In questo ottavo centenario della morte di San Francesco, ho voluto menzionare un’opera d’arte davvero singolare e importante, in quanto ritenuta la prima vera iconografia “umana” del Santo.
Una pittura su tavola che rispecchia con lucentezza di colori e signorilità di stile l’umana persona di un uomo, un frate, che ha donato tutta la sua vita, tutto il suo spirito e tutta la sua anima al Signore, e che per far questo ha offerto il suo corpo, la sua mente, il suo immane sacrificio a salvaguardare i poveri di fatto e di spirito, d’animo e di consistenza. Una figura “santa” in una terra “di diavoli” tentati o tentatori, succubi o magnanimi, incerti o decisi.
L’autore pittore è il “Maestro di San Francesco” attributo assegnatogli da Henry Thode nel 1885, che basandosi presumibilmente sull’influenza del filosofo, francescano, fondatore di una “Nuova Chiesa” e ritenuto uno dei più importanti biografi del Santo, Bonaventura da Bagnoregio, cui l’impronta umana del Santo Francesco diveniva sempre più tangibile e importante per un riconoscimento ecclesiastico e spirituale.
La tavola in forma rettangolare raffigura San Francesco in un andamento allungato, con la testa tonsurata e scoperta ( come era usanza rappresentare le figure francescane in Umbria in quel periodo) , e un volto di forma ovoidale contornata da un velo di barba e baffi.
Ha tra le mani un libro aperto(sulla sinistra) e con la destra invece tiene stretta una croce dorata. Il lungo saio che lo riveste lascia comunque intravvedere le stigmate sia dei piedi che delle mani e pure quella sul costato dovuta allo strappo ben rappresentato sulla parte destra in prossimità della croce. Sono chiare e ben comprensibili che queste ferite ben evidenziate manifestano l’analogia del Santo con il Cristo.
Il tutto è racchiuso da una cornice decorata con vetri colorati e borchie che si presuppone fossero dorate in quanto perdute, nella parte alta, ai due lati di San Francesco, due angeli a mezzo busto che tengono in mano rispettivamente il globo crocesignato e la verga. Tale disposizione è risultata tipica nello schema bizantino ma anche nella raffigurazione della Vergine con il Figlio. Questo a dare ancora più imprimitura della “Santità” e vicinanza del frate con il Cristo.
Un’altro rimando è il motivo centrale dietro il fraticello, formato da un drappo blu con losanghe creando un effetto smaltato con una bordatura di cornice in rosso riempita di componenti floreali geometrici che risaltano il Santo, una rappresentazione che nella sua struttura appunto ricorda quella illustrativa delle Croci duecentesche, avvalorata comunque dalle iscrizioni, quella sul libro che tradotta dice: “ Questo fu il mio letto da vivo e da morto” riferendosi sia alla croce che tiene in mano e sia alla tavola stessa in cui è rappresentato che fu il suo giaciglio in vita e il coperchio della sua tomba mortale.
L’iscrizione in basso è un riferimento alle stigmate che furono scoperte dai frati soltanto al momento della sua morte e dicono: “ Gesù mi mostra chiaramente che io sono l’amato, i cui segni mi decorano. Nessuno mi rammarichi, ma Cristo sia glorificato, al quale è piaciuto sollevarmi con segni così degni.”
La tavola dipinta circa nel 1260 è ora visibile ad Assisi in Santa Maria degli Angeli nel Museo della Porziuncola.
Roberto Busembai (errebi)

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