettagliato San Girolamo ci offre un'opera serena e raccolta, meditativa e accurata, mentre il Sant'Agostino di Botticelli notiamo la folgorazione della luce divina che sorprende il santo dedito a scrivere nel suo studio. Per il Botticelli deve essere stata una sfida non irrilevante in quanto il Ghirlandaio era un abilissimo affrescatore e in quella tecnica era sorto e prodigato.

Restando a parlare del grande Botticelli, proprio in questa chiesa, vi sono deposte le sue spoglie, nella cappella di San Pietro d'Alcantara, una lapide con lo stemma della famiglia ricorda la sua sepoltura, la famiglia Filipepi (il vero cognome del Maestro).

E ancora meravigliamoci e tuffiamoci nello splendore e nell'incanto perchè un'altra grande opera ci aspetta proprio all'interno del transetto di sinistra, un bellissimo e prezioso Crocifisso del maestro Giotto, mentre un altra nobile Crocifissione è affrescata da un allievo di Giotto, Taddeo Gaddi.

Ma le sorprese non sono terminate, perchè attraversando il chiostro, devotamente e sorprendentemente affrescato da Jacopo Ligozzi e altri con Storie della Vita di San Francesco si arriva al refettorio dove un affresco rappresentante il Cenacolo del Ghirlandaio ci colpisce per al sua perfetta illusione ottica data al sistema architettonico creato di finta loggia e finestre ai lati, e per il minuzioso dettaglio e dai numerosi elementi simbolici narranti la passione e la resurrezione del Cristo.

Una simpatica nota: Nel libro di geometria alle spalle di Sant'Agostino, lo scherzoso e burlone del Botticelli vi ha aggiunto una battuta: “ Dov'è fra Martino? E' scappato. E dove è andato? E' fuori dalla Porta al Prato” riferendosi a un giovane frate (Martino) che spesso si dimenticava dei doveri religiosi e era facile a scappatelle fuori le mura.


Roberto Busembai (errebi)


Immagini web: Facciata della chiesa d'Ognissanti Firenze, Benedetto Buglioni – Incoronazione della Vergine, Domenico Ghirlandaio – Pietà e Madonna della Misericordia, Domenico Ghirlandaio – San Girolamo nello studio, Sandro Botticelli – Sant'Agostino nello studio, Giotto di Bondone – Crocifisso, Taddeo Gaddi – Crocifissione, Domenico Ghirlandaio – Cenacolo.

sabato 8 agosto 2020

ABBIAMO AVUTO UN'OCCASIONE

Certo che siamo davvero degli uomini strani, siamo degli esseri viventi unici e particolari, che ci lodiamo e ci prodighiamo con parole e canzoni, lettere e effusioni per un amore che ci consoli, che ci annoveri per il resto dei nostri giorni e per il nostro sopravvivere quotidiano e per esso ci dibattiamo, lottiamo spesso anche con impeto e con forza, siamo esseri che vogliamo sentirci accanto un sogno dolce da respirare, che piangiamo al sorriso di un nostro figlio appena nato, che sappiamo riconoscere del creato le sue splendide forme e naturali movimenti o espressioni, siamo quelli che per una donna o un uomo perdiamo il nostro senso di camminare e pensare, insomma siamo quegli esseri che dell'amore ne fanno la bandiera di un vivere perenne e essenziale, siamo una razza d'animale da amare.

Certo che siamo davvero degli esseri davvero strani, perchè subito dell'amore e del volere bene ce ne dimentichiamo immediatamente come se un alito di vento ce lo avesse tolto dalla mente e dal cuore, siamo quelli che alla prima occasione troviamo da dibattere, invidiamo e ingelositi sospiriamo ingiurie a gli altri, anche a scapito talvolta dei nostri propri amori prima tanto osannati, siamo i primi a innalzare la bandiera per fare una guerra, anche personale, una guerra magari anche senza armi, ma quella delle parole e del gesticolare, delle rabbie e delle calunnie, quella delle botte e delle violenze.

Abbiamo avuto un'occasione in cui avremmo dovuto ragionare, pensare a quanto siamo niente sotto questo cielo indifferente, avremmo dovuto meditare che il bene che spesso abbiamo negato e oltraggiato era davvero un bene perso e che avremmo dovuto riconquistare, abbiamo avuto l'occasione di ritrovarci accumunati, tutti quanti, senza ceto e colore, senza razza e discriminazione, perchè la natura sempre provvede e viene incontro, e a noi ci aveva dato questa opportunità grande di un virus che senza distinzione di età, genere, razza, o etnia colpiva come fa la cieca fortuna e il destino, colpendo a casaccio e fortemente su tutta la gente.

E noi, quelli che ci professiamo gli esseri intelligenti, quelli che hanno un cervello che li può aiutare, che li guida e li fa agire, dell'occasione abbiamo colto soltanto la faccia peggiore, siamo riusciti a disintegrare anche quell'ultimo respiro d'amore che ci era ancora addosso e siamo diventati cinici, pretenziosi, astiosi, litigiosi, invidiosi, menefreghisti, egoisti, ciarloni, indifferenti, ignoranti, qualunquisti e arroganti, siamo diventati la feccia dell'umano vivere dell'universo, la faccia nascosta della luna, siamo diventati incomprensibili e giudici di ogni cosa e ogni fare, ci crediamo alla pari dell'onnipotenza e con la scusa di questa vigiliamo e difendiamo la nostra pochezza quotidiana.

Certo che siamo una massa di nettezza e poco urbana, siamo sporchi dentro, siamo diventati pattumiera e raccogliamo tutto quello che di sporco nel mondo ci regala, certo che siamo davvero esseri intelligenti e che del cervello usiamo tutto quello che ci può far causare del male e del torto, siamo quelli che di un sorriso di un bambino ne facciamo scudo solo per farci credere innocenti.

Abbiamo avuto un'occasione offerta e l'abbiamo persa, anche quella.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Hans Vandekerckhove

giovedì 6 agosto 2020

GIOVANNI MELI - L'ASINO E LA VOLPE

Giovanni Meli, medico e ecclesiastico, possiamo annoverarlo come maggior poeta siciliano del Settecento, scrisse per lo più n dialetto, un dialetto letterario, un siciliano a sfondo palermitano stilizzato e vicino all'italiano e in parte anche al latino. Le sue opere a carattere idillico sono la Buccolica e le Odi e Canzunetti ma soprattutto le Favuli murali scritte tra la fine del settecento e i primi dell'ottocento. Sono scritti in versi ed io oggi voglio da questi rivederne una, tra le tante, e proporvela.


LA VOLPE E L'ASINO


Una volpi fuìa scantata tutta,

e si guardava davanti e darreri,

circannu pri ammucciarisi na grutta..........”

Una volpe, una bellissima volpe rossa e dal pelo fulvo, se ne fuggiva spaventata e atterrita, e nel farlo si guardava indietro e davanti al che nessuno la seguisse o l'anticipasse, lo scopo di questa corsa era il cercare riparo presso una grotta.

Un asino, che tranquillo pasceva al limite della strada, nel vedere questa volpe non potè non chiederle:

Chi t'insegue?”

Nessuno” le rispose la volpe

Allora hai commesso un'infrazione? Forse un delitto?”

Non ho la coscienza sporca se ti interessa.”

E allora per quale sconosciuto motivo scappi? Da cosa o da chi hai paura?”

La volpe allora si fermò vicina al somaro e riposandosi e prendendo fiato iniziò a raccontare:

Mi è stato riferito che un ordine della Corte è uscito questa mattina e intima di catturare un toro cornuto, che non so assolutamente a quale delitto sia imputato, ma è creduto reo di attentato.”

Il somaro era ancora più sbigottito e nel guardare interrogativamente la volpe gli chiese?

E, scusa, te che cosa hai in comune con questo toro o vacca?”.

Mio caro asino, proprio perchè asino ti posso comprendere, ma te non sai proprio niente! Basta che ti denuncii per suo amico o che invece dica di aver trovato qualche segno o impronta della tua zampa nei posti e luoghi che costui ha frequentato, o magari con altri pretesti raccattati, allora il giudice zelante o magari anche ambizioso, ti cerca e ti rifila in gattabuia. E così sono torture, verrai torchiato, interrogato e non avrai nessuno a dare in tuo favore, e dovrai darne conto a lui di ogni tuo fare e qualora fossi puramente innocente, se riesci ad uscirne vivo è un gran miracolo!”

E con questa ultima affermazione, se la svignò.

L'asino intanto ( benchè fosse asino) disse fra se:

La coscienza sporca genera timore, certamente ha dei peccati vecchi, io, invece, che non mi interesso per niente del mondo, pascolo sicuro e tranquillo seguo il mio cammino.”


Mio adattamento da “Favule murali” di Giovanni Meli


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web