martedì 11 giugno 2024

RAFFAELLO SANZIO - LA MUTA


Si resta muti quando ci meravigliamo di un evento o una soluzione e non abbiamo più termini o parole per dimostrare la nostra “sorpresa”, il nostro stupore e di come tutto ciò, a volte, abbia potuto accadere, o restiamo muti e silenti di fronte a un evento triste, a un addio compito, dove le parole ormai anche ci fossero non basterebbero a colmare il dolore che ci sovrasta.
Si resta muti e basta in tante occasioni dove noi piccoli umani dobbiamo soccombere per incapacità e impossibilità di poter fare diversamente e dove le nostre umili parole altro non sarebbero che piccolissimi granelli di sabbia in una vastità d’immenso deserto.
E oggi spesso ci si sente muti e attoniti, e per questo ho ritenuto giusto prendere come spunto, questa meravigliosa opera di Raffaello ( creduta in un primo tempo di Leonardo da Vinci per alcune similarità) ,titolata appunto “Muta” per l’espressione indecifrabile, quasi “muta” di questa donna che si presume soccomba a un enorme dolore, quello della morte del marito.
E’ tutt’ora un mistero irrisolto, la figura rappresentata da Raffaello ha avuto diverse letture e diverse sono state le appartenenze attribuite, in ultimo ancora rimane più verosimile l’essere riconosciuta come il ritratto di Giovanna da Montefeltro (figlia di Federico da Montefeltro) , moglie di Giovanni della Rovere, ritratta appunto dopo l’avvenuta morte del congiunto divenendo lei stessa la reggente dei Feudi Urbinati.
L’impossibilità di dare la certa identità è dovuto anche al fatto che mancano persino informazioni sul committente, l’unica cosa certa è che venne realizzata intorno al 1507 a Firenze dove il Maestro risiedeva e operava e dove fu scoperta intorno al 1666 nell’eredità appunto del cardinale Carlo de’ Medici, e tutto questo porterebbe comunque a presupporre che il committente derivasse proprio dalla famiglia della Rovere in quanto furono loro a finanziare il soggiorno di Raffaello a Firenze.
Da quel giorno l’opera ha sempre subito notevoli cambiamenti, in primis trova residenza a Palazzo Piti, poi alla villa medicea di Poggio a Caiano, poi agli Uffizi di Firenze nel 1773 per poi in età moderna trovare fine alla Galleria Nazionale delle Marche.
Che la “Muta” non trovasse mai pace lo sottolinea anche una curiosità, infatti il 6 febbraio 1975 l’opera, insieme alla Madonna di Senigallia e alla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, viene rubata dove però l’anno seguente fortunatamente viene ritrovato il tutto a Locarno.
Il ritratto di questa dama, che per alcuni aspetti rimanda alla Gioconda di Leonardo da Vinci, denominata muta, racconta invece con la sua compostezza, con quella fissità degli occhi, tutta la sua tristezza, uno sguardo lontano, vacue. Il lutto sembrerebbe accentuato appunto dalla veste di colore verde che simboleggia appunto vedovanza e dal fazzoletto nella mano sinistra.
Le mani sono raccolte ( questo atteggiamento riporta a un’influenza nordica) anche se l’indice è rialzato quasi a indicare un qualcosa che a noi non è dato di vedere.
Simbologie ne troviamo anche negli anelli come il rosso rubino che ha sull’anulare sinistro che simboleggia la prosperità e lo zaffiro sull’indice sinistro che è un puro e assoluto simbolo di castità.
Mistero o no, questa opera lascia comunque ancora di più intendere il sapiente e grandioso talento di Raffaello e del suo “gentile” pennello nel trasmettere sentimenti e situazioni.
E Muti rimaniamo anche noi di fronte a questa meraviglia, perché le parole anche ci fossero non servirebbero, parla da se.

Roberto Busembai (errebi)



Immagine web: “La muta” – Raffaello Sanzio (Olio su tavola, 1507, 64x48cm) – Galleria Nazionale della Marche (Urbino)


giovedì 16 maggio 2024

CONOSCIAMO FLEA





CONOSCIAMO FLEA

Mi chiamo Flea e sono….beh sono un essere spaziale, senza poteri e senza effetti speciali, sono così come mi vedete, un essere normale...come tanti, forse differisco nell’aspetto, non lo nego, ma sono un bambino nel cuore e nel cervello, nell’animo soprattutto sono uguale al mondo.
Sono arrivato sulla vostra Terra in un’alba incantata, di quelle colorate e intense che non se ne vede di frequente, e sono caduto, per essere preciso, proprio mentre sorvolavo il vostro pianeta e una luce viola accecante mi ha fatto sbagliare direzione e distratto ho perso il controllo di me stesso e…
non è accaduto niente di particolare, solo che sono qui, solo, in questo momento e i bambini di tutto il mondo e di tutto l’universo hanno paura a stare soli e non lo dovrebbero essere obbligatoriamente.
Come vedete sono di colore giallo arancione ma ho pure due bellissimi occhi azzurri come il cielo, giro per lo spazio in cerca di qualcuno, e sempre mi sono ritrovato con bambini accoglienti, simpatici e molto coinvolgenti, non conosco questi della Terra, ma sono sicuro che saranno meravigliosi e insieme scopriremo molte cose, io ho molto da imparare ma posso anche insegnare se non altro quello che ho visto e ho provato in questo mio viaggiare.
Intanto per farvi contenti, mi sono subito travestito da astronauta e vi aspetto per un primo viaggio fantastico sulla luna, io non avrei avuto bisogno di indossare questo ingombrante scafandro, ma dato che voi non potreste farne a meno, non voglio essere diverso e farvi sentire in imbarazzo, e allora su salite sull’astronave dei nostri fantastici pensieri e arriviamo sulla luna prima che faccia notte, altrimenti lei se ne va a prendere il posto del grande sole e noi non ci potremmo atterrare perché farebbe buio pesto.
Ah un’altra cosa, la prossima volta che ci incontriamo racconteremo a coloro che non sono potuti venire o che non ne erano informati, quello che abbiamo visto e quello che abbiamo fatto, perché l’avventura deve essere conosciuta e nessuno deve rimanere indietro.
Ciao, siete pronti? E allora “navighiamo”!




Roberto Busembai (errebi) da LE AVVENTURE DEL BAMBINO FLEA

Disegni Errebi – Bambino Flea e Flea con tuta spaziale

martedì 14 maggio 2024

ANDREA MANTEGNA - CRISTO MORTO


Se si fossero eseguite le volontà del Maestro, questa tela forse non avrebbe avuto il successo (meritato) , perché Mantegna lo tenne per molto nel suo studio in quanto desiderava che fosse collocato ai piedi del suo monumento funebre.
Ma contravvenendo a questi desideri, il figlio Ludovico lo cedette con altre opere a titolo di pagamento (alcuni ritengono come dono) ai Gonzaga.
L’opera da allora in poi raggiunse la notorietà e al contempo assunse quel valore mistico che a ogni opera devozionale si rispetti facendone icona al tempo stesso di immagine di dolore.
Molti furono i tentativi di copiatura, alcune con addirittura la firma falsa dell’autore fino ad arrivare ai primi dell’Ottocento quando il creatore della Pinacoteca dell’Accademia di Brera, Bossi, la scoprì in possesso della famiglia Aldobrandini di Roma riuscendo ad acquistarla ma il problema che insorse era farla uscire dai confini dello Stato del Pontificio in quanto vigeva una ferra legge che vietava in maniera assolutamente indissolubile l’uscita di opere d’arte dal presente Stato a salvaguardia delle opere stesse che non venissero disperse nei paesi “esteri”.
Leggenda o verità o un misto delle due, narrano che fu l’inventiva del Maestro Antonio Canova, il quale usando un’astuzia simile a quella del Cavallo di Troia di Ulisse, nascose l’opera nell’imballaggio di una sua scultura che era diretta a Milano. Il destino volle la tela arrivasse sorprendentemente intatta, sorprendentemente perché essendo una tela dipinta a tempera magra era altroché soggetta a deterioramento e sorprendentemente perché durante il trasporto l’opera del Canova arrivò interamente distrutta.
E’ un’opera dalla visione prospettica alquanto particolare e unica, assolutamente geniale, dove la figura del Cristo viene osservata dal basso e dai piedi, una prospettica che ha fatto insorgere spesso anche critiche notevoli, oltre che lodi, soprattutto se l’opera stessa essendo esposta solitamente in alto fa si che il senso prospettico alteri in maniera incongruente le misure, come i piedi che apparirebbero troppo piccoli, le gambe corte rispetto a tutto il corpo ecc….
Nel 2013 il regista Ermanno Olmi usò un’esperimento che dava onore all’opera stessa in quanto la inserì in una stanza completamente dipinta di nero e la collocò a un’altezza di circa sessantasette centimetri da terra, tale da doverla osservare inginocchiati, come le tre figure che appaiono nella tela stessa, che poi sarebbe stata la vera collocazione pensata e voluta dal Maestro stesso.
L’opera d’arte in se stessa è di una valenza particolare, che invade il sentimento umano e irradia quel senso di dolore dovuto alla mancanza di un familiare o una persona cara, offrendo ancor di più il pathos in quanto trattasi di una figura, la più eccelsa, della religione cristiana.
Le tre figure che ho appena accennato altro non sono che la Madre, la Madonna, addolorata e piangente, San Giovanni e l’altra forse la Maddalena, tutte e tre adattate al taglio della tela, una tecnica che sarà poi ripresa dal grande Caravaggio.
Il letto di marmo venato, e le venature sembrano quasi la scia delle lacrime della Madonna, il nero assoluto intorno a sottolineare la morte, il vaso degli unguenti che sottolineano la preparazione del corpo al lungo viaggio, il cuscino dipinto con eccezionale tecnica da farlo credere di seta, il livido colore della morte sul volto e sul corpo del Gesù, un pallore che poi Raffaello userà e estenderà anche sul volto affranto della Madonna nella sua stupenda Deposizione, il Cristo assolutamente morto, gli occhi chiusi, le labbra quasi serene, il corpo totalmente abbandonato dalla sofferenza, fanno si che questa opera, oltre alla visione prospettica sopra detta, raggiunga il più alto livello della pittura e del naturalismo.
Un’opera a cui il cinema molto spesso si è avvicinato usandone proprio l’intera rappresentazione prospettica, come il corpo del marinaio morto nel famoso film “La corazzata Potemkin” di Sergej Ejzenstejn, oppure Pier Paolo Pasolini che la usa per la rappresentazione della morte del ragazzo in carcere del famoso film “Mamma Roma” o Federico Fellini in Satyricon o la più famosa scena del cadavere dell’astronauta Bowman in “Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Andrea Mantegna – Cristo Morto ( Pinacoteca di Brera, Milano)

lunedì 22 aprile 2024

ORAZIO GENTILESCHI E GIOVANNI LANFRANCO - SANTA CECILIA E UN ANGELO


Difficilmente decido quale opera d’arte commentare, perché mi piace che la cosa nasca spontanea, d’impulso, che avvenga quando ne sento il desiderio, ed ecco spiegato il motivo non sempre sono continuativo su questa pagina, della quale colgo l’occasione per ringraziarvi tutti quanto per la fiducia e l’apprezzamento che mi offrite. Ed è proprio nata così la voglia di presentarvi questo dipinto che mi ha attirato particolarmente mentre sfogliavo il catalogo della National Gallery of Art di Washington, un dipinto che all’ammirarlo incute tanta dolcezza e musicalità d’animo.
Rappresenta la Santa Cecilia mentre sta suonando un organo portativo, e di per se questo quadro potrebbe apparire come una rappresentazione di una comune scena di vita quotidiana, ma è arricchito e rifinito dalla presenza del bellissimo angelo che sorregge uno spartito che fa così diventare la rappresentazione di carattere religioso.
Il quadro è di Orazio Gentileschi, del 1617, che lo eseguì in parte, in quanto fu richiamato a Genova, di sua maniera sono le teste e i busti e questa Santa Cecilia differisce da una sua omonima versione Perugina, in quanto non presenta l’attributo caratteristico della ghirlanda di rose sul capo.
Questa è rappresentata con un’accurata acconciatura che si rifà alla moda del tempo, ovvero con trecce riportate, mentre il volto è il tipico volto femminile amato dal Maestro che ritroviamo in molte delle sue opere, e in questo caso l’espressione ha una notevole forza di trasporto spirituale tendente proprio all’estasi.
Il delicato angelo, da memorie fanciullesche, è sicuramente un apporto di origine caravaggesca di cui il Gentileschi ne era affascinato come poi in seguito la più famosa figlia Artemisia, un angelo che sorregge lo spartito ammirando con aria delicata e innocente l’esecutrice.
La rappresentazione della Santa Cecilia è sempre stata accomunata a qualche simbolo musicale in quanto ritenuta protettrice di questa arte, e in questo caso il Maestro le ha conferito la capacità di suonare un organo portativo, mettendo in risalto le sue lunghe e affusolate dita che fin dai tempi del medioevo sono simbolo di spiritualità.
L’opera fu portata a termine alcuni anni dopo, precisamente nel 1621, da Giovanni Lanfranco.

Roberto Busembai (errebi)
Orazio Gentileschi e Giovanni Lanfranco – Santa Cecilia e un Angelo ( National Gallery of Art di Washington)

martedì 26 marzo 2024

LORENZO LOTTO - CRISTO PORTACROCE


E’ indubbio, sia per i credenti cristiani sia per i non, che l’anticipo della Pasqua abbia assunto sempre più un valore più umanistico che spirituale, c’è un forte bisogno di pace vera, sicura, certa, una pace sentita dal profondo di ogni animo, una pace che non conosca diversità o etnia, stato e/o addirittura politica, una grido unanime lanciato dall’uomo in generale, l’uomo quell’unico animale che in quanto possessore d’intelligenza, non riesca con questa ad usarla per un suo universale beneficio. Premesso tutto questo oggi voglio perciò proporvi questa opera, certamente con soggetto religioso, ma che comunque parla e urla anche a coloro che non lo sono, perché la rappresentazione tutta è volta a chiedere da parte di un Supremo, un aiuto non divino ma terreno, un aiuto per le sofferenze patite e per gli affronti subiti da chi, umano come noi spettatori ha osato senza pietà alcuna.

Era il 1980 quando una congregazione di un convento di suore in Provenza, per poter usufruire di un poco di moneta da usare anche per i poveri, decisero di fare “pulizia” di tutto quello che era ammassato e non usato negli anni precedenti, diciamo che fecero pulizia delle soffitte, e in questo “rinnovamento” c’era anche un quadro, di notevole bellezza, ma definito come tanti, una crosta.
Comunque riuscirono a ricavare qualche migliaio di Franchi  vendendo il tutto a un antiquario.
Quest’ultimo però nel ripulire la tela si accorse che era firmato e così lo portò all’allora storico d’arte  francese André Castel che riconobbe subito in questo un capolavoro dei Lorenzo Lotto ovvero il “Cristo portacroce” datato 1526.
Il quadro venne poi acquistato dal Louvre per la “modica” cifra di tre milioni e mezzo di Franchi, e le suore venute a conoscenza di ciò cercarono di rientrare in possesso di quel quadro “bistrattato” ma ogni causa contro il museo fu assolutamente invana.




Il quadro pare fosse realizzato per una destinazione privata, un evidente soggetto devozionale riguardante un preciso momento della Passione di Cristo, soprattutto per mettere volutamente in risalto la sofferenza del Cristo per poter così suscitare in chi lo avesse ammirato, una sorta di mistica meditazione, e per far si che tale processo avvenisse istantaneo e immediato, il Lotto ha usato di proposito le dimensioni ridotte e messo in assoluto primo piano il volto del Cristo, creando al contempo quel senso di peso che lo stesso Gesù prova nel trascinare quella croce al suo pulpito.
E’ un grido quel volto, è una supplica, è un aiuto che il Divino chiede all’umanità e se poi pensiamo che la rappresentazione è rivolta al momento in cui si parla nelle scritture, quando Cristo ormai allo stremo cade con la croce durante il trasporto verso il Calvario, e i suoi aguzzini mentre infieriscono colpendolo e tirandogli i capelli nel tentativo di spronarlo a rialzarsi, chiedono all’umano Simone di Cirene detto il Cireneo di addossarsi il peso della croce, in quanto c’è bisogno di accelerare il processo di crocifissione, bisogna porre fine a tutto questo il prima possibile.
Per il Lotto noi siamo il Cireneo, il Messia con tutta la sua umiltà terrena ci chiede di sostenere quella Croce, ci chiede di essere magnanimi e di comprendere.
Il dolore del Messia è intenso, le stesse copiose lacrime lo testimoniano, e le evidenti ferite causategli dalla corona di spine ne sono la profonda e dettagliata testimonianza , le mani del Cristo sono quasi diafane in contrapposizione a quelle dei suoi carnefici, scure e chiuse, che imprimono e testimoniano la violenza e la bruttura. 
E il Lotto sorprende ancora con la particolarità stessa della firma, a confermare la sua abitudine che pone sempre la firma in un determinato posto tale da essere parte integrante della rappresentazione stessa, qui la pone sul braccio della croce ma in senso inverso, ovvero chi guarda il quadro la vede rovesciata onde per cui per poterla vedere giustamente, si dovrebbe rovesciare il dipinto stesso. Ed è proprio questo voluto movimento che pone il Lotto e al contempo noi stessi in un atto di pietà, in quanto attraverso la sua firma a rovescio egli e noi di riflesso, siamo un poco come San Pietro che imitò il Cristo facendosi crocifiggere ma a testa in giù.
Un quadro da una forza esteriore potente e che arriva subito al cuore, un quadro che pur nella sua forte manifestazione di dolore e pena grida pace.
Buona Pasqua amici carissimi.

Roberto Busembai (errebi)

Immagine web: Lorenzo Lotto – Cristo portacroce e dettaglio dello stesso

lunedì 2 ottobre 2023

CIMA DA CONEGLIANO - MADONNA COL BAMBINO FRA I SANTI MICHELE ARCANGELO E ANDREA APOSTOLO


E' sempre un compito difficile attribuire un'opera d'arte antica a un determinato Maestro, e spesso ci sono pure pareri discordi e accurate e stancanti ricerche a volte non bastano a delineare precisamente a chi appartiene. Ci sono esperti d'indubbia capacità conoscitiva e culturalmente e artisticamente esperti in materia, ma nei tempi lontani, quando i grandi nomi, come quelli del periodo Rinascimentale e anche prima e dopo, che si trovavano a dipingere per specifici committenti ma spesso e talvolta imposto, non firmavano assolutamente le loro opere, ci si basava dalle notule di pagamento, anche se queste non bastavano a identificare l'opera d'arte in questione se non invece il pittore. Ho fatto questa premessa per far capire quanto ancora oggi, nonostante l'avanzata tecnologia, ci troviamo a dover comprendere una determinata opera d'arte magari attribuita a un altro Maestro. E' il caso di questa tavola del 1500 che all'origine era collocata nella chiesa francescana dell'Annunciata a Conegliano e ritenuta dai semplici frati un'opera del grande Durer che per un certo periodo aveva attraversato l'Italia. Poi i tempi passavano e altrettanti studiosi e critici ribattezzarono l'opera addirittura a Leonardo da Vinci per un'inscrizione “apocrifa” che riportava queste parole “Leonardo Vinci fece 1492”, un'iscrizione adesso del tutto illeggibile.

Ma nel 1834 quando questa Pala entrò nella Galleria Nazionale di Parma, la critica tutta fu concorde nello stabilire la vera mano pittorica in Cima da Conegliano (Giovan Battista Cima).

La pala rappresenta la Madonna con il Bambino e i due santi Michele Arcangelo e Andrea Apostolo, inseriti in un contesto scenico “libero” ovvero senza le rigorose simmetrie Belliniane a cui erano in uso in quel periodo. E' un opera questa di età matura del Cima, che denota la sua sottigliezza e capacità nella descrizione, basti notare la minuziosità e precisione nel primo piano in basso dei pezzi delle rovine del tempio, le piante e i fiori che risultano ben delineati. L'architettura rimasta e ben dettagliata è sita alla destra della pala offrendo così alla scena un ampio spazio e “aria” nuova ai personaggi arrivando a intravvedere in lontananza un borgo, Conegliano Veneto, che forse era stato dipinto quasi a volerne apporre la sua firma.

Incantevole e assolutamente originale e delizioso il Bambino seduto sul basamento della costruzione con un'espressione alquanto decisa e quasi consapevole della sua “entità”.

Il gioco della luce sui colori dei vari indumenti e le marcate ombreggiature delineano una rappresentazione in cui ogni soggetto e ogni oggetto venga osservato, ammirato.

Il Maestro Giovan Battista Cima, nato appunto a Conegliano Veneto nel 1460, evolse la sua maggiore produttività artistica traVenezia, dove aprì una sua bottega, e l'Emilia, e il suo stile pittorico molto raffinato induce a ritenerlo un primario allievo di Giovanni Bellini, la sua produzione è soprattutto indirizzata verso raffigurazioni di immagini sacre come la “Madonna col Bambino” presente a Cardiff o la “Sacra Conversazione” sita a Washington.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Cima da Conegliano – Madonna col Bambino fra i santi Michele Arcangelo e Andrea Apostolo

domenica 9 luglio 2023

IO E IL MARE


“Dicono che i bambini come me, che ho quasi 7 anni e mezzo, non sanno pensare, ma vivono con ….non mi viene quel nome che dicono, è un qualche cosa comunque che loro affermano che noi possediamo e con essa ci perdiamo a giocare e vivere, ….ma come si chiama? ….aspetta mio padre spesso mi dice: ..- Te hai troppa.... -FANTASIA! - ecco quella cosa li.

Io non lo so cosa sia questa fantasia, a me pare di non averla proprio questa cosa appiccicata addosso, io l'ho chiesto anche al mio amico Spiderman, sai quello che riesce a saltare da un grattacielo all'altro con il lancio di una ragnatela che lo sostiene e che non si stacca mai, ma anche lui non mi ha saputo rispondere, anzi lui pensa proprio che sia una cosa che si inventano i grandi per tenerci calmi e per rispondere con quella alle troppe domande che noi facciamo.

Io non ho domande da fare, sono qui davanti a questa immensità di acqua che tutti chiamano mare perchè dentro c'è il sale, si quello che mamma usa per cucinare, e qui sinceramente non riesco a capire perchè ce ne sia così tanto che non è acqua per cuocere gli spaghetti, comunque è bello e non trova mai riposo, è anche dispettoso questo mare, pare che mi voglia abbracciare e poi una volta che mi sfiora scappa via e ritorna indietro.

Il mio amico, ormai lo conoscete è sempre quello, Spiderman, ha paura dell'acqua perchè dice che l'acqua di mare gli rovina il vestito rosso che indossa, sempre per colpa del sale, io invece a volte mi piace entrarci dentro anche se le onde mi spingono un poco troppo e a volte devo faticare per stare in piedi, ho un pochettino di paura ma non voglio farlo vedere a mio padre perchè dopo mi dice che sono un “fifone”.

Nel mare ci sono tante cose che ho visto su internet, pesci colorati, conchiglie giganti, alghe che non sono brutte come quelle che spesso galleggiano e si posano sulla riva e mi si appiccicano ai piedi e alle gambe. Io una volta l'ho visto un pesce qui vicino alla riva, era un bel pesce grosso, ma non era di quelli colorati come si vedono nelle fotografie, forse i colori li avrà rovinati il sale come al vestito del mio amico.

A me piacerebbe navigare, essere come quella barca che vedo in lontananza, con la vela bianca e che si fa spingere dalle onde e dal vento, mi piacerebbe perchè per prima cosa vorrei scoprire cosa c'è dopo quella riga netta che separa il mare dal cielo, quel punto preciso dove stasera, come tante altre sere, vedrò il sole che va a nascondersi, mamma dice che non si nasconde ma porta la stessa luce ad altri bambini in un'altra parte del mondo, e allora penso che vorrei andare proprio con la barca a trovare quei bambini così potremmo giocare insieme e io avrei sempre giorno e non dormirei mai, che bello sarebbe....ma Spiderman dice che non si può fare perchè il mondo è troppo grande e che al sole non si può comandare, e se lo dice lui che è un supereroe!

Per seconda cosa poi vorrei essere su quella barca solo per il divertimento di poter galleggiare mentre le onde mi cullano quasi a farmi addormentare. A volte l'ho fatto quello di dormire mentre mi galleggio sulle onde, con il materassino di gomma, ma ho sempre mamma o papà che mi stanno vicini altrimenti mi rovescio e dopo affogo! Io non so ancora nuotare ma un giorno, ho già deciso con il mio amico, decidiamo di andare da un maestro dell'acqua e ce lo facciamo insegnare, Spiderman ha detto che si comprerà un costume rosso con le righe nere....e io mi farò delle belle risate a vederlo così conciato, e gli l'ho detto pure........non mi ha parlato più per ben tre giorni!

Beh sai che ti dico mare, io mi sarei anche stancato, sei bello e sei grande però ancora non mi hai reso la seconda pallina che mi serve per giocare a racchette, che aspetti? Sei proprio dispettoso! Ti prego sono con maglietta e cappellino, non posso bagnarmi altrimenti me li scoloro, me la vuoi riportare la mia pallina con la quale ti stai divertendo a passarla da un'onda a un'altra?, dai per favore altrimenti tra poco mi sento chiamare da mamma che vuole esca da te!.......

Quando sarò grande vedrai caro mare se non ti vengo a comandare, io con il mio amico, vedrai vedrai! Ah eccola la mia pallina.......grazie mare e non ascoltare quello che ti ho detto prima, era tanto per dire, per metterti paura, io ti voglio troppo bene , sei bellissimo ….ma non tenerti, senza chiedermelo, le mie palline!


Roberto Busembai (errebi)


Photo del mio amico fotografo Ciacci Marcello