lunedì 26 luglio 2021

SANDRO BOTTICELLI - VORAGINE INFERNALE


Per rimanere nel grande tema letterario di questo anno, dedicato a Dante, e spostandolo nel mondo dell'arte pittorica mi viene da nominare un grande Maestro del Rinascimento che si accostò con devozione e lena a rappresentare con sua mano i sorprendenti canti della “Divina Commedia”.

Intorno alla fine del quattrocento su commissione di Lorenzo di Pier Francesco de' Medici, cugino del più noto Lorenzo il Magnifico, Sandro Botticelli si dedica alla stesura pittorica e di disegno dei canti della Divina Commedia di Dante, un manoscritto su cartapecora (come è attestato nell'Anonimo Gaddiano o Anonimo Magliabechiano che si trova presso la Biblioteca Nazionale di Firenze) che era stato ideato per una consultazione dal basso verso l'alto, ovvero dall'Inferno fino ad arrivare al Paradiso, seguendo appunto il lungo percorso ideato dall'Alighieri.

Il Vasari invece si pronuncia diversamente a riguardo: “Per essere persona sofistica comentò una parte di Dante, e figurò lo Inferno e lo mise in stampa, dietro il quale consumò dimolto tempo; per il che non lavorando, fu cagione di infiniti disordini alla vita sua”.

Ma il Vasari certamente si riferisce a un'altra serie a cui il Maestro Botticelli si dedicò, quella che le sue immagini accompagnarono un'edizione pubblicata da Niccolò della Magna, un acerrimo sostenitore del Dante e di queste rimangono solo diciannove incisioni da Botticelli e eseguite da Baccio Baldini, e che, come asseriva il Vasari, riguardano soltanto l'Inferno.

Della grande opera invece di cui vogliamo occuparci, purtroppo ne sono rimasti soltanto 92 disegni e si trovano il Kupferstichkabinett di Berlino e la Biblioteca Apostolica Vaticana.

L'opera era così suddivisa: il testo di ogni canto doveva essere contenuto in una sola pagina, scritto con orientamento orizzontale, a penna e inchiostro, la lettera iniziale era assente in quanto avrebbe dovuto essere miniata e la stessa cosa per il primo verso, perchè avrebbe dovuto essere scritto a caratteri colorati, il calligrafo allora incaricato fu Nicola Mangona, uno dei più ambiti e rinomati nella Firenze quattrocentesca.

Non sappiamo se il Botticelli abbia curato anche la stesura del colore, ma i disegni gli appartengono tutti e sono realizzati a punta d'argento ripassati a penna, in fogli distinti e pensati come uniti tra loro.

Sono opere meravigliose in cui il Botticelli punta l'attenzione proprio sul viaggio espressamente metafisico, non tanto fisico, di Dante e lo realizza appunto rappresentando, in ogni canto, non soltanto l'episodio specifico di cui si tratta, ma riproducendo il protagonista (l'Alighieri) più volte e in diverse espressioni e mutamenti ( Dante è sempre comunque rappresentato con il manto rosso mentre la sua guida Virgilio con il manto blu).

Botticelli nelle rappresentazioni dei canti dell'Inferno raffigurerà con potente incisione lo strazio e l'atrocità del luogo, i disegni saranno carichi di personaggi ma nessuno emergerà o sarà protagonista come invece lo notiamo nell'intenzione letteraria di Dante. Botticelli non si interessa tanto a dover fare un'opera d'arte, ma a sottolineare l'essenza dei luoghi e del loro significato morale e interiore.

A differenza dei disegni dell'inferno in cui dai tanti personaggi e rappresentazioni pare non esista lo spazio, con il Purgatorio si inizia a creare un grande spazio vuoto nelle inquadrature raggiungendo la quasi totalità “vuota e celestiale” nel Paradiso.

Il disegno che propongo è praticamente il frontespizio del manoscritto ed è l'unica miniatura terminata e rappresenta la Voragine infernale dovuta alla caduta dal Paradiso del Diavolo Lucifero.

E' un disegno altamente colorato, esso copre totalmente la prima pagina e nel suo verso vi è il disegno del Canto I. Per Dante, l'Inferno è una struttura a imbuto, che partendo dalla grande estensione in alto (la terra) va sempre più a chiudersi in basso( il centro della terra). Alla base di esso , in alto, è racchiuso in una volta su cui sorge Gerusalemme da cui partono nove cerchi e poi a seguire altri che tendono a stringersi man mano che raggiungono l'estremità inferiore, e i peccatori espiano le loro offese in diversi ambienti, e colui che ha la colpa più grande troverà la sua prigione sempre più in basso. Botticelli illustra una sezione verticale del cono e i cerchi hanno l'aspetto di strati orizzontali sovrapposti dove risiedono gruppi di piccole figure. Il Maestro ne fa un'esecuzione molto accurata e come possiamo notare, e già ribadito, è preoccupato più a dare una visione comprensibile delle regioni infernali, che di farne una eccellente concezione artistica. Naturalmente l'ultimo cerchio è così piccolo dato il forte restringimento, che era impossibile darne una rappresentazione ben distinta, per cui il Maestro opta per una riproduzione su scala in fondo al foglio, come un disegno supplementare. Per risaltare le figure rappresentate il Botticelli dipinge la struttura e le rocce di un tono marrone e giallo così da contrapporre le figure in tinte molto chiare, il tutto contornato di un bordo di foglio d'oro pallido.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web : Sandro Botticelli – Voragine infernale

martedì 20 luglio 2021

GIOVANNI FATTORI - BOVI AL CARRO


C'è un forte bisogno di aria pura, panorami spaziosi, vita semplice e naturale e riposo mentale, c'è un forte bisogno di riprendere le redini di una vita che corre come un cavallo impazzito che non ha limiti alcuni da cadere imbizzarrito in un lungo precipizio infinito. E in questo bisogno solo l'arte ci può risollevare e magari illuderci un attimo di poter di nuovo respirare.

Questa premessa così attuale e così vera mi è servita per indurvi ad ammirare e gustare uno dei tanti quadri del capostipite dei “Macchiaioli”, Giovanni Fattori e il suo “Bovi al carro” del 1867

Fattori era un appassionato e accorato amante della vita campestre, del mondo così genuino e semplice, sia per la natura che liberamente offriva i suoi incanti e sia per i personaggi, i contadini che svolgevano con ossequiosa gratitudine uno dei lavori più faticosi e sacrificanti del tempo.

Il maestro viene quasi colpito da questo realismo nelle sue tinte, nelle sue opere ne trasmette tutto il calore e l'amore che ne prova, e lo fa con “chiazze”, con “macchie”, una personale rivoluzione su un “impressionismo” che tanto era in voga in quel'800.

Con un veloce tocco di pennello, Fattori imprime la “realtà” che vive e di cui è impressionato, e in questo tocco non importa il dettaglio, sia lui che noi sappiamo com'è fatto un carro, i buoi, basta un colore, una tonalità giusta, una luce calda e la nostra memoria visiva si espande con la memoria e l'immaginazione ed ecco che guardando questo quadro, sentiamo le ruote del carro e proviamo il peso dei buoi a trascinarlo, l'attimo quasi di riposo del contadino seduto in cassetta, ma soprattutto godiamo di quel fantastico paesaggio naturale che ogni giorno ci è donato, un paesaggio, la Maremma” amato e goduto dal Maestro.

Tuffiamoci in queste opere così “pulite” da inquinamenti sociali e industriali, e libriamo i nostri pensieri a un mondo che “purtroppo” non esiste quasi più e del quale invece, proprio adesso, ne avremmo tanto di bisogno.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Giovanni Fattori – Bovi al carro

mercoledì 14 luglio 2021

LE QUATTRO RAGAZZE WIESELBERGER - FAUSTA CIALENTE


Alle soglie di un nuovo successo per un premio ambitissimo, “Strega”, vorrei menzionare il premio del 1976, quando una ormai quasi dimenticata, Fausta Cialente (censurata dal potere fascista per il suo romanzo d'esordio Natalia, pubblicato in Italia dopo la guerra), stravinse con il suo romanzo biografico “Le quattro ragazze Wieselberger”.

E' un romanzo ambientato ai primi del '900 in una città non ancora italiana, Trieste, dove in una famiglia borghese nascono successivamente quattro ragazze, Alice ,Alba, Adele e Elsa , quest'ultima a differenza delle altre non ha il nome che inizia per la “a” ma è l'unica di cui sappiamo il motivo del suo nome, infatti è voluto dal proprio padre in onore all'eroina dell'opera Lohengrin di di Richard Wagner a cui il signor Wieselberger era intervenuto alla “prima” e in quanto maestro di musica ne era rimasto affascinato.

La narrazione si dipana sulla vita giornaliera di questa famiglia, soprattutto sulle quattro signorine, ma si svilupperà poi soprattutto su Elsa ( che sarebbe la madre dell'autrice) attraverso quattro generazioni e dove la Cialente sottolineerà quel qualcosa che la classe borghese pare cieca , un odio (che pare quello attuale) pervade e si intrufola subdolamente nella Trieste. Una vera forma di razzismo (che non è poi tanto dissimile da quello odierno),verso i “diversi” che non sono tali soltanto per razza, religione, civiltà o sesso ma soltanto per provenire da città differenti.

E' un romanzo che inonda sia musicalmente che socialmente, e che ci presenta anche personaggi del periodo che sono poi abituali e comuni “amici” di famiglia come Puccini, Verdi, Boito, e un certo industriale di vernici sottomarine, Ettore Schmitz, non ancora conosciuto Italo Svevo.

Un occhio attento e deciso da parte della scrittrice anche sulla condizione della donna, che è spesso costretta a rinunciare ad una carriera per un matrimonio , matrimonio che poi per il nome e rispetto dei figli, sempre la donna, dovrà tenere insieme, pur sapendo delle gesta alquanto libertine dei propri mariti.

Un libro per me assolutamente moderno, attuale e interessante.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web : Copertina del libro

sabato 26 giugno 2021

UNA APP "FABULOSA"


Per gli amanti di Favole e Fiabe eccovi un'APP che velocizza le storie.

E' una semplice applicazione in cui si inseriscono i personaggi principali e questa elabora la storia........beh non funziona perfettamente perchè fa un poco di confusione.....MA E' SIMPATICA.


UNA PROVA?


CAPPUCCETTO ROSSO: Nonna, Cappuccetto rosso, Lupo, Cacciatore


Una Nonna vagava per il bosco in fare molto arrabbiato,

si seppe che la torta che aveva mangiato

non era poi così buona come gli aveva promesso

Cappuccetto Rosso, quando incontrò un Lupo che

gli chiese dove fosse nascosto il Cacciatore.

La nonna rispose che non lo sapeva

ma gli disse anche che se trovava

Cappuccetto Rosso

che se lo mangiasse pure

sicuramente sarebbe stato più saporito della torta.


CENERENTOLA: Le Sorellastre, Cenerentola, La zucca gigante, La scarpetta di vetro, Il principe


C'era una volta una scarpetta di vetro

che non voleva stare nel piede di nessuna,

il principe deluso perdeva ogni speranza

trovare la principessa adatta era un'impresa,

ma un giorno una Zucca gigante un poco boriosa

credendosi una carrozza

impose alla povera Cenerentola

di salirvi sopra,

mentre di sotto le sorellastre

mangiavano fagioli dalla rabbia.

Passò per caso il principe

con la scarpetta di vetro,

quando fece per indossarla

al piede di Cenerentola,

gli cadde e si frantumò.

La Zucca divenne zucchino

il principe ranocchio

e Cenerentola fuggì arrabbiata

con lo scrittore (oggi si direbbe regista fosse un film).


LA CICALA E LA FORMICA : Una Cicala, Una formica


“ Cantami o diva

del pelide....ma questa è un'altra storia,

comunque o Cicala

mi canti qualche cosa

che mi faccia compagnia?”

Chiedeva a squarciagola la formica

che sbuffando trasportava i semi.

Rispose la Cicala assai impuntita:

“ O formichina mica sono Pavarotti

che cantava sempre e con tutti,

io canto quando ne ho voglia

e se ne sento il placido bisogno,

se vuoi allietare il tuo gramo lavoro,

comprati un IPOD e un paio di cuffiette,

vedrai con quanta lena camminerai

con quelle musiche scelte!”.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web


venerdì 21 maggio 2021

POGGIO BRACCIOLINI - IL GALLO E LA VOLPE


Poggio Bracciolini fu un esimio esponente dell'Umanesimo, Aretino di nascita ebbe prestigiosissimi incarichi sia nella curia romana e poi all'interno del comune di Firenze, fu scopritore di grandi e importanti scritti antichi nelle biblioteche d'Europa e dette un forte risalto alla conoscenza e alla rivalutazione dei classici quali Cicerone, Quintilino ecc., scrisse molte opere in latino e le famose “Facezie”, una raccolta di racconti talvolta comici.

Da uno di questi racconti ne ho fatto una mia libera interpretazione e si intitola “Il gallo e la volpe”.


IL GALLO E LA VOLPE


Ben sappiamo come le volpi siano sempre affamate ma al tempo stesso dotate di una proverbiale furbizia, e sappiamo anche che le loro prede preferite sono le “sciocche”galline.

Un giorno una di queste volpi, si aggirava per la campagna con una fame esagerata e nella sua ricerca affannosa di trovare una preda, rimaneva sempre digiuna per l'assenza di un buon bocconcino, quando ad un tratto notò al di sopra di un albero, ad un'altezza per lei irraggiungibile, un gallo con al suo seguito un cospicuo numero di galline che eseguivano le sue indicazioni.

La volpe allora si avvicinò al di sotto del gallo e dopo averlo salutato con la dovuta e esagerata cortesia, gli domandò con la più assoluta innocenza:

“ Buon gallo, ma cosa state facendo lassù molto in alto? Non avete saputo delle novità che riguardano noi tutti? Non sapete delle positive notizie che ci interessano?”.

“ Io non ho sentito niente e non ho saputo di queste notizie” rispose il gallo e proseguì “Ditemele voi allora, sono tutto orecchi!”

“ Oh certamente...” rispose la volpe “ son giunta appositamente qui da voi per farvene conoscenza e per dividerne con voi l'immensa gioia. Giorni or sono si è tenuto un convegno tra tutte le specie animali ed hanno stabilito che fosse indetta una pace perenne tra tutti gli esseri viventi.

Da questo perciò non esisteranno più timori, svaniranno gli inganni e le violenze e tutti potremo vivere in armonia e assoluta pace con la libertà di muoversi senza alcuna paura, ed è per questo che vi incito a scendere da lassù, carissimo mio amico gallo, con tutte le vostre galline, per poter così festeggiare questo evento insieme.”

Ma il gallo non era poi così tanto scemo, aveva ben capito il furbo tentativo della volpe, e rispose:

“ La vostra notizia è davvero soprendente e mi rende alquanto felice ...” e mentre parlava allungava il collo e guardava lontano, dando ad intendere alla volpe che era interessato a guardare qualche cosa.

“Ma cosa state guardando così da distrarvi completamente?” Chiese la volpe

“Due cani...” rispose il gallo “ due ferocissimi cani si stanno avvicinando a noi, sono due cani dalla fauci aperte e molto ringhiosi, corrono verso la nostra direzione...”

“Beh allora vi saluto, sarà bene che fugga prima che ci raggiungano” prese a dire la volpe che già iniziava ad allontanarsi.

“ Ma che paura avete, perchè scappate? Dal momento, come avete detto prima voi, che si è stabilita la pace, non dovete avere timore alcuno.” Quasi divertito, diceva il gallo.

Ma la volpe che non stava più sulla pelle dalla furia di scappare rispose:

“Non sono poi tanto sicura che questi cani siano informati della normativa!” E fuggì via con la velocità di un fulmine.

Questo è quello che accade a chi vuol ingannare e invece rimane ingannato.


Mia libera interpretazione del “Il gallo e la volpe” da le Facezie di Poggio Bracciolini


Roberto Busembai (errebi)


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venerdì 14 maggio 2021

LEONARDO DA VINCI - IL GIGANTE


Vi voglio raccontare una novella, diciamo una favola o se vogliamo anche una leggenda, che il grande Leonardo da Vinci scrisse tra le tante dedicandola a un suo conoscente, Benedetto Dei, un fantomatico personaggio alla corte di Lorenzo de Medici, che il genio incontrò quando risiedeva alla corte di Lodovico il Moro.

Questa che vi racconto è una mia libera interpretazione e soprattutto è presa come esempio e rappresentazione a un GIGANTE che noi da un anno e poco più purtroppo conosciamo e pare che sia stata scritta proprio pari pari ai fatti e agli avvenimenti che tutti ancora combattiamo.


IL GIGANTE


Nel mese di giugno ( io apporto la modifica personale e scrivo Marzo) apparve un gigante che veniva dalla Libia ( io penserei dai paesi dell'Est) e che pare avesse già combattuto con gli Arabi, i Persiani e altri popoli lontani, era un gigante che non si sa bene da dove fosse nato, che si nutriva di genti e di persone, la sua faccia era orribile e faceva paura a guardarla, gli occhi erano rossi infuocati che solo Lucifero potrebbe eguagliare, il naso arricciato e ogni suo passo fa tremar la terra, era mastodontico e enorme tanto che un uomo a cavallo a malapena gli arrivava al dorso del piede. Dunque in quel mese di marzo iniziò arrabbiato e furioso a farsi strada con i piedi, scaraventando a calci gli uomini per aria, i quali poverini, ricadevano violentemente a terra come chicchi di grandine e morivano. Altri magari morti dalla paura, ricadendo su alcuni rimasti vivi a loro volta arrecavano morte, e si alzò così un polverone enorme , tanto che fece smettere dell'agitare delle gambe al gigante.

Chi era rimasto vivo se la dette a gambe levate perchè ogni loro tentativo di abbattere quella furia, era inutile e assolutamente vana. Poveri uomini, le loro fortezze non servono più a nulla, le alte mura, le città, i palazzi e le case non erano più riparo, allora non restava che nascondersi nelle buche e nelle caverne sotterranee, perchè solo sotto terra vi poteva essere salvezza e scampo.

Quante morti, quanti padri e madri perduti e quanti figli, e quanti cari ognuno ebbe a lasciare, che da che mondo è mondo mai si era visto tanto lamento universale!

Ma il gigante all'improvviso sdrucciolò sulla terra ormai piena di sangue e cadde sconquassando la terra da crearne un terremoto e dalla grande botta che prese, rimase disteso e tramortito così che il popolo credendolo sconfitto, gli corse addosso in massa, proprio come fanno le formiche quando scorrono con furia su un rovere caduto, e nella corsa cercavano di ferire quelle forti membra.

Il gigante però riprese i sensi, forse stimolato anche da quelle insistenti “punture”, quindi appoggiandosi sulle mani, sollevò la testa e passando, poi, una mano, tra i capelli, la trovò piena di uomini appiccicati, proprio come i pidocchi, perciò scosse l'enorme testa e tanti furono scaraventati in aria e di nuovo tanti trovarono la morte e altri ancora che erano rimasti a terra, venivano da questi colpiti come proiettili e altri ancora venivano calpestati da chi tentava di scappare.

(La finale del racconto ve la riporto uguale a quella di Leonardo perchè non v'è altro modo che dirla come lui l'ha saputa dire.)

Ma tenendosi aggrappati ai capelli, e cercando di nascondersi, i superstiti facevano come i marinai nella tempesta, quando corrono su per le corde per abbassar la vela a poco vento.


Mio personale riadattamento alla Lettera a Benedetto Dei, Il Gigante, di Leonardo da Vinci.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Adriana Saviozzi Mazza