lunedì 30 maggio 2022

COSIMO ROSSELLI - ESPOSIZIONE AL POPOLO DEL MIRACOLO EUCARISTICO


Il 30 dicembre del 1230, nel complesso conventuale di Sant'Ambrogio in Firenze avvenne un famosissimo (tutt'ora ricordato) miracolo conosciuto come il Miracolo dell'Incarnazione.

Ricorreva in quella mattina la festa di San Fiorenzo e il sacerdote proposto del monastero delle monache benedettine di Sant'Ambrogio, Uguccione, portava a termine il suo esercizio nel dire messa, ma l'ormai sua veneranda età gli causò un'innocente distrazione, infatti non asciugò bene, come solitamente viene fatto, il calice, per cui alcune gocce di vino consacrato vi rimasero esposte. L'indomani, per il consueto rito mattiniero della messa, riprendendo il calice vi trovò meravigliosamente del sangue rappreso.

Naturalmente il vescovo di Firenze di quel tempo volle il famoso calice e comunque dopo un anno ( proprio il 7 Dicembre 1231 per la festività di Sant'Ambrogio) con una solenne processione e con la partecipazione devota di tutta la popolazione, il calice venne riposto nella chiesa dove anche oggi risiede.

A testimonianza di tutto ciò fu commissionato (intorno al 1486) un sorprendente affresco al Maestro Cosimo Rosselli, affresco denominato Esposizione al Popolo del Miracolo Eucaristico e che si trova proprio nella cappella del Miracolo , anche se diversi storici ne danno una diversa interpretazione, credendolo eseguito proprio per ricordare una processione indetta nel 1340 in occasione della pestilenza che afflisse Firenze e il calice fu “usato” dal vescovo Francesco Silvestri di Cigoli, proprio per “rimedio a sì grande male”, portando la reliquia in processione. Qualunque sia l'interpretazione, è presente comunque la documentazione scritta del lavoro del Rosselli e della sua richiesta per tale affresco “che à dipinto per l'adornezza del Miracholo.....e che debba avere fiorini centocinquantacinque larghi d'oro in oro.....7 Aghosto 1486”.


L'affresco è ritenuto il capolavoro del Rosselli (lo stesso Vasari ne fa menzione e lode) anche per la sua devozione ai particolarissimi dettagli, come il paesaggio in lontananza che si ritiene sia presumibilmente Fiesole, la donna che stende i panni e persino il gatto che caccia un piccione sul cornicione della finestra. Ma oltre i dettagli è importante la sua fedele rappresentazione sia degli edifici che delle persone. Da notare per esempio la cura delle vesti ma anche dei copricapi delle signore che indossano quasi tutte delle bionde parrucche in quanto al tempo la moda le richiedeva per apparire più belle. La scena principale, sulla destra, in corrispondenza della facciata della chiesa di Sant'Ambrogio, un vescovo espone il calice circondato da preti e suore tra cui la stessa committente sopra citata, la badessa. Vi sono poi gruppi di persone e sono tutti personaggi realmente esistiti come in quel gruppo al centro, in primo piano, a cui vengono attribuiti i nomi di tre umanisti: Marsilio Ficino, Giovanni Pico della Mirandola e Agnolo Poliziano. L'uomo sulla sinistra che guarda verso noi spettatori pare che sia proprio l'autoritratto del Rosselli.

La rappresentazione così fedele e veritiera che il Rosselli ha effettuato fa si che ancor oggi è riconoscibile (in quanto nel tempo non ha subito eccessive alterazioni strutturali) la chiesa di Sant'Ambrogio.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Cosimo Rosselli – Affresco dell'Esposizione al popolo del Miracolo Eucaristico – Cappella del Miracolo - Chiesa di Sant'Ambrogio (Firenze).

mercoledì 18 maggio 2022

TOMMASO DI STEFANO DETTO IL GIOTTINO - PIETA' DI SAN REMIGIO


Siamo nella seconda metà del Trecento e nell'arte Giotto ha già spopolato con la sua innovazione artistica e tanti ormai sono i suoi seguaci o “imitatori” ma tra i tanti uno in particolare ha l'ambito di essere citato e nominato in quanto non solo ha cercato in pieno di riprendere gli spazi e i volumi del Giotto ma ha anticipato quel pathos descrittivo del gotico e del rinascimento stesso.

Parlo del Pittore Tommaso di Stefano, detto Giottino, che nelTrecento fu uno dei più famosi maestri fiorentini e che pure il Vasari esalta nelle sue Vite, e della sua opera più significativa e anche una delle pochissime opere pervenutaci nel tempo, La Pietà di San Remigio che è attualmente visibile alla Galleria degli Uffizi a Firenze.

E' un'opera pittorica su tavola nella quale rappresenta il tragico momento della deposizione dalla Croce e l'ultimo addio (il compianto) dei suoi congiunti e soprattutto della Madre Maria. Il Giottino prende a descrivere una certa quantità di personaggi e li colloca ognuno in posizione e atteggiamento diversi proprio per creare quel senso di spazio tridimensionale e al tempo stesso di “anticipare” la rappresentazione dei diversi sentimenti tra coloro che partecipano al compianto .

La scena è volutamente divisa in due parti ben distinte, parti che sono caratterizzate dalla grande croce nel centro, infatti nella parte destra rientrano le figure Sante, come la Madonna, la Maddalena e San Giovanni mentre nella sinistra compaiono due figure con costumi “moderni”, inginocchiate si vedono una suora e una ricca signora, comprensibile dal fastoso costume, e queste altre non sono che le committenti della tavola, benedette dalle figure di San Benedetto in vesti bianche e San Remigio in vesti vescovili in quanto la tavola stessa era destinata alla chiesa intitolata al suo nome e per tanto tempo è stata sopra l'altare maggiore. Da notare che le due figure committenti, sono le uniche che non hanno l'aureola in quanto non sante e perciò rappresentate anche in una dimensione più piccola in quanto dobbiamo fare un richiamo alla proporzione gerarchica che era tipica dello stile bizantino del Duecento e che qui comunque il Giottino lo ha a malapena evidenziato, in quanto i committenti, i signori, saranno loro che prenderanno più valore e prestigio nell'ambito sociale e vorranno sempre più essere ben rappresentati.

Per dare ulteriore luce e creare un mondo divino il Giottino ha ricoperto il fondo con foglia d'oro, così da fare apparire i personaggi come fossero fuori da ogni preciso luogo e determinato tempo.

Un'opera d'arte davvero sconvolgente se si pensa al periodo in cui venne eseguita, un'opera come abbiamo detto anticipatrice in cui il Giottino ha saputo trasmetterci tutto il dolore e il compianto dei personaggi, ha saputo magistralmente e genialmente ricondurci a un evento religioso con pacata fede e accorato sentimento.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Tommaso di Stefano detto Giottino – Pietà di San Remigio ( Galleria degli Uffizi - Firenze)

martedì 3 maggio 2022

CARLO CRIVELLI - MADONNA CON IL BAMBINO (Accademia Carrara di Bergamo)


Ci sono opere d'arte che colpiscono subito per la loro raffinatezza d'immagine e per l'accuratezza di particolari e soprattutto per l'abbinamento dei colori e delle giuste sfumature, restiamo davvero abbagliati a tante pitture già per la forma e lo stile, la precisione e il magistrale talento del Maestro, ma ci sono altrettante opere d'arte pittoriche che non basta soffermarsi a tutto questo che ho detto, ma hanno bisogno di un'eventuale e accurata lettura, insomma hanno bisogno di essere scoperte piano piano e trovare così la piena valorizzazione di un'opera che magari al momento ci appariva “bella” ma non di più.

E' il caso della Madonna con il Bambino del Maestro Carlo Crivelli, un'opera appartenente all'Accademia Carrara di Bergamo, che colpisce per la classica raffinatezza di stile del pittore e per i suoi accesi colori, a parte il manto della Madonna che nel tempo ha perso il suo splendore in quanto l'orato che gli apparteneva è andato perduto. Ma se si osserva più del dovuto non ci manca di notare una quantità di cose e oggetti che paiono quasi un'allegoria del Maestro, ovvero impiantati nel contesto del quadro magari solo per un suo capriccio o piacimento, e invece proviamo insieme ad analizzare quanto ci vuol dire con questa simbologia, quanto di più ci vuol far valorizzare quelle Sante figure rappresentate.

L'immagine della Madonna con il Bambino è posta al di la di un parapetto quasi appoggiata a una vistosa tenda rossa da cui sovrasta una grossa ghirlanda con frutta varia ma da cui spiccano due grosse e colorate mele, lo stesso frutto che il bambino Gesù stringe tra le sue piccole mani, ed è proprio questa mela il primo messaggio. La mela è il simbolo del peccato, il frutto colto da Eva e mangiato anche da Adamo, il peccato originale di cui Gesù il Redentore, incarnandosi, ne sostiene il peso, e le stesse mele nella ghirlanda marcano ancora di più questo concetto.

Un altro frutto che subito lascia perplessi e attoniti, è quel cetriolo in primissimo piano, posato sul parapetto. Anche in questo caso ha valore simbolico e molto accurato se vogliamo perchè bisogna partire dal concetto delle letture sacre, che sia l'Antico Testamento che il Nuovo Testamento per il pensiero medievale, erano volti a sostenere delle concordanze. Bisogna risalire ai fatti di Giona che dopo essere stato inghiottito dalla Balena fu rigettato fuori, vivo, dal vomito dell'animale tre giorni dopo e secondo la leggenda biblica egli si svegliò sotto alberi di zucche. I tre giorni in cui Giona ha trascorso nel buio del ventre della balena sono paragonati perciò ( per il concetto di cui sopra, di concordanza) ai fatidici tre giorni in cui il Cristo vive nell'aldilà prima della sua resurrezione.

Zucche e cetrioli essendo della stessa famiglia, cucurbitacee, nel Rinascimento erano considerati la stessa cosa, viene da se la lettura che il cetriolo altro non è che la rappresentazione simbolica dei giorni del Cristo nell'aldilà.

Il cetriolo si trova in mezzo a altre due precisi simboli, il garofano e la ciliegia, il primo appare quasi fuori luogo, in quanto è ritenuto simbolo nuziale e parrebbe quasi senza senso ma un'analisi più accurata e se vogliamo propriamente mistica ci porta a pensare alla Madonna che incoronata Regina del Cielo dopo l'Assunzione e considerata dalla Chiesa come sposa di Cristo, ecco che ritorna giusto il simbolo del garofano. La ciliegia, chiamata il frutto del Paradiso, è simbolo di virtù.

Per terminare questa lunga ricerca, volgiamo lo sguardo verso il paesaggio dietro le figure e notiamo che è totalmente diverso tra quello di sinistra a quello di destra, nel primo gli alberi sono verdi mentre nel secondo sono completamente secchi, ebbene altresì non sono che il primo il ritorno alla vita , l'Incarnazione, mentre il secondo rappresenta l'aridità , la morte di Gesù.

Molti quadri di Crivelli ( e della sua bottega) sono pieni di questi simboli e sono proprio questi che rispondono in modo esaustivo alle più svariate informazioni se vogliamo anche puramente teologiche, ma rispondono anche sulle credenze del periodo stesso in cui le opere furono dipinte.

Come avete notato, spesso non basta una semplice veduta, l'immagine del tempo, diversamente da ora, ha bisogno di più accurata e posata visione per essere compresa.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Carlo Crivelli – Madonna con il Bambino (Accademia Carrara di Bergamo)

sabato 16 aprile 2022

DA CHE "PACE" STAI?


I giovani, i maschi, insieme al sagrestano della nostra basilica erano adibiti ai lavori più pesanti e infatti erano loro che si dovevano procurare i tavoli, trovati e spostati dalla canonica, dall'ufficio di Monsignore e alcuni anche dalla sagrestia, e portati e allineati al transetto destro dell'altare maggiore, poi eravamo noi ragazze insieme alla perpetua, che stendevamo sopra immense tovaglie bianche e profumate, e insieme avevamo così preparato il tavolo che all'indomani, il giorno di festa, il giorno di Pasqua, sarebbe stato apparecchiato da ogni fedele che si recava alla Messa.

Era la tradizione, forse folklore, che superava la fede stessa, ma ogni domenica di Pasqua nessuno poteva recarsi a Messa senza avere tra le mani anche un solo uovo cotto, un uovo sodo, che posavamo su quei candidi tavoli, e ognuno aveva il suo modo di portarlo, chi un cesto, chi avvolto in un tovagliolo accuratamente chiuso con i lembi intrecciati, chi addirittura un vassoio o un piatto, chi incartato, e tutto posavamo quel cibo umile, chi oltre uno, due o tre, anche cinque o sei, non era il numero che aveva rilievo, ma il gesto. Una volta posato sul tavolo insieme a tanti altri, si apriva il suo involucro e lo tenevamo aperto bene in evidenza insieme a tanti altri che pareva facessero capolino tra quell'insieme colorato di tovaglioli, stracci e cartoni. A un certo punto della funzione pasquale l'officiante usciva dall'altare maggiore e si avvicinava a quella lunga e variopinta tavola e aspergeva sopra le uova, l'acqua a benedire. Terminata la Messa, ognuno riprendeva con cura le sue uova ricomponendo il contenitore e poi a casa, prima del pranzo pasquale con i parenti e amici, divideva in parti eguali l'uovo sodo e ognuno ne prendeva il suo pezzetto e lo mangiava. Tutto questo prima di ogni cibo e ogni bevuta ed era in quel preciso attimo, in quel determinato momento che davvero sentivamo la Pasqua, la vera Pasqua di pace, tra di noi, tra parenti e amici stretti, tra fratelli e sorelle, tra madri e figli, tra padri e nonni.

Pace, una parola che difficilmente viene usata e concepita, l'uomo ha un rapporto di conoscenza di pace che esula il principio stesso della parola, per l'uomo pace è sinonimo di compromesso, si da un qualche cosa solo se si ottiene un'altra cosa, io ti do se tu al contempo mi dai, e solo così possiamo vivere in pace l'uno verso l'altro. Abbiamo coscienza piena della pace, ma una pace di “interesse”, oggi più che mai in questi giorni in cui la guerra ci sta stretta e vicina, abbiamo bisogno forte di pace. E' già difficile dire “da che parte stai?” che qualsiasi sia la risposta si rischia il linciaggio, ma è già di per se assurdo proporre una simile domanda, nella guerra non “si sta per l'uno o l'altro” se non siamo amanti della guerra stessa. Ed ecco allora che nasce naturale la risposta “ io sto per la pace!” Ma “ da che pace stai”? Forse quella che ti permetta ancora di vivere egoisticamente con la libertà di un ristorante sotto casa, la televisione a scelta, il supermercato anche per l'eccesso, il lavoro e la casa di proprietà, forse è da questa parte che sta la tua Pace? O la pace che abbia il compromesso di poter andare ancora avanti, tra una guerriglia di oggi, una violenza domani, una rivoluzione, un estremismo lontano, ma che non intacchi il conto bancario e azionario, o se non altro quel tanto da trovare altre soluzioni o altre guerre da fare. Ma è duro il concetto, è quasi innaturale, come se l'uomo non fosse abituato a dare e donare, quando eravamo bambini, il nostro compagno di banco ci poteva chiedere un inchiostro di china di un colore che lui non possedeva mentre magari aveva una matita di un rosso che noi non avevamo, ed ecco che alla richiesta di lui della china, rispondevamo forse si certo, SE....se tu mi dai la matita di quel rosso particolare.....mai che fosse partito da noi o dall'altro il bisogno di dire ….ho la china di un colore speciale, se la vuoi la puoi usare, oppure ho visto che non usi nessun rosso per colorare con le matite, se vuoi ne ho qui quante ne desideri........

E' solo un esempio, anche banale e di poca importanza, ma basta a far capire che pace non è contraccambiare con interesse ma deliberatamente volerla senza alcun fine.

Domani è Pasqua e io voglio immaginare un “domani” dove si stenderà una immensa tovaglia bianca su questo mondo e ognuno che posa un uovo sodo con sopra una bandierina con i colori della Nazione a cui appartiene così da illuminare la tavola di svariati colori. Poi improvvisamente vedere un vento impetuoso che fa volare tutte quelle bandierine e allora al momento in cui si dovrebbe riprendere il nostro uovo, capire e comprendere che tutte le uova sono assolutamente uguali e lo sono nel colore, nella forma e soprattutto nel sapore!


Buona Pasqua

Zia Molly


Immagine web: Photo by Loretoidas

domenica 10 aprile 2022

DOMENICA DELLE PALME


Ci svegliavamo quasi alle prime luci dell'alba, io e mia sorella, spinte dalla frenesia della festa e dal pensiero del sicuro divertimento che avremmo provato. Sapevamo di dovere andare a Messa, ma quella mattina era particolare, dovevamo cogliere senza essere sgridate, da alcune piante di olivo che erano nel “campo” (allora non esisteva il giardino, il campo era la zona attigua alla corte dove abitavamo e era di tutti, era in quel luogo che avvenivano le coltivazioni così dette casalinghe, ovvero gli orti e di alcuni frutti, come anche qualche olivo), dei rametti di foglie da portare in chiesa. Ci sentivamo furtivamente complici di un furto, e la cosa ci entusiasmava ancora di più, pensando a quante volte, invece, avevamo “rubato” ciliegie, furtivamente ma consce della nostra colpa e con la paura di essere scoperte, ciliegie o fichi a seconda della stagione in “campi” lontani e diversi. La mamma ci attendeva in cucina con già il latte munto, bollito e fumante nella tazza, un poco di pane avanzato “arrostito” nella stufa a legna, il caminetto solitamente in quel periodo primaverile cominciava a fermare la sua funzione, la tiepida stagione non lo richiedeva e la stufa a legna era obbligatoriamente accesa per la funzione di cuocere il pranzo o la cena. L'aria spesso era umida, la terra e l'erba bagnata, ma il piccolo viottolo tra i campi che dovevamo attraversare per raggiungere la piccola chiesa, a noi pareva un vero mare verde su cui navigare. Spavalde seguivamo il passo di nostra madre che insieme ad altre due o tre signore, abitanti delle corti vicine, procedevano lente ma decise scandendo i passi con rassicurazioni o informazioni varie sul procedere di alcune semine o malattie di qualche animale o che altro, ma tutte con uno o due rametti di olivo tra le mani. Giunte poi in chiesa, che era sempre colma di persone nonostante fosse mattina appena nata, ci portavamo, anche a spinta talvolta, ma eravamo bambine e il nostro passare solitamente apriva la folla, al limite dell'altare, come se la funzione ci attirasse, e in effetti era così, tutti quei gesti, parole, lumi accesi, il fumo acre dell'incenso bruciato, e la voce del prete, forte e decisa, spesso cantilenante ci avvolgevano in un mondo particolare e fantastico. Non eravamo certo prese poi tanto dalla fede in se stessa, ma ci attirava la cosa che sentivamo giusta e affatto pericolosa, e poi il nostro innocente divertimento si concentrava poi tutto nell'attimo in cui , l'officiante chiedeva a tutti di alzare l'ulivo che avevamo in mano, che lui avrebbe con cura e devozione benedetto spargendo acqua con quel “pennello” come lo chiamavamo noi, in lucido argento.

Era la domenica delle Palme, una domenica in cui la Chiesa ricorda l'acclamata entrata di Gesù in Gerusalemme, una giornata in cui domina il concetto vero e proprio della pace, pace tra gli uomini, pace in terra, pace nell'anima e nel corpo, soltanto pace!

Ma anche senza essere bigotte, o altamente devote, o anche solamente atee, io penso e sono certa che il concetto di pace debba essere unanime, e in questo periodo non so fino a che punto invece possa essere interpretato. Lo ripeto spesso, ma ribadirlo penso sia comunque necessario, io sono una signora di una certa età, e non voglio certo fare comizi o discussioni in merito, non ne ho la conoscenza adatta e non sono certo in grado di poterne fare e anche potendo non mi sentirei davvero di farne, ma con il piccolo ricordo che ho accennato , voglio soltanto far capire quanto poco basta per rendere felici e sereni le persone, si eravamo bambine, ma quanti bambini adesso NON provano più queste emozioni? Ecco che senza dover fare comizi o sbandierare multicolori bandiere, basterebbe che l'uomo guardasse due occhi grandi di una piccola creatura e si immedesimasse e ritornasse come quel bambino, forse sarebbe davvero in grado di sparargli?

La domenica della Palme non è soltanto un evento religioso, deve essere anche un evento morale e civile, un evento nel cuore e nell'anima, un semplice ramo d'olivo piantato nel cuore perchè abbia a fiorire!


Zia Molly

Immagine web

martedì 5 aprile 2022

ASSOLUTAMENTE NOI


Io credo che sia giunto il momento in cui dobbiamo trovare pure un modo, un diversivo, un ancòra di salvataggio per non sopperire giornalmente e passivamente a notizie purtroppo disastrose, senza naturalmente fare il classico struzzo che nasconde la testa nella sabbia, ma coscientemente consapevoli che la nostra esistenza non è più, o non lo è mai stata, effettivamente nelle nostre mani e per quello che ancora ci compete e ancora ci è rimasto (parlo da anziana che sono) da vivere si debba trovare un qualcosa a cui aggrapparci e/o se non altro, trovare un senso ai nostri giorni e al nostro scorrere giornaliero esulando un attimo il triste momento e “vietarci” di soffermarci troppo spesso su immagini che pur essendo oltremodo e ripeto purtroppo reali, non possiamo comunque porre un “benedetto” rimedio. Consapevolezza e conoscenza assolutamente, odio e ripugnanza innanzitutto ma, tutto questo, è altamente deleterio per la mia salute e fisicità, la mente umana specialmente senile, è caparbia nel poter scindere un dolore tanto da farselo assolutamente suo, provandone lo strazio e lo sgomento come propriamente vissuto, ed ecco perciò che credo fortemente che è giunto il momento di ovviare, un poco, un attimo, un'ora, il tempo di un respiro, e magari uscire e capire quanto è bello il sapere e potere ancora camminare, con il sole o con la pioggia, con il vento o senza, magari concedersi la lettura di un bellissimo libro, bellissimo per noi che lo abbiamo scelto, potrebbe anche essere un fumetto ( che io adoro assolutamente e che lo trovo altamente adatto a fa si che la mente divaga), magari avere cura di se stesse, preparandosi con tutto l'amore possibile e la gioia infinita, una calda tisana o un semplice ma energetico caffè e gustare la bevanda scelta forse sedute su di una comoda poltrona o su una semplice sedia, il luogo non ha importanza, l'importante è metterci tutte se stesse, tutta la volontà personale e gridarsi anche se appare un controsenso, la vita è bella e io la amo! Dobbiamo trovare uno svincolo perchè solo così saremo in grado di proseguire e garantire un futuro diverso ai nostri nipoti e figli, dobbiamo amare innanzitutto noi stessi e così facendo cercare nel buio assoluto, e se non c'è, crearla, una luce, un vero arcobaleno. Io credo che sia giunto il momento di volersi davvero bene, dobbiamo placare quel naturale odio interiore che è impossibile che non nasca a tanta cattiveria e criminalità, ma per non rispondere o tramutarsi anche noi in assassini, che saremmo forse anche più cruenti, è giunto il momento di credere nel fiore di questa nuova primavera e cercare quell'attimo di gioia personale, che potrebbe anche essere il solo dare un bacio a chi tenete nel vostro cuore, a un fratello, sorella, amico, amica, parente, figlio o figlia, moglie o marito.


Zia Molly


Photo Errebi (Roberto Busembai) Prato della Pieve di Romena a Pratovecchio (AR)

PAOLO UCCELLO - LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO


Ho scelto volutamente questa opera del grande Paolo di Dono (Paolo Uccello), una battaglia, una guerra, ma perché la rappresentazione è molto dissimile da quelle che vediamo in questi giorni, è una guerra tra cavalieri, tra addetti ai “lavori”, tra armi bianche, senza squarci o sangue, senza volti o corpi in primo piano, è una scena sempre di guerra ma …..medievale e forse molto più, se mi concedete un eufemismo, “rispettosa” di quella d'oggi dell'era tecnologica e spaziale.

Paolo Uccello ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della perfezione prospettica, perchè la riteneva l'elemento basilare per una visione intellettuale, era la prospettiva che legava a se le cose e che dava la misura dello spazio, della vicinanza e lontananza, e in questa battaglia lui la applica in modo notevole e sorprendentemente perfetto. Ma oltre a questa scientifica funzione Paolo Uccello non seguiva i suoi coetanei rinascimentali, dove la preponderanza pittorica era la rappresentazione naturale delle cose, lui viveva della fantasia del contesto aureo prospettico, infatti, come ho accennato all'inizio di questa esposizione, in questa guerra sarebbe risultato naturale rappresentare gole trafitte, orrori e atrocità, mentre osserviamo uno scontro di cavalli e cavalieri, i primi rappresentati in cromature e forme quasi come pupazzi, come cavalli di una fantomatica giostra, e i cavalieri nelle loro argentee armature, (l'accecante argento che dominava la scena, purtroppo nel tempo si è andato a deteriorare) paiono giocattoli moderni che assumono diverse forme, come avessero arti, corpi e teste snodati. E' una guerra senza ferocia e senza crudeltà, assurdo per un concetto di “guerra”, ma Paolo Uccello fondamentalmente non interessava poi tanto il conflitto in se stesso, che è poi quello combattuto tra Firenze e Siena (cui erano alleati Lucca e lo Sforza di Milano) e di cui la vittoria è sempre stata contesa, anche se molti l'attribuiscono a Firenze, al Maestro interessava dare forza a quel gioco prospettico dove risaltano i primi piani dei combattenti e dove lo sfondo del luogo di battaglia si allontana piano piano per consentirne l'ampia veduta (siamo nelle colline toscane , nei pressi di Montopoli).

Questa gigantesca opera pittorica ( 182x320 cm) , che attualmente si trova nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze non è altro che uno dei tre pannelli che Paolo Uccello dipinse su commissione di Lionardo Bartolini Salimbeni e poi in seguito facenti parte dell'inventario di Lorenzo il Magnifico, gli altri due delle stesse dimensioni, che rappresentano la continuazione della battaglia stessa, si trovano una al Louvre di Parigi e l'altra alla National Gallery di Londra.

Una piccola nota per far sorridere , il soprannome Uccello, attribuitogli da quasi sempre gli fu derivato per la sua sfrenata passione per i piumati, infatti ne aveva una casa piena e non mancava spesso di comprarne e anche comunque rappresentarne pittoricamente. Umanamente parlando, il Maestro era di spirito nobile e anche permaloso, ma nella sua vita non conobbe mai denaro, al tempo i “dipintori” non erano poi tanto considerati.


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Paolo Uccello – Battaglia di San Romano – Gallerie degli Uffizi - Firenze