venerdì 17 gennaio 2020

SANT'ANTONIO ABATE (17 GENNAIO)

Sant'Antonio nacque a Coma in Egitto verso il 251, da una ricchissima famiglia di agricoltori, ma a poco più di vent'anni rimase orfano e con una sorella minore a cui badare. Colto dalle parole di Gesù: “ Se vuoi essere perfetto, và, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri” (Mt 19,21), cedette tutti i suoi averi ai poveri, raccomandò la sorella in un convento di vergini e iniziò la sua caritatevole vita da eremita nei deserti, tra povertà e assoluta castità, sempre pronto ad aiutare come poteva e dedito costantemente alla preghiera. Ma comprese anche che la povertà e la preghiera non bastavano per essere “perfetti” , l'uomo aveva bisogno anche di lavorare, e così iniziò a farlo e quello che guadagnava lo donava ai poveri lasciandosi soltanto il minimo necessario per mangiare.
Ma nonostante la sua devozione e la sua vita assolutamente santa, le tentazioni del diavolo si manifestavano sempre di più, allora altri eremiti a cui lui chiese aiuto, lo consigliarono di staccarsi ancora di più dal mondo e fu così che si chiuse in una tomba scavata nella roccia, nelle vicinanze del suo paese e qui iniziò a pregare e a digiunare, ma una leggenda narra che il diavolo lo aggredì fisicamente, tanto da lasciarlo tramortito e svenuto. Lo trovarono alcuni pellegrini e fu trasportato nella chiesa del villaggio e curato.
Il Santo si trasferì poi in una grotta sul monte Pispir, dove esistevano i ruderi di una fortezza romana e vi rimase per circa 20 anni nutrendosi dell'acqua di una sorgente e del solo pane che gli veniva calato due volte l'anno, e comunque non fu mai libero dalle forte tentazioni e si dedicò sempre più ai sofferenti operando in loro alla cacciata e liberazione del demonio.
I suoi seguaci, che vivevano in grotte e antefatti, sotto la guida di un eremita più anziano, furono chiamati i Padri del Deserto.
Antonio visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove nella preghiera alternava la coltivazione di un piccolo orto per il suo sostentamento e dove perì all'età di 104 anni.
In riferimento ad un racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi nell'inferno per combattere con il demonio e riscattare le anime dei peccatori, tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la sua protezione, è un Santo che fu invocato durante la peste e ancora noto per l'herpes zoster volgarmente nominato “fuoco di Sant'Antonio”.
Si narra che i tanti pellegrini colti da tale malattia si recassero in pellegrinaggio ad Arles, dove risiedono le reliquie del Santo, e fu perciò utile costruire un ospedale per accoglierli, retto da monaci i quali per mantenersi allevavano maiali che liberi vagavano nelle strade e si nutrivano della carità pubblica, ma pare che dal grasso di questi maiali essi traessero beneficio per la cura proprio dell'herpes. Quando però avvenne l'ordinanza che si vietava il libero circolo degli animali nelle città, fu fatta eccezione per questi maialini purchè fossero distinguibili con una campanellina legata al loro collo. Per questo il Santo è sempre raffigurato con appresso un maialino e ritenuto protettore degli animali domestici.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Hieronymous Bosch - La tentazione di Sant'Antonio

giovedì 16 gennaio 2020

SALVADOR DALI' - LE TENTAZIONI DI SANT'ANTONIO

Atmosfera surrealistica, universo onirico e visionario, insomma tutto il trascendentale dell'essere umano, l'illusionismo interiore dell'animo sono il basilare concetto che escono sorprendentemente raffigurate, dalle opere del grande artista Dalì, altrettanto in questa che oggi propongo (17 gennaio) in ricorrenza del giorno della venerazione del Santo Antonio Abate, “La tentazione di Sant'Antonio”.
L'opera del 1946, nasce da una profonda ricerca del pittore su le recenti ricerche scientifiche avvenute e sensibilizzate in seguito alle esplosioni delle bombe atomiche alla fine della seconda guerra mondiale trasportandole verso un iconografia paranoica e mistica, prendendo in esame l'iconografia religiosa occidentale.
Sant'Antonio si trova in basso, sulla sinistra del quadro, nudo e inginocchiato, che fermamente e risoluto esorcizza con una croce, formata da due legni uniti da una semplice corda, le assurde e orribili visioni che gli si presentano davanti a volerlo travolgere, sono un cavallo bianco imbizzarrito che sta per travolgerlo con la particolarità delle gambe posteriori affusolate e allungate, al seguito quattro elefanti, anche loro dalle gambe allungate, che portano su di se, ognuno, oggetti e immagini delle tentazioni. Il primo elefanti reca una piramide alla cui sommità vi è una donna nuda in atteggiamento alquanto provocatorio e sensuale, il secondo, che ricorda una scultura del Bernini presente a Roma in piazza di Santa Maria Minerva, ha sulla sua groppa un obelisco in chiaro monito del simbolo del potere, gli altri due a seguire hanno una costruzione che riporta alla memoria una costruzione di stile palladiano, al cui interno si intravvedono i seni e il ventre di un corpo femminile ( quasi un accenno a Magritte), per finire con l'ultimo, nascosto dalla nuvole, con in dorso una torre netto cenno simbolico fallico. La deformazione di questi animali, con le zampe estremamente affusolate e allungate sono proprio il linguaggio surrealistico e onirico che lo stesso Maestro evolve nelle sue opere, gli elefanti, simbolo eterno di pesantezza che poggia sulla terra qui hanno il potere di esprimere invece leggerezza, capaci di vivere come tramite tra il cielo e terra, tra spiritualità e realtà. Il Santo, aggrappato con forza a un masso, ha nonostante l'invasione di queste enormi figure, la postura salda e con fermezza e assoluta decisione , simboleggiando appunto la sua ferrea e ferma fede, ferma con la croce la furia che lo sta travolgendo, la miriade di tentazioni a cui ha dovuto soccombere e lottare nella sua ascetica vita (la rappresentazione del teschio nelle sue vicinanze è proprio la lettura iconografica della tentazione in se stessa), ma il trionfo di tutto ciò è prossimo e Dalì lo identifica in lontananza sulle nuvole, con l'apparizione dell'Escorial, il castello monastero di re Filippo II, in quanto il Maestro lo considerava il simbolo della potenza dell'ordine divino e della supremazia sulle tentazioni.
Lo sfondo desertico dove si svolge l'azione aumenta l'atmosfera, ma è anche il luogo dove il Santo volle vivere, lontano appunto da tutte quelle occasioni che avrebbero distolto la sua assoluta devozione e prostrazione alla fede.
Ritornando all'opera ho sempre avuto la sensazione che Dalì, come del resto ha fatto spesso, abbia avuto ispirazione da un'opera seicentesca di Salvator Rosa, dove il dramma del soggetto, la rappresentazione del santo e le stesse figure allungate ne fanno uguale parte.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Salvador Dalì - Le tentazioni di Sant'Antonio

mercoledì 15 gennaio 2020

ANTONIO TABUCCHI - IL PICCOLO NAVIGLIO

Si sente spesso parlare di poesia, di fantasia, di leggero esprimere e gioviale incantare con le parole, ma spesso e difficilmente si raggiungono queste mete, o se non altro difficilmente le si ha tutte insieme, ma poche volte, anzi pochissime, si verificano e soltanto in pochi possono permetterselo di raggiungere tale capacità. Uno di questi è Antonio Tabucchi, che in questo libro che oggi voglio nominare, ha raggiunto a parer mio tutto ciò che possibile tramutare in scritto, dal reale alla fantasia pura, dalla semplicità alla cruda realtà, dai desideri umani ai sogni irraggiungibili, “Il Piccolo Naviglio” è tutto questo, e viene spontaneo da sentire l'influenza dei grandi e illustri autori suoi discepoli come Pessoa o Garcia Marquez.
Il racconto si svolge in una toscana del XIX secolo, ancora granducato, nelle vicinanze di Carrara ai margini di una cava di marmo, quel marmo che è costato e costa fatica, sudore e sangue a una famiglia, Sesto, ed è proprio Capitano Sesto, l'ultimo della generazione che con un interiore ricerca di se stesso, in un ipotetico e fantastico naviglio, navigherà nel passato ripartendo dalla sua infanzia e ripercorrerà momenti felici e meno in un groviglio di fantastici personaggi e situazioni che irroreranno la voglia di leggere e andare avanti. Si incontrerà il cane giallo a guardia di quella casa fatta di sassi a ridosso della montagna marmorea, una vecchia tromba per auto, un temperino con sopra scritto il nome di un Hotel, dove due identiche gemelle diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, un viaggio che Sesto fa alla ricerca di se stesso e in questo collettivo rigenerare dei tempi e dei personaggi la realtà che lo circonda e che ha sempre circondato le generazioni si evolve e Tabucchi sa essere fantastico ma anche terreno e reale facendoci “navigare” in questo viaggio, attraverso l'unità nazionale, il socialismo, l'avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale, le elezioni del 1948, fino alle lotte comuniste dei primi anni settanta, il tutto solo come contesto storico da menzionare per capire le vicissitudini di questa povera famiglia Sesto, vicissitudini chiaramente legata proprio all'evoluzione dei fatti storici. Ma i Sesto vanno oltre, superano anche questi fatti reali storici e sociali, loro, come Capitano Sesto, hanno per natura il dono del sogno, un sogno che li ha tenuti sempre al di fuori di una realtà così come la intendiamo noi.
Navigate con questo libro, e lasciatevi cullare dalle onde che non saranno mai tempesta, ma talvolta leggermente mosse.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Copertina del libro

lunedì 13 gennaio 2020

FILIPPO LIPPI - MADONNA COL BAMBINO E ANGELI ( LA LIPPINA)

Delicatezza, purezza e assoluta raffinatezza sono le doti esplosive che irrompono nel gustarsi e abbandonarsi a questa opera d'arte che oggi mi ha trovato a documentarvi. “La Madonna col Bambino e angeli”, presente al museo degli Uffizi a Firenze, è un'opera pittorica, da molti giudicata il più grande capolavoro del maestro Filippo Lippi, e conosciuta anche come “La Lippina”.
Non si sa molto chi sia stato il committente di quesa opera (tempera su tavola), che si crede sia stata eseguita nel periodo già maturo dell'artista, e comunque dopo gli affreschi del duomo di Prato, ma viene pensata che sia stata una commissione della famiglia Medici e soprattutto proprio da Cosimo I che teneva a cuore questo frate pittore e che spesso aveva difeso e protetto nelle sue non poco scandalose vicende sentimentali; dietro la tavola è dipinto uno schizzo di busto femminile e una scritta settecentesca che testimonia la presenza della tavola presso la famiglia Medici, perchè proprio in quel periodo, da villa di Poggio Imperiale, l'opera entrò a gli Uffizi.
Si è spesso pensato e quasi ormai accertato che la figura gentile della Madonna, il Lippi si sia ispirato alla monaca Lucrezia Buti di cui si era follemente innamorato, e dalla quale ebbe pure una figlia e un figlio (Filippino) che seguì il padre a Spoleto e che forse lo eguagliò anzi lo superò in maestria pittorica. Anche il bambino o forse l'angelo pare che siano lo stesso Filippino che sarebbe nato nel 1457, anno intorno a cui viene datata l'opera stessa.
E' un quadro all'avanguardia, che inizia un diversivo modo di intendere e porre la rappresentazione pittorica, un quadro nel paesaggio con figure sporgenti dalla cornice in pietra, come potrebbe essere anche una finestra aperta su un esterno che anticipa gli sfondi caratteristici di Leonardo da Vinci.
La delicatezza dei tratti ispirano alla classicità di Donatello, il volto della Madonna, ripresa in tre quarti ma con il volto quasi di profilo, seduta su una seggiola, è di una profonda e intensa malinconia, quasi a dover scacciare con la preghiera il destino del figlio. Un assoluto virtuosismo del Lippi sono la particolare acconciatura con i sottili e quasi eterei veli e dal discreto impreziosire delle perle, una tecnica espressiva che verrà presa come modello per quasi tutto il quattrocento fiorentino.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Filippo Lippi - Madonna col Bambino e angeli

venerdì 10 gennaio 2020

DOMENICO BARLACHIA (BARLACCHIO)

Domenico Barlachia (ribattezzato Barlacchio che in dialetto significa “sciocco”) nacque a Firenze nella prima metà del secolo XVI dove svolse attività di pubblico banditore, ma era conosciuto per essere il vivace e arguto animatore di allegra brigate. Un eclettico conversatore e ricercato commensale fu tra i promotori di una particolare accademia , denominata della “Cazzuola” (termine che derivò da uno scherzo fatto a uno dei soci, presentandosi con una cazzuola di calce facendogliela credere per ricotta) cui facevano parte grandi e importanti letterati del periodo e dove il Barlachia diede adito alla sua aspirazione migliore, la recita teatrale.
Fu tale la sua capacità e scaltrezza nell'ottenere un posto di rilievo nella vita cittadina che addirittura il signore Strozzi lo nominò in uno dei suoi famosi sonetti. Ma il momento ottimale per la sua fama di attore l'ebbe nel 1548 quando a Lione, in occasione dei festeggiamenti di Enrico II, mise in scena insieme a altri attori fiorentini la “Calandra” di Bibbiena, ottenendo così un encomio notevole, tanto che il re stesso volle che lo spettacolo fosse ripetuto e questa volta, il re e la regina furono spettatori in incognita che dopo la rappresentazione offrirono agli attori una cospicua somma in scudi, tanti da appropriarsene ciascuno una grossa borsa.
Non mancò di trascrivere la sua vena ironica e umoristica e ne rimangono tracce nella raccolta di “Novelle, facetie, motti et burle di diversi autori, riformate e corrette”.
Io riporto oggi una delle sue novelle, da me riadattata, tratta da una vecchia antologia che ho scoperto e comprato in uno dei tanti mercatini dell'usato, un'antologia di Giuseppe Parisi, “Il Centonovelle” del 1953.
TRE VIANDANTI E UN PANE
C'erano tre viandanti che per un lungo viaggio che dovevano intraprendere si trovarono ad attraversare un enorme e pericoloso bosco da cui difficilmente potevano trovare da procurarsi da mangiare, e essendo ormai assai stanchi e pure affamati si trovarono a doversi riposare.
Tra loro c'era uno dei tre che aveva nella sua sacca un grosso pane, e così gli altri due, credendolo e vedendolo alquanto sciocco, pensarono di farne uso per un loro scherzo onde così procurarsi il pane e dividerselo.
Questi due cominciarono a dire:
“Noi siamo tre e non abbiamo che un pane solo, sarebbe bene che facessimo im modo e maniera che potesse toccare tutto ad uno solo, e si potrebbe addormentarsi tutti e tre in questo prato e poi chi farà il sogno più bello sarà premiato appunto con quel pane”.
Furono d'accordo tutti e tre e subito si sdraiarono, ognuno in un suo posto, i due dell'inganno sicuri che l'altro, sciocco come pareva, si sarebbe certamente addormentato e non avrebbe certo immaginato del loro inganno, e così pensando e prevedendo si addormentarono subito anche e comunque per la stanchezza che avevano appresso.
Il terzo vedendoli addormentati pensò ben bene che avessero qualche brutta intenzione, invece di dormire subito, prima si mangiò l'intero pane e poi rifocillato si lasciò andare nelle braccia di Morfeo.
Al risveglio dei due, destarono subito il terzo e il primo iniziò a raccontare che aveva fatto un sogno meraviglioso tanto bello che era arrivato persino in Paradiso, il secondo addirittura era giunto invece fino all'Inferno e ne aveva viste di cotte e di crude.
Al che chiesero al terzo il suo sogno e lui disse che aveva sognato loro due che erano andati, uno in Paradiso e l'altro nell'Inferno, e credendoli che non tornassero più, perchè nessuno è più tornato da quei posti, si era mangiato il pane.
I compagni erano stati ben gabbati da quello che loro ritenevano “sciocco”.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web: Vincenzo Campi - I mangiatori di ricotta per la Compagnia della Cazzuola

PAPA S.CELESTINO V

Nell'aprile del 1292, all'avvenuta morte di Papa Niccolò IV, il collegio dei dodici cardinali che avrebbe dovuto incontrarsi per definire il nuovo pontefice, dovette rimandare il “conclave” per avvenuta epidemia di peste. Dopo oltre un anno e precisamente nell'ottobre del 1293 si ebbe l'accordo di ritrovarsi in sede a Perugia anche se i sostenitori del Colonna (famosa famiglia influente nel periodo) decisero di rimanere a Roma. Ma i contrasti erano sempre più forti e non si venne a capo di niente, tanto che tra combutte, epidemie, proteste ecc., si arrivò al marzo del 1294 quando il re Carlo II con appresso il figlio Carlo Martello si recò personalmente a Perugia ed entrò nella sala conciliare sollecitando i lor signori a trovare al più presto una soluzione, ma contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, fu addirittura fatto uscire prepotentemente e con le forti rimostranze del cardinale Benedetto Caetani (futuro Bonifacio VIII). Ma l'ingresso del re a qualche cosa era servito, se non altro a sollecitare negli animi dei cardinali l'impegno per una più breve soluzione e fu allora che qualcuno fece un nome, l'eremita Pietro da Morrone, un vecchio monaco benedettino, alias Pietro Angeleri, che aveva preferito, invece che del convento, ritirarsi alle pendici del monte Morrone vicino Sulmona e da qui ultimamente pare profetizzasse il declino e il malanno che la Chiesa avrebbe subito se non ci fosse stata al più presto l'elezione di un nuovo papa.


Il dubbio dei Cardinali insorse anche nel sospetto che il re stesso si fosse recato a Montone in visita a quel santo eremita e avesse riscontrato in lui la vera persona adatta a ricoprire il vicariato di Cristo e perciò si capiva la sua presenza in Perugia.
Nonostante comunque qualche dubbio da parte di alcuni cardinali, tutti furono propensi nel promuovere tale personaggio e fecero recare alcuni vescovi esterni alla congregazione dell'Angeleri, che nel frattempo aveva creato insieme ad altri convertiti, perchè lo avvisassero e lo portassero in seduta stante all'investitura di Papa.
La congregazione che assunsero poi il nome di Celestini, fu invasa da enorme entusiasmo mentre l'Angeleri cadde in profonda crisi e dubbio personale.
Non sentiva in lui la forza e il coraggio di poter addossarsi un tale impegno, impegno che personalmente sarebbe stato molto diverso da quello fino ad ora portato avanti dai vari successori, che della Chiesa se ne erano serviti per il loro solo benestare e quello dei rispettivi familiari e amici, lui sentiva il doveroso rispetto verso la religione in cui credeva, sentiva il peso che avrebbe dovuto avere nel farla rispettare e seguire.
Pietro Angeleri chiese conforto e consiglio al re Carlo II il quale gli propose di convocare i cardinali a l'Aquila. Il nuovo papa, vestito con una povera tonaca, sulla groppa di un asino trasportato da un re e da un principe (Carlo Martello) attraversò tra la folla entusiasta e un'ammirazione sbalorditiva per l'umiltà presentata ed entrò con dovuto rispetto nella chiesa di S.Maria di Collemaggio, fuori dalle porte della città. Il 29 agosto del 1294 Pietro Angeleri veniva consacrato papa assumendo il nome di Celestino V.
Il 13 dicembre dello stesso anno il sant'uomo sommerso dalle fatiche interiori, dalle trame del vaticano e dagli intrallazzi cardinalizi, chiese e ottenne l'abdicazione nonostante re Carlo II avesse fatto di tutto perchè non avvenisse. Il motivo più grande che lo portò a questa rinuncia fu anche il fatto che riteneva che un capo della Chiesa debba anche avere un forte conoscenza e cultura e anche capacità adeguate per il suo ufficio, cose che lui riteneva non possedere affatto.
Sarebbe voluto ritornare al suo eremo, ma il subdolo Caetani non glielo permise e anzi dopo poco, quando questi divenne Bonifacio VIII, per la paura e il timore che alcuni suoi avversari lo riportassero sulle scene, lo fece catturare e condurre prima a Capua e poi ad Anagni nella sua personale residenza, poi provvide lui stesso a rinchiuderlo nella rocca di Fumone dove il 19 maggio del 1926 ebbe a trovare la morte. Una morte che risultò molto dubbia e che fu uno dei tanti misfatti di cui il nuovo pontefice seppe farsi bandiera.
Roberto Busembai (errebi)
Immagini web: Immagine di Celestino V e l'eremo su i monti abruzzesi

LE DUE UOVA

Una fiaba locale (Toscana), tramandata vocalmente dai nostri antenati e ancora sulla bocca di tanti nonni che la raccontano per tramandarla ancora..........E io ve la riporto come la racconterei ai miei nipotini li avessi.........
LE DUE UOVA
C'era una volta un giovane che essendo povero e non trovando da lavorare volle tentare la “fortuna” e partì per l'America. L'imbarco era previsto dal porto di Livorno e lui per la bramosia di partire arrivò all'appuntamento in forte anticipo, perciò si mise seduto sul muretto della banchina e fremente attendeva che giungesse la fatidica nave. Nello scorrere del tempo, però, iniziò ad avere anche fame, ma sapeva benissimo che non poteva permetterselo di mangiare in quanto tutti i pochi soldi che possedeva li aveva spesi per quel lungo viaggio. Ma la fame si sa non perdona e colto da forti spasmi, si fece coraggio ed entrò in una vicina osteria. Ordinò due uova al tegamino e dopo aver finito di mangiare si recò davanti all'oste e con tutta sincerità gli disse che non aveva soldi per pagarlo, ma dato che sarebbe partito per l'America con il proposito di poter trovare lavoro e mettere da parte qualche soldo, che gli facesse credito, tra qualche anno lui sarebbe ritornato e avrebbe saldato il debito. L'oste grato della sincerità di quel giovane, che a guardarlo faceva davvero pena per come era ridotto nel vestiario e nella persona, approvò la cosa e lo salutò con tutto il cuore come fosse suo figlio.
Il giovane arrivò in America e dopo alcuni mesi di lotte e di stenti riuscì a trovare un buon lavoro e nel giro di qualche anno si potè permettere di ritornare in Italia, perchè aveva accumulato un buon gruzzolo di monete da poterci vivere tranquillamente.
Infatti circa cinque anni dopo i fatti dell'osteria, il giovane sbarcò al porto di Livorno e per prima cosa ritornò dall'oste. Appena entrato si fece riconoscere e disse all'oste che come promesso era venuto a saldare il conto delle due uova.
L'oste allora preso un foglio e una matita, fece accomodare il giovane e iniziò questa tiritera:
“ Bene, allora facciamo questo conto, erano due uova, circa cinque anni fa, ma se queste due uova le avessi potute mettere alla chioccia sarebbero nati due pulcini che poi nel crescere sarebbero diventate due belle galline, …..due galline in un anno faranno circa cinquecento uova perciò se avessi messo quelle due uova sotto a una gallina sarebbero nati cinquecento pulcini che sarebbero diventati cinquecento belle e prosperose galline......” e così continuando arrivò a dare al giovane un conto spropositato, quasi pari pari a tutto quello che il giovane aveva risparmiato in America.
“Ma io non ho tutto quel denaro, e non posso pagarvi”
“ Caro il mio giovane, io vi ho fatto credito una volta, ora dovete saldarmi altrimenti vi denuncio”
Il giovane non sapeva come rimediare, non poteva affidargli tutti i suoi risparmi altrimenti di cosa avrebbe poi campato? Allora supplicando l'oste chiese almeno tre giorni di tempo, in modo e maniera di poter chiedere aiuto a qualche amico o conoscente.
Sbuffando l'oste accettò ma ingiuriò nuovamente che se entro tre giorni non avesse saldato il suo debito sarebbe ricorso alla giustizia.
Il giovane trascorse tre giorni d'angoscia, ma ormai erano passati troppi anni e amici e conoscenti non ne trovava, tanti se ne erano andati come lui, alcuni dispersi e alcuni morti, al punto che al finire del terzo giorno, dopo aver camminato per ore e ore, si accasciò su un prato e irruppe in un disperato pianto, sarebbe stato accusato e incarcerato per quelle due uova non pagate.
Nel frattempo che questo giovane si disperava, passò vicino un contadino, che nel vederlo così disperato ne ebbe commozione e gli chiese che cosa era che lo turbava così tanto, e se lui lo avrebbe potuto aiutare. Il giovane gli accennò che erano problemi grossi e che non c'era rimedio alcuno, l'unico che lo avrebbe potuto, forse, aiutare, era un avvocato.
Il contadino allora esclamò: “ Avete trovato l'avvocato”.
“ Ma non siete contadino?”
“ Sono contadino ma anche avvocato, e comunque raccontatemi l'accaduto e poi vi dirò come procedere.”
Il giovane rincuorato raccontò tutto il fatto, dal primo giorno quando entrò a mangiare in quell'osteria, e finito il racconto, il contadino gli disse:
“ Non avete da preoccuparvi, quando sarà il momento io vi difenderò, appena vi arriva la citazione, avvisatemi e correrò da voi.” E si scambiarono gli indirizzi.
Passarono dei giorni e delle settimane quando un bel giorno arrivò la fatidica citazione e il giovane si trovò davanti al giudice, con l'oste e l'avvocato di costui.
Il giudice subito chiese al giovane:
“Non avete nessuno che vi difende?”
“ Si, ho un avvocato, ma è un poco in ritardo se potessimo aspettare ancora un poco, è un gentiluomo e mi ha promesso di essere presente.”
Aspettarono e aspettarono, ma di quell'avvocato – pastore non se ne vedeva l'ombra finchè:
“ Ora basta” urlò il giudice “ avvocato o non avvocato che si proceda”
Ma in quel frangente si vide entrare un uomo vestito da contadino e il giovane subito:
“ Eccolo è lui il mio avvocato!”
Il giudice guardò quel tizio e sarcasticamente se la rise dentro, anche l'altro avvocato, quello dell'oste ebbe lo stesso sentore, poi gli chiese:
“ Perchè siete così in ritardo è da molto che vi aspettiamo?2
“ Scusatemi tanto ma è il momento della semina e ho messo a bollire le patate che oggi devo seminarle”
Un coro di risa si alzò nel tribunale, costui non solo non era un avvocato ma era anche un contadino per lo più citrullo.
Il giudice azzittì gli astanti e poi si rivolse al contadino – avvocato:
“ Ma come? Voi bollite le patate prima di seminarle? E sperate che poi vi nascano?”
“ Si” rispose il contadino “ ho imparato dall'oste che cuoce le uova prima di metterle sotto la chioccia!”
Il giudice rimase esterrefatto, costui gli aveva fatto gabbana a tutti, e assolse perciò il giovane debitore.
Roberto Busembai (errebi)
Immagine web