martedì 26 gennaio 2021

FILIPPINO LIPPI - APPARIZIONE DELLA VERGINE A SAN BERNARDO


In un vecchio “quadernuccio di conti” conservato nell'Archivio della Badia di Firenze, si legge: “ Uno devoto amico et benefactore de lo nostro monastero dè avere a dì 9 luglio fiorini sesanta larghi, li quali diede contanti per elemosina, et dixe non voleva che de essi se ne spendesse alcuno in nostri bisogni, ma voleva che si spende sono in alcuno ornamento in nostra chiesa de le Campora: et io, intesa sua buona voglia, dixili: eci da fare una cappella apresso quella de Angiolo Vectori: dixe essere contentissimo et che cominciassimo con questi. Et di poi lui soperirebbe come bisognasse, et dipoi, come buono amico, dixe: et se per lo monastero avete bisognio, richiedetemi voi et don Lutiano, et forzeromi fare cosa vi sia grata.”

Il benefattore era Pietro di Francesco del Pugliese che commissionò a Filippino Lippi la tavola con la Visione di San Bernardo che ebbe sede nel monastero della Campora, fuori la Porta Romana, in Sant'Ilario a Colombaia che i monaci avevano avevano costruito su un terreno acquistato con l'elemosina di molti cittadini fiorentini. Nel suddetto “quadernuccio” sono presenti anche le partite, ovvero le spese inerenti alla costruzione e al rifacimento della suddetta Cappella e trova pure menzione ….. “ item. Per la dipintura dello altare, cioè della tavola la quale dipinse m. Filippino, ducati 150.” Attualmente l'opera d'arte è visibile in Badia Fiorentina a Firenze.

L'Apparizione della Vergine a San Bernardo, è un'opera pittorica a olio su tavola, che il maestro Filippino Lippi dipinse su commissione come ho citato all'inizio, e prende spunto appunto dalla leggenda che narra di San Bernardo, già provato dalla malattia e ormai stanco da avere peso persino della penna, un giorno, mentre stava scrivendo le Omelie in onore della Madre celeste, gli apparve la Vergine che portandogli conforto per quello che faceva gli restituì la salute.

Ed ecco la maestosità e il genio del grande Maestro a renderci quel magico e spirituale momento, San Bernardo appoggiato allo scrittoio, stanco e cereo in volto per la difficile malattia, che con la penna in mano trascrive le sue Omelie mentre improvvisamente si concretizza e materializza al suo cospetto una dolce e pia donna, la Vergine che sicura della sua magnificenza e sacralità con fare limpido e delicato, coprendosi per con la mano sinistra al petto, tenue e leggera scivola il braccio destro sul libro in atto di conforto e invito al monaco. Il volto espressivo, l'elegante atteggiamento della Vergine, le stesse mani affilate, sono qui le caratteristiche pittoriche del quattrocento fiorentino ma al tempo stesso il Filippino le fa dimenticare, tanto donano quel misto tra fantastico e umano e reale, da farne una scena presente e possibile. E' un'interpretazione della Vergine che da ora in poi sarà sempre più umanizzata, è un anticipazione Rinascimentale che cede alle vecchie rappresentazioni del Medioevo, tra nuvole e a pochi accenni, eterea e evanescente, qui la Vergine si fa donna, umana, vera e al tempo stesso l'arte le rende la bellezza e la gentilezza spirituale con lo stile gentile, uno stile che avvicina e ricorda l'allievo Filippino al maestro Botticelli.

L'uomo in basso, sulla destra, in ginocchio e con le mani giunte in atto di preghiera è il padre del committente, Francesco del Pugliese e gli angeli che attorniano la Vergine, angeli che hanno perso l'etereo volto e le ali di messaggeri, ma assumere sembianze umane, sono i figli del committente, come è incerta la veridicità del volto della Vergine che alcuni paiono ritenere fosse addirittura la moglie di Pietro del Pugliese.

Il Filippino svolge la scena all'aperto, in un ipotetico studio costruito su massi e tronchi di legno, da dove, in lontananza si notano figure di monaci di cui alcuni in assoluta sorpresa e stupore ammirano una inconsueta luce, la luce della Vergine che soltanto Bernardo può vedere. Sulla roccia appare un cartiglio dove è impresso un motto del filosofo Epitteto “ Sustine et abstine” ovvero “ Sostieni e rinuncia”) che insegna cioè a come convivere con le avversità della vita che poi è in perfetta armonia con gli scritti di San Bernardo di Chiaravalle.

Se bene osservate, dietro il santo, in una cavità della roccia ci sono raffigurate due strane figure, una è ben riconoscibile in una civetta (simbolo delle tenebre), l'altra è un demone che è intento a mordere le sue catene, infatti questa non è altro che una simbologia medievale riferente alla Vergine, in quanto salvatrice dell'umanità dal peccato e dalle catene della vita.

Filippino Lippi associa il puro sentimento pure nello sfondo e nella composizione, i personaggi si muovono adesso liberamente e non sono più circoscritti in un chiostro o tra le arcate di una chiesa, la natura fa da scenario e diventa parte stessa della rappresentazione, questo è il Quattrocento fiorentino.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Filippino Lippi – Apparizione della Vergine a San Bernardo ( Badia Fiorentina - Firenze)

venerdì 15 gennaio 2021

I DUE AMICI E L'ORO SCOMPARSO - FIABA POPOLARE TIBETANA


C'era una volta un padre che viveva in un piccolo paese nelle altissime montagne del Tibet, che raggiunta ormai la vecchiaia e sentendosi vicino alla morte, chiamò a se l'unico figlio che aveva e gli disse:

“ Sonam, figlio mio carissimo , io ormai sono prossimo alle soglie della mia uscita da questo paradiso terrestre, e prima che io possa abbandonarti voglio che tu diventa possessore di tutto l'oro che posseggo. Questo dono voglio che tu lo custodisca con cura e intelligenza e mi raccomando di non fidarti mai di nessuno, neppure di tua moglie, quando ne avrai una”

Con queste parole il buon padre sperava di poter avere impartito una giusta lezione al figlio, perchè con questa potesse affrontare, da ora in poi, le insidie del mondo.

Un giorno Sonam dovette partire per un lungo pellegrinaggio in un lontanissimo monastero, e chiaramente non poteva certo portarsi dietro tutto quell'oro e al tempo stesso non poteva certo affidarlo a qualcuno, quando invece pensò di poterlo lasciare tranquillamente al suo grande amico Tamchu, che viveva vicino a casa sua con la moglie e due figli. Di Tamchu poteva fidarsi ciecamente, erano cresciuti insieme e insieme avevano sempre affrontato ogni difficoltà o anche felicità.

Infatti prima di partire si recò a casa dell'amico con due borse cariche d'oro e gli chiese se poteva custodirle nella sua assenza.

L'amico accettò ben volentieri quel compito e rassicurò pure Sonam che vivesse tranquillo il suo pellegrinaggio che al suo ritorno avrebbe ritrovato le sue due valige come le aveva lasciate.

Passò un anno intero, poi Sonam ritornò al paese e subito si recò dal suo amico a ritirare l'oro, ma l'amico gli corse incontro costernato e dispiaciuto dicendogli:

“ Amico mio carissimo, la sfortuna si è accanita contro di noi e durante la tua assenza l'oro si è trasformato in sabbia!”

Sonam rimase un poco stupito da quella strana notizia ma poi si riebbe e anzi, come se non fosse successo nulla, disse al suo amico di rallegrarsi, in fondo era sicuro che lui aveva fatto del suo meglio per custodire le due borse e per festeggiare il suo ritorno pasteggiarono felicemente insieme.

Dopo il pranzo, Sonam fece una proposta all'amico:

“ Sai bene Tamchu, quanto io desideri avere una famiglia e dei figli, ma al momento non ho ancora trovato la mia anima gemella, perciò mi piacerebbe potermi prendere cura dei tuoi figli per qualche mese, stai certo che li farò mangiare e li rivestirò come grandi signori. Staremo bene tutti e tre nella mia casa!”

Tamchu fu entusiasta dell'idea e dentro di se pensava:
“ Sonam è una persona davvero di cuore, ha perso l'oro per causa mia e lui invece di avere rimorso nei miei confronti, desidera prendersi cura dei miei figli”.

Sonam portò allora a casa sua i due ragazzini e come aveva detto non gli fece mai mancare nulla, però nel frattempo comprò anche due piccole scimmiette di diversa età e le ammaestrò perchè rispondessero e facessero festa quando le chiamava, una Tendzin e l'altra Thupten, che erano poi li stessi nomi dei due ragazzini del suo amico.

Passati due mesi e più, Tamchu venne a riprendersi i figli ma trovò Sonam triste e sconsolato.

“ Oh carissimo amico Tamchu”, disse Sonam “ la sfortuna stavolta si è accanita con noi nuovamente,
e i tuoi carissimi e dolci ragazzi li ha trasformati in scimmie!”

Tamchù stravolto, non credendo a quella “novella” chiamò i suoi figli e infatti due scimmiette gli corsero incontro facendogli feste e prendendolo pure per mano. Era disperato.

“ Oh Sonam, ma come potremmo fare a far ritornare i ragazzi nelle loro sembianze?”

L'amico rifletté un poco e poi, tristemente disse:

“ Ci sarebbe una maniera, ma solo se avessimo dell'oro, e pensare che se n'avessi ancora ti avrei potuto aiutare, ma ci vorrebbe tanto, tanto oro.”

“ Ma quanto oro? Dimmelo!”

“ Beh penso che almeno due borse piene”.

“ Mah allora me le procurerò io, subito in un attimo” e corse via.

Dopo poco ritornò con le due borse piene d'oro e le consegnò a Sonam, che appena prese disse a Tamchu di aspettarlo, salì le scale con le due scimmiette, salendo nei piani superiori della sua grande casa, per poi ridiscenderne quasi subito con i due ragazzi, mano nella mano.

Tamchu riabbracciò i suoi figli, e al contempo si sentì profondamente imbarazzato nei confronti dell'amico, aveva capito il messaggio.

Ma il frutto dell'amicizia matura proprio in queste situazioni e i due si guardarono in faccia e....scoppiarono in una bella risata.


Mia libera interpretazione di una fiaba Tibetana


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Disegno by Nurroward

martedì 12 gennaio 2021

EGON SCHIELE - LA FAMIGLIA


L'incontro tra Schiele e Klimt fu davvero una folgorazione, il Maestro si innamorò talmente dell'arte così sentita e particolare di quel povero giovane e ne divenne il padre putativo, fu Klimt ad aiutarlo e incitarlo, comprò vari suoi disegni, gli procurò persino modelle e lo introdusse nel mondo di ricchi mecenati per garantirgli una tranquillità finanziaria.

La difficile infanzia e l'adolescenza di Schiele furono le basi del suo modo di raffigurare, di esporre i sentimenti così talvolta caotici e impressionanti, ma veri e pieni di ogni pur vera promiscuità interiore.

Il lavoro che presento oggi è l'ultimo capitolo di questo grande artista (1918), un autoritratto di famiglia, lui con la moglie e il presunto figlio, infatti quando venne realizzato questo dipinto, l'adorata moglie Edith è incinta, la donna che ne rimase talmente affascinato da farne la sua musa perenne nei suoi dipinti. L'artista è all'apice della notorietà e della felicità per questo bambino che deve nascere, ma il destino, come oggi stiamo provando anche noi, era alle soglie, una pandemia stava letteralmente ripulendo vite umane, la purtroppo famosa Febbre spagnola.

Nel gennaio del 1918 il Maestro Klimt ne venne sopraffatto e il dolore del giovane Egon Schiele non aveva eguali, ma ancora non sapeva che dopo pochi mesi la cara moglie incinta di sei mesi, perdeva la vita per lo stesso motivo e lui seguì la stessa sorte dopo appena un mese, aveva soltanto 28 anni.

Questa famiglia rappresentata nella sua veridicità, nella sua pienezza di valore intimo e particolare, non è mai esistita o se non altro lo è stata parzialmente nel sogno del grande artista.

L'opera è conservata al Museo Osterreichische Galerie Belvedere di Vienna, e circa due anni fa ho avuto la fortuna di poterlo ammirare e sapendone gli antefatti vi assicuro che fa venire i brividi e commuovere, oltre la spettacolarità del disegno particolare di Schiele.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Egon Schiele – La famiglia (Museo Osterreichische Galerie Belvedere di Vienna)

martedì 5 gennaio 2021

FRANCO CARDINI - I RE MAGI


La storia dei tre Magi che nelle sacre scritture soltanto Matteo ne fa menzione, è ricca di versioni e tradizioni diffuse in ogni parte del mondo e ne sono presenti innumerevoli identificazioni e attributi, chi li identifica come simbolo, i tre, delle razze primigenie sorte dai tre figli di Noè, chi come i tre continenti del mondo antico quali Asia Africa ed Europa, chi i momenti dell'esistenza quali giovinezza, maturità e vecchiaia, chi li ritiene abbiano un nesso con l'astrologia, chi naturalmente li sottolinea nel culto religioso e altre ancora, ovvero leggenda cristiana e mito pagano tra Oriente e Occidente

Ebbene il libro dello storico Franco Cardini non è altro che un viaggio alla scoperta di questi TRE MAGI portandoci verso la scoperta di tre figure che vanno oltre quella di massima consuetudine ovvero i donatori di oro, incenso e mirra al Gesù Bambino. Un'interessante scoperta che pone in rilievo l'importanza non soltanto religiosa di queste tre figure che hanno sempre avuto un fascino particolare e che nei nostri presepi hanno avuto sempre un primo piano nel giorno dell'Epifania.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Copertina del libro

NICOLA DA VERDUN - RELIQUIARIO DEI RE MAGI A COLONIA


La leggenda narra che tre uomini, tre Magi, tre illustri signori, tre grandi e ricchi uomini, spinti dal desiderio di conoscere il nuovo Re dei Giudei che una stella cometa indicava loro il luogo esatto dove si trovasse, intrapresero un lungo viaggio per deporre e venerare Gesù, portandogli in dono Oro Incenso e Mirra ovvero la Sapienza regale, il sacrificio e il dominio di se.La tradizione cristiana narra che l'imperatrice Elena (madre di Costantino) ritrovasse le spoglie dei Magi e le regalasse al vescovo di Milano Eustorgio, dove furono custodite poi nella basilica di Sant'Eustorgio ma poi trafugate nel 1162 da Federico Barbarossa e consegnate al vescovo di Colonia.

Ed è proprio a Colonia che esse sono costudite in un reliquario magnifico e spettacolare, che è visitabile esposto in una teca di vetro dietro l'altare maggiore della cattedrale.




Il reliquiario è un preziosissimo lavoro di oreficeria che fu commissionato intorno al 1180 dal vescovo Filippo di Heinsberg a un grande artista del periodo Nicola di Verdun e comunque terminato intorno al 1220 da artigiani di Colonia e della Mosa dopo l'avvenuta scomparsa del Maestro. Per valorizzare ancora di più questo oggetto, lo stesso re Ottone donò 3 corone d'oro che ivi ancora sono deposte al suo interno.

Il reliquiario è un complesso di legno ricoperto tutto di argento dorato e assume una forma di basilica, è completamente intarsiato e decorato con altorilievi e rifinito con smalti, filigrane , circa più di 200 gemme e antichi cammei.

Il lato principale, che poi rappresenterebbe l'ingresso di quella ipotetica cattedrale, vi sono raffigurati i Re Magi in adorazione al figlio di Maria, che occupa proprio la parte centrale con in braccio il bambino, mentre sulla parte superiore viene rappresentato il Cristo sul trono affiancato da due Angeli. Da notare che questa parte è l'unica ad essere stata realizzata in oro per volontà e dono di Ottone IV. Il pannello centrale, quello tra queste due rappresentazioni, è movibile e scopre una grata dalla quale i pellegrini, un tempo, potevano scorgere i crani dei Re, anzi era usanza che si potessero calare strisce di stoffa al suo interno, che raggiunte le reliquie, si poteva così ottenere una reliquia di contatto, e poi queste strisce, devotamente ricamate con raffigurazione dei Magi o con inscritte preghiere, venivano vendute ai pellegrini avendo così un “santo” ricordo del loro viaggio.

Nel lato opposto invece sono rappresentate scene della passione di Cristo, nella parte bassa, mentre nella parte superiore il Cristo è nell'atto di coronare martiri Felice e Nabore, infatti le reliquie di questi martiri era anch'esse nella cattedrale di Milano e il Barbarossa non poteva che trafugare anch'esse e che si trovano comunque nel reliquiario, mentre nelle parti laterali vi sono rappresentati profeti e apostoli.


Roberto Busembai (errebi)


Immagini web: Immagini del Reliquiario dei Re Magi a Colonia di Nicola da Verdun

martedì 22 dicembre 2020

LE TAGLIATELLE DI NATALE


E siamo come a Pasqua, ancora contati a tavola come fossimo dei numeri da estrarre, ancora con le dovute distanze altrimenti ci facciamo del male, ancora come a Pasqua i soliti parenti stretti ( attenti alla parola, la definizione esatta senza incorrere in problemi è “prossimi”) e chi ha la “fortuna” di non avere nessuno, accanto e vicino, si mette a tavola come allora con il suo piatto e sottopiatto pure e si scalda un poco di brodino, e se proprio vuole farla passare come giornata speciale che dovrebbe essere, ovvero un consommè.

Ma io non mi dolgo per quello che è e quello che è stato, il Natale è quello che porto dentro e spero di saperlo donare, i figli hanno le loro donne, le famiglie sono moltiplicate e alcune, me compreso, sono dimezzate, anzi evaporate, ma non mi dolgo di questo poco inimmaginabile momento diverso, mi metto a tavola lo stesso e sono certo che farò un bel pranzo....anzi mi dirò spesso e sovente, beato me che me lo posso permettere!

Ma tra un discorso, un bicchier di vino come antipasto eccomi qua che sto per chiudere occhio, seduto sul divano e aspetto che venga il mezzogiorno per preparare il tavolo con tovaglia in decoro, piatti sopra e sotto contornati d'oro e una candela in mezzo per ricordare la vita che non ha bisogno di ricordarsi di esistere, a lei basta un respiro, e quando quel piccolo respiro manca.....beh non serve tanto a dire che forse era stanca.

Quand'ecco che suonano alla porta, sorpreso guardo l'orologio e mi spavento sono le 12 spaccate e suona pure il campanone del paese nel contempo, corro ad aprire sperando che chi sia se ne ritorni presto da dove viene, che io ho ancora da fare da mangiare e pure apparecchiare come avrei voluto.

Apro e vi giuro non era nessuno, ovvero sul pianerottolo al quinto piano dove ho l'appartamento non c'era assolutamente vita umana che mi aspettasse, allora mi sovvengo e corro al citofono che sicuramente qualcuno da basso, al cancello è in attesa che io apro.

Guardo scrupolosamente ma nessuno è fotografato in quel momento, poi mi dico che la vecchia maniera è quella più sicura, mi affaccio alla finestra e guardo sotto......nessuno pure in strada e nessuno che mi stia cercando. Me lo sono sognato mi dico tosto e mi avvio al bagno.

Sto iniziando a farmi un poco di pasta col ragù, un ragù che avevo congelato per i momenti in cui sapevo non avrei avuto voglia di stare al fornello, e quel momento è capitato, prendo la pentola per riempirla d'acqua e porla sul fornello a bollire che ecco, e stavolta sono sveglio, risuonano anzi suonano e bussano alla porta. Arrivo in lampo, quasi fossi un velocista prossimo all'arrivo, apro già con il sorriso in bocca, come saluto, fa parte del mio carattere solare, pure mi arrivasse un telegramma funesto, il primo impatto mio sarebbe quel sorriso che forse in quel momento sarebbe pure scemo. Apro e......voi non ci crederete ancora niente, nessuno, niuno, vuoto completamente e io avevo pure sentito un rumore di bussato. Non vorrei che i figli del geometra che abita di sopra, non si divertissero alle mie spalle, in fondo anche loro in questo obbligato giorno casalingo, qualche cosa debbono pur fare.....si, però, un piccolo richiamo del loro padre non guasterebbe.

Chiudo accertandomi ancora che nessuno fosse in giro, magari rimasto indietro sulle scale pensando che non avessi risposto, ma mi devo sottomettere al destino, fuori dalla porta non c'è e non ci sarà nessuno.

Ho gettato la pasta, a me piacciono le tagliatelle, sapete quanti Natali ho fatto con quelle, mia madre era fissata con le lasagne e non c'era Natale che non le facesse, e i parenti tutti, gli zii e i nonni e pure i conoscenti erano ben lieti di quella portata che sempre l'applaudivano quando lei portava le teglie ben calde, uscite allora dal forno, e le posava fumanti sulla tovaglia con mio padre che si premuniva di porre svelto un sottopiatto, da non sciupare con il calore il tavolo “buono” del salotto.

E per me, da mamma cara e buona, perchè le mamme, almeno quelle di una volta, non potevano dire no al proprio figlio, era sempre pronto un piatto caldo e fumante di tagliatelle al sugo con pure il parmigiano, solo per quel giorno, grattugiato sopra.

Son quasi pronte, nel frattempo mi appresto ad apparecchiare, che per me è un gesto sacro, amo la tavola, anche se sono solo, apparecchiata come si dice “a dovere”. Metto il piattino dell'antipasto, anche se non esiste, ma potrebbe servire per una frutta, un dolce o quello che mi pare, il piatto fondo e il sotto piano, naturalmente dello stesso colore e dello stesso servito, gradito con un decoro e pure colorato, posate, sono puntiglioso voglio due forchette due coltelli e un cucchiaino, sempre per il solito dolce o per un caffè, due bicchieri uno grande per l'acqua, preferibilmente gassata, e il piccolo per il vino, preferibilmente rosso, e se, come oggi che è nominata festa, pure il calice per uno spumantino.

Per la terza volta ho sentito bussare e suonare, ma questa volta non mi appresto assolutamente ad aprire, qualcuno mi ha preso di mira oggi e sono così il suo divertimento, si stancheranno se vedono che non mi appresto ad aprire o a cercare di sapere chi sia che mi cerca, io impassibile mi siedo al tavolo, ho quasi pronta la pasta e ….......la tavola è imbandita e ben addobbata per ben 10 persone, ci sono piatti e bicchieri a non finire, rimango sbalordito e non capisco, come se da un momento all'altro una bacchetta magica avesse cambiato il tutto, strofino gli occhi per sapere se sono desto, mi guardo intorno e come in un baleno si formano figure al tavolo imbandito, siedono improvvisamente al mio cospetto tutti i parenti e zii e pure i nonni e io sono come pietrificato, sorridono tutti, anzi si complimentano a piena voce del tavolo apparecchiato e della cura con cui lo avrei fatto, e ancora non riesco a parlare, quando dalla cucina sento una voce e non riesco a contenermi dal piangere e sorridere contemporaneamente:

“ Eccomi, le lasagne son pronte, per te Francesco ho fatto le tagliatelle”.....era mia madre con le teglie.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web

FAVOLANDO


FAVOLANDO


“Non si può vivere senza fiabe” mi diceva mia madre e subito aveva la naturale inventiva di narrarmene una o addirittura inventarla per potermi addormentare.

Chissà forse sarà per questo attimo vissuto, per questa antica armonia assorbita, che mi sono ritrovato a scriverle, queste fiabe, a percorrere le contorte strade della fantasia, a sorvolare mondi incantevoli, a battermi contro draghi infuocati e cavalieri erranti, a cantare strofe rimate di pazzi menestrelli e chiacchierare per ore ed ore con i più svariati e simpatici animali, e bene o male sono sempre riuscito a salvarmi e a raccontare cose belle.....

Perchè questa premessa, perchè cari bambini, oggi mi sono ritrovato a dover risolvere un problema arduo e strano, buffo per come mi si è presentato e particolare per quello che mi è “imposto di nominare”, sono cinque parole che io devo gestire e non lo so proprio fare.......e allora cerchiamo insieme di snodare questo aggrovigliato gomitolo di cose e cerchiamo di trovare il bandolo della matassa …...

ALBERO è la prima parola che mi sento di dovere nominare, che un albero potrebbe essere un antico olivo abbandonato sopra un colle, abbandonato perchè nessuno più vuole cogliere dei suoi magici frutti, le olive, e allora eccolo tempestato e abbattuto per il suo peso degli anni, dal vento gelido dell'inverno e dalla pioggia incessante che tende a cadere, ma non lo possiamo lasciare che soffra per la malvagità dell'uomo e allora che un raggio di sole avendolo scorto e rimasto commosso di tanta sofferenze gli doni improvvisamente quel tiepido ma giusto calore, e lo faccia con impeto e decisione senza nemmeno chiedere il permesso per uscire, a quelle invadenti nuvole che lo tengono a riparare.

Oppure potrebbe essere un albero d'olmo o quercia che con la loro possanza e la loro maestosa capigliatura di foglie donano al passante, al contadino o al pastore la giusta ombra per rinfrescarsi dal sudore delle fatiche che giornalmente sopportano e ritrovare refrigerio anche per la mente e il cuore, e magari abbandonarsi a pensare quel giusto momento ai loro cari che dalle stelle in cielo li seguono ogni giorno, oppure alle loro mogli che attendono il giusto pane quotidiano per sfamare e sopravvivere di loro e dei rispettivi figli, figli che sono come l'albero nominato, il fulcro e il refrigerio di una vita che tende ad invecchiare.

Ma Francesco mi dice che albero per lui è l'abete, quello che solito si nomina e si va a cercare nella precisa festività che è il Natale.

E ha ragione Francesco, e con questo ci leghiamo anche l'altra parola che mi è stata detta, proprio NATALE

Partiamo allora da l'albero che abbiamo usanza di addobbare e illuminare con le più svariate e colorate luci, un accendi e spegni intermittente che fa brillare i rami e gioca con le ombre delle palline appese sulle pareti e sui soffitti delle case, ma il Natale non è solo questo è anche l'arrivo di un Babbo, da noi così conosciuto, che già appena piccoli abbiamo sentito nominare, e che da grandi non abbiamo la forza di non crederlo come lo abbiamo sempre immaginato, quell'anziano signore, un poco grassotto, dalla canuta capigliatura e da una barba lunga lunga bianca e soffice come la neve. Babbo Natale che viene da lontano, come lo è stato un Papa bianco, l'uomo che pensa a tutti i bambini, belli, brutti, gialli , neri e di tutti i colori, che non si sa come abbia a conoscere i loro desideri, riesce sempre a farli contenti, e se quel trenino che tanto avevamo desiderato non lo troviamo quel giorno fatidico, non è perchè se lo sia dimenticato, solo che lo ha donato a un altro che di quel trenino era l'unico gioco che veniva a possedere e che di certo ne è rimasto più contento.

Natale è una parola magica che però non ha a che fare con Merlino e nemmeno con Harry Porter, non ha bacchetta e non vuole trasformare, anzi il Natale vuole sottolineare e rimarcare che c'è l'amore in ogni cosa e in ogni persona, che luci, giochi, sfarzi e alimenti sono sono il contorno di un piatto enorme dove la pietanza dell'amore è il gustoso sapore che si può e si deve mangiare. Natale è sempre se lo vogliamo, basta nasconderselo nel cuore e farlo illuminare non solo per la sua festa, ma quando lo vogliamo e o quando ne necessita.

Vedete che non è facile mettere insieme tutte queste cose....ha detto Annamaria che se continuiamo così lei si addormenta, a lei il Natale fa sempre sognare e vedere la luna e le stelle....

Annamaria mi hai dato, involontariamente il motivo per introdurre l'altra parola che è appunto la LUNA.

Luna che brilli in cielo di luce riflessa, pianeta dei pianeti, sogno di tutti gli amanti e degli amori, si dice che la luna tenga nascosti dietro di se, tutti i sogni dei bambini, e che ogni tanto, per non addormentarsi di notte, se li legga e spesso si commuova, tanto che non so se avete notato, spesso ha un'alone di nebbia intorno, ebbene quello è il vapore che esce dalle lacrime che non sa trattenere.

La Luna è sempre diversa nel suo esporsi, cresce piano piano come una torta dentro il forno e diventa bella piena e tonda, come un dolce ben montato , la luna è quella compagna delle notti insonni dovute a dei dolori o soltanto a piccole malinconie che nascono nel cuore. Sapete che la Luna ha una sua voce? Si, certo ve lo assicuro, e se non ci credete, una notte, quando è bella piena e lucente, affacciatevi alla finestra e guardatela attentamente, vi assicuro che dopo poco, vedrete la sua bocca che si muove e vi narrerà con la sottile voce le storie e le novelle che nessuno saprebbe raccontare, lei si che sa cosa sono le fiabe, lei ha conosciuto regine e damigelle, bambini e bambine persi nei boschi o nelle valli, dimenticati o abbandonati per le miserie della vita, lei ha conosciuto le fate che aiutano questi bambini, azzurre, bianche, brillanti ed evanescenti, bionde e brune e dai capelli pieni di stelle e diamanti, ha conosciuto pure gli orchi e i draghi ma ha sempre saputo tenerli a bada con la sua finta assenza, si perchè anche se qualche volta la luna non appare in cielo, non è vero che non è presente, è solamente spenta perchè ha da ricaricare le pile.......

Ma dai, esclama Giovannino, che stai dicendo, la Luna non ha le pile!

E io gli rispondo: Forse no ma pure anche si, te lo sai? Ci sei mai stato?

E s'alza una risata dolce e innocente che mi scalda il cuore.

Allora, dico, voi che siete tanto intelligenti e avete il potere della facile fantasia che dovrei raccontare se vi dicessi BICICLETTA?

S'alza dal fondo dell'aula il timido Marcellino e dice fievolmente:

“ L'ho chiesta quest'anno nella letterina a Babbo Natale”

E spero che il tuo sogno sia esaudito, gli dico, perchè la bicicletta è il primo e l'unico mezzo che da bambini si impara a guidare, si rompono le ginocchia, si slogano i piedi e qualche gomito si arrossa, ma poi tenere l'equilibrio diventa cosa così normale che neppure vi accorgete di non avere mai saputo andarci e pedalare. La bicicletta era una volta, l'unico mezzo per spostarsi e quante volte è stata importante per salvare vite di persone e pure di animali, quando nelle stalle una mucca o una pecora aveva da far nascere il loro figliolino, spesso non bastava la natura e ci voleva il veterinario, e allora non esistevano i telefonini e le radio per chiedere soccorso, le auto erano un privilegio e poi ne esistevano poche, ecco che allora il più giovane di famiglia, saliva sulla sella e piovesse o tirasse vento, ci fosse la luna o il sole, in fretta correva per la valle sugli sterrati e sui viottoli d'erbe pestate per raggiungere il primo paese e chiedere aiuto. E il ritorno era ancora più massacrante, perchè il dottore sedeva sulla barra orizzontale della bicicletta e si faceva trasportare, con un pedalare ancora più faticoso e frenetico, che oltre il sudore del movimento subentrava anche quello di non arrivare in tempo.

Ora però, per finire......

Paolo e Maria in coro: “ Perchè è già finito? Ci piaceva questo gioco”

Grazie del complimento, dico, lo rifaremo, ma il tempo scorre anche nel gioco e spesso pare che scorra ancora più velocemente comunque come dicevo, per finire vi voglio raccontare questa fiaba e poi voi mi direte quale era la parola che avrei dovuto narrare.


C'era una volta un povero pastore, un gregge fatto di circa sole venti pecorine, un cane giudizioso ma ormai vecchio e ammalato, che di correre dietro alle pecore per farle contenere, non ce la faceva più e spesso il suo compito veniva così meno e il pastore a impazzire a correre da una parte all'altra perchè, si sa, le pecore seguono gli ordini del cane ma ovviano spesso quelli degli uomini.

Non aveva stalla e non aveva casa e dormiva dove trovava, sotto possenti alberi o tetti di alcune fattorie abbandonate se pioveva, spesso in qualche antro o grotta se davvero faceva freddo, era conosciuto da tutti e in qualsiasi paese si avvicinasse, nessuno gli diceva niente, tanto sapevano che Antonio, così si chiamava, Antonio il pastore non chiedeva e pretendeva niente, ma tanti gli offrivano comunque un pezzo di pane o addirittura un piatto di pasta.

Era d'inverno, uno di quell'inverni ancora più freddi e gelati che Iddio aveva messo al mondo, e il pastore non riusciva a scaldarsi, nonostante avesse trovato una grotta abbastanza riparata, quando ecco che in piena notte, viene presso di lui un'ombra e una piccola luce di lanterna, era un uomo del paese che era venuto ad offrire a Antonio la possibilità di dormire nella sua stalla, e poteva così anche portare il cane. Le pecore furono radunate sotto una tettoia con il fieno e il pastore si gettò dentro la stalla tra fieno giallo e odore di grano, con accanto il suo fedele e vecchio cane.

Al mattino, Antonio si svegliò più arzillo e rincuorato, fuori pareva persino meno freddo, andò a salutare l'amico che lo aveva ospitato e poi si recò per prendere le pecore ma......ma le pecore non c'erano più.

Com'era possibile che fossero sparite così nel nulla e che nessuno poi avesse sentito, come lui, rumori o belati, chiese allora preoccupato e disperato all'amico se ne sapeva qualche cosa, ma anche lui ne fu meravigliato però ebbe un pensiero e subito lo svelò al pastore:

“ Ho sentito dire, da altri pastori che sono passati da queste parti in questi ultimi giorni, che le pecore e tutti gli animali sono attratti da una luce, da un richiamo particolare, e che loro non possono niente e li devono seguire, forse anche le tue pecore hanno seguito quel richiamo”

Sbigottito Antonio lo stava ad ascoltare e poi chiese:

“ E da che parte si sarebbero dirette?”

“ Di la” indicò l'amico.

Antonio partì subito verso quella direzione con il cane accanto, ma fu un viaggio molto lungo e spesso quasi di rinuncia, la cosa che lo faceva continuare era che man mano che passavano i giorni notava sempre più pastori e pecore, donne e galline, anatre, cani e gatti, tutti diretti verso lo stesso luogo, e ogni giorno era sempre più faticoso perchè il povero cane a stenti riusciva ad andare avanti.

Una notte il cielo di illuminò di una stella gigante che pareva indicare un determinato luogo, e tutti seguirono quell'indicazione e fu così che improvvisamente Antonio riconobbe il suo gregge, le sue pecore erano tutte radunate in gruppo e insieme seguivano piano piano il richiamo. Lo riconobbero e lo circondarono ma il pastore notò un qualcosa di nuovo nel gruppo, era nato un agnellino, una pecorella giovane e ancora tentennante nel camminare.

Prese in braccio l'agnellino e poi con tutto il suo gregge e il cane si incamminarono ma questa volta fu per poco, quando si avvicinarono ad una stalla, dove anche li c'era qualche cosa di nuovo, era da poco nato un bambino a due poveri genitori che non avevano altro che rimirarlo.

Il suo istinto fu di posare a terra la pecorella, e inginocchiarsi a tanta meraviglia che emanava pace e serenità, quel bambino era la salvezza dell'animo e delle paure, di tutte le stanchezze e tutte le tristezze, e quando fu per rialzarsi la pecorella era svanita.......Guardò intorno ma non la vide, si rammaricava di averla abbandonata, quando improvvisamente un leggero belato giunse dalla stalla, la pecorella si era messa in mezza tra il bue e l'asino e con il suo fiato caldo riscaldava le nude e innocenti membra di quel gioioso bambino.

Ebbene la parola qual'era?

In coro: La PECORELLA.

Bravi! E che anche voi siate le nuove pecorelle di un nuovo futuro che non sarà di fiaba ma che lo sia somigliante.


Roberto Busembai (errebi)


Disegno Errebi