lunedì 11 ottobre 2021

GIOVANNI BELLINI - DONNA ALLO SPECCHIO


A dare prova che la vita è sempre una sorpresa e valga la pena di viverla ogni momento e in ogni età che ci è data di scoprirla, basta soffermarsi un attimo a guardare una stupenda tela dove il soggetto è una candida e pura donna che, nuda, ma senza intenti voluttuosi o viziosi, tende a guardarsi, con cura e con diletto, ad uno specchio e con un'altro che pone dietro alla sua testa, cerca, in un gioco di riflessi, di intravvedere che le sue ciocche siano messe a posto. Questa meraviglia è un quadro del maestro Giovanni Bellini che alla sorprendente età di 80 anni (nell'anno 1515) si rinnovò nel suo modo di pitturare, ovvero dopo aver trascorso una vita a raffigurare personaggi sacri, non dimentichiamo le sue stupende Madonne, si rinnova, si modernizza con una rappresentazione profana, ma tenendo cura e rispetto verso il soggetto rappresentato, una devozione che non è preghiera ma soltanto riconoscenza. Un corpo nudo di donna, un corpo di Dio, non può che essere bello e da rappresentarlo tale, pulito, candido, reale. Illuminato poi anche dal suo allievo, il Giorgione, ne risente del gioco tenue delle luci, dei colori caldi e delle rotondità delle forme, ponendo quasi “forzatamente” alla vista la figura femminile tralasciando, se pur minuziosamente rappresentato, il contorno, come il paesaggio dolce in lontananza oltre la finestra, la coppa di vetro trasparente con sopra un piccolo piattino e una spugna, (d'uso certamente per la toelette) dal carattere tipicamente fiammingo.

Una nota purtroppo a diniego di questa opera, il braccio sinistro della donna, per una causa di deterioramento dell'opera, fu restaurato e rifatto ma il restauro fu proprio “una rovina” tanto venne male!


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Giovanni Bellini – Donna allo specchio

mercoledì 29 settembre 2021

LA FOGLIA E IMITAZIONE



L'autunno è praticamente iniziato, anche se le giornate si prolungano calde e tendenzialmente afose, ma lungo i fossi, lungo i viali e nella campagna, si trovano già foglie caduche che hanno perso il verde colore, tutto è ormai volto ad un colore ambrato, rosso e giallo aranciato, insomma in questa atmosfera degna di malinconia che porta al pensare e a un velo di assoluta nostalgia, non posso che citare una poesia del grande Leopardi che non fu altro che una sua “personale” traduzione di un'altra poesia del francese Antoine-Vincent Arnault. Arnault fu un politico, poeta e drammaturgo francese che fu legato a Napoleone Bonaparte che lo incaricò all'organizzazione amministrativa delle Isole Ionie e di cui seguì il Corso anche nella campagna d'Egitto. Fu nominato membro dell'Institut nel 1799 con un posto al ministero dell'Interno ma durante la seconda Restaurazione, proprio per essere stato un ministro, fu condannato all'esilio nel 1816 fino poi ad essere richiamato in patria intorno al 1819 e eletto segretario perpetuo nel 1829. Ma fu proprio nel periodo dell'esilio che scrisse LA FOGLIA.

Il grande Leopardi nella sua personale traduzione, dove l'Arnault esprimeva il rammarico per la propria vicenda d'esiliato, intravede invece nella foglia la sorte di ogni uomo, che ignorando il perchè del suo destino, conosce invece il suo errare da un luogo ad un altro per poi giungere alla morte, una morte che si prende tutto, pure la bellezza e la gioia (cit.”ove la foglia di rosa e la foglia di alloro”9) E' si una triste poesia, ma al contempo è una intelligente consapevolezza della vita, dove il nostro passaggio ha il suo estremo e importante valore e qualsiasi esso sia stato, grande o minore, ricco o povero, riconosce la giustizia del destino che è uguale per tutti indifferentemente e indipendentemente. Una realtà viva e non una morte compianta. Una visione del Leopardi non solitamente triste, come spesso è identificato, ma un Leopardi attivo e cosciente, amante assoluto della vita e portato a conoscerne fino in fondo il suo estremo valore per apprezzarla. Almeno questa la mia personale lettura.


LA FOGLIA di Antoine-Vincent Arnault


 Staccata dal fusto,

povera foglia secca,

dove vai tu? - Non lo so.

La tempesta ha spezzato la quercia

che solo era il mio sostegno.

Col suo soffio incostante

lo Zeffiro o l'Aquilone

da quel giorno mi spinge

dalla foresta alla pianura,

dalla montagna alla valle.

lo vado ove il vento mi mena

senza compatirmi o spaventarmi,

vado ove va ogni cosa,

ove va la foglia di rosa

e la foglia d'alloro.


IMITAZIONE di Giacomo Leopardi


Lungi dal proprio ramo

Povera foglia frale

Dove vai tu?-dal faggio

Là dov’io nacqui,mi divise il vento

Esso, tornando a volo

Dal bosco alla campagna

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d’alloro



Roberto Busembai (errebi)


Immagini web: Antoine-Vincent Arnault e Giacomo Leopardi

lunedì 20 settembre 2021

PIERO DELLA FRANCESCA - RESURREZIONE


In una mia recente visita alla cittadina di San Sepolcro, provenendo da un'altrettanto famoso borgo, quello di Anghiari, ho finalmente visitato e direi “goduto” il prodigioso affresco della Resurrezione di Piero della Francesca nel Museo Civico del piccolo centro.

In una grande e vuota sala, posto al centro di una delle quattro pareti, spicca con tutta la sua forza pittorica e emotiva, il grande affresco che Piero della Francesca eseguì tra il 1460 e il 1463, periodo in cui il maestro si trovava ad Arezzo per completare le “Storie della Vera croce” nel duomo della città, con una “cornice” assolutamente geniale, tale da sembrare sia ambientato in un'apertura immaginaria al cui confine, da ambo le parti, si innalzano due antiche colonne.

L'emozione di vedere questo affresco è tanta, ma non posso lasciarmi andare troppo, perchè voglio davvero imprimere nel mio ricordo questo volto particolare e deciso del Cristo, un Cristo terreno, una figura dominante e che domina, colui che nessuna sofferenza e patimento, (la croce) ha scalfito la sua presenza, Lui è stato e Lui è e sarà sempre e su questo mondo sarà sempre Lui a vigilare e “comandare” il ciclo della vita. Una rappresentazione possente, decisa, diversamente concepita da l'usuale resurrezione del periodo in cui un Cristo “trasparente” vagava tra gli astanti. Piero della Francesca ha collocato la figura del Cristo in una particolare posizione, la gamba che poggia con forza e decisione sul freddo sepolcro di marmo e una mano che regge l'asta con il vessillo dei crociati, quasi a simboleggiarne uno scettro. “Ecco sono qui” pare dica il Cristo, “a vostra disposizione! Fotografatemi pure, ma ricordate che niente mi distoglierà e mi tapperà la voce e la mente!”.

Un volto serio, compito, ma guardingo e sveglio, i capelli tirati indietro, bagnati, forse dal sudore nello stare al chiuso del sepolcro, e sotto di Lui i soldati addormentati, “comuni” uomini sicuri dell'avvenuta morte, certi di essersi sbarazzati del pericolo, restano abbandonati ai loro “comuni” sogni ormai certi che il peggio è passato.

Si fa menzione, non assolutamente certa, che il soldato sulla sinistra, con il capo inclinato appoggiato nella parte finale dell'asta del vessillo e con gli occhi chiusi, sia l'autoritratto di Piero della Francesca, se ciò fosse vorrebbe quasi significare un collegamento quasi d'ispirazione tra Dio e l'artista.

Un Cristo assolutamente regale, quasi Michelangiolesco nelle fattezze, un Cristo che ha vinto il mondo perchè neppure la morte ha avuto la meglio, un Cristo che ad oggi, per quello che viviamo, è un monito di speranza e di coraggio, Lui non ci abbandonerà mai anche se pare che la morte sia davvero vicina.


Roberto Busembai (errebi)


Photo Errebi – Piero della Francesca – Resurrezione - Museo Civico di Sansepolcro (AR)

domenica 5 settembre 2021

CARTOLINE DA FIRENZE NELL'800 - PIAZZA MERCATO VECCHIO


Piazza Mercato Vecchio era la più antica e centrale piazza di Firenze, che intorno agl anni 1881 e 1890 fu totalmente demolita e trasformata, oggi Piazza della Repubblica. La colonna che si innalzava tra i banchi dei commercianti e che tutt'ora si eleva da una parte della “nuova “ piazza, ah al suo culmine un statua allegorica della Dovizia, scolpita dal Foggini nei primi anni del '700 e che andò a sostituire un'altra più antica del Donatello. In un lato della piazza sorgeva “La loggia del Pesce” che fu architettata da Giorgio Vasari nel 1568, che durante le prime demolizioni fu presa in esame e considerata, ma in seguito per una miglioria urbanistica fu completamente abbattuta. In prossimità (precisamente piazza Sant'Andrea)a questa notevole piazza esisteva anche la sede de “l'Arte dei Linaiuoli” che al tempo commissionarono un tabernacolo esterno che li identificasse, al Beato Angelico per la pittura e a Lorenzo Ghiberti per la scultura marmorea e che tutt'oggi si trova, totalmente restaurato, in mostra al Museo di San Marco.


Roberto Busembai (errebi)


Disegno Errebi

lunedì 30 agosto 2021

ANTONELLO DA MESSINA - ECCE HOMO


Quando ci troviamo di fronte un'opera del grande maestro Antonello da Messina, dopo l'impatto iniziale di meraviglia e stupore, ci inonda un forte e ragguardevole dubbio, un dubbio che ci porta a dover soprattutto pensare, meditare e cercare nel nostro profondo la risposta più vicina alla domanda stessa che l'opera e/o il Maestro ci propinano. Ogni opera di Antonello è volutamente e magistralmente rivolta a chi la osserva e è sua caratteristica stimolarci e non indurci soltanto a “guardare” ma a “scoprire” ovvero analizzare il pensiero, la “voce” del soggetto rappresentato e spesso il soggetto è descritto in un momento particolarmente emozionale, come il pianto o il dolore, che non possiamo rimanere inerti e indifferenti.

Questo “Ecce homo” di Piacenza, facente parte del Collegio Alberoni, è un'opera con tecnica ad olio su tavola leggera e sottile di legno di rovere, e rappresenta il Cristo alla colonna ( così a volte è conosciuta questa opera), ma il volto e l'espressione del figlio di Dio, emanano tutto lo sbigottito dolore e una silente ma profonda richiesta rivolta a chi lo guarda, che pare urli “Perchè?”.

“PERCHE' ?” è l'urlo che in questi giorni rode chi ancora ha un anima e un cuore, un urlo che, come il Cristo allora, non ha risposta e il raccapricciante volto da dove povere e umili stille di pianto escono furtive, supplicano e invocano un logorante aiuto, una supplica che al contempo colui che la dice ne conosce la risposta , vana.

“Ecce homo” furono le parole di Ponzio Pilato quando mostrò il Cristo flagellato agli astanti e al popolo, e “ecce homo” sono ora le parole che il mondo urla donandoci gratuitamente stazio e violenza, dolore e sottomissione di “umile” gente.

Antonello di Messina ha sempre voluto con le sue opere pittoriche lasciare un ampio spazio all'apertura mentale e alla riflessione, tale che i suoi dipinti non avessero mai a cessare di essere ammirati.

“ECCE HOMO”


Roberto Busembai (errebi)


Immagine web: Antonello da Messina – Ecce Homo

venerdì 27 agosto 2021

CASTELLO DI SORCI (AR)


Il castello di Sorci è un antico maniero sito in località San Lorenzo vicino ad Angiari in provincia di Arezzo. E' stato dimora di varie signorie come i ghibellini aretini Tarlati di Pietramala, dei più noti Pici di Sansepolcro, ma tra questi vi è pure il famoso condottiero Baldaccio Bruni.

Una leggenda locale attribuisce il nome del maniero all'esistenza, nell'anno 1000, nella zona di un altro castello, dei Gatti, che guarda caso sarebbe stato antagonista dei Sorci e che ebbe pure la meglio sulle due famiglie.

Intorno al 1400, il feroce condottiero Baldaccio soggiornava in questa dimora nei momenti di pausa, tra una battaglia e un'altra, insieme alla consorte Annalena Malatesta di Giaggiolo discendente dal più noto Paolo. Quivi Annalena trovò poi rifugio perenne dopo l'uccisione a tradimento del consorte da coloro che lui riteneva amici e che invece una volta convocato a Palazzo Vecchio a Firenze, in quanto Gonfaloniere di Giustizia, fu ferito e gettato dalla finestra del palazzo; in terra, quasi morto, gli venne tagliata la testa e fu lasciato poi in bella vista a mercè della gente, davanti al Palazzo, nel 1441.

Il castello, dopo la morte della Malatesta, entrò nella mani dei Pichi che lo rivalutarono anche strutturalmente fino ad arrivare ai giorni nostri quando la famiglia Barelli occorse un nuovo rifacimento e restauro che dagli ultimi anni del Seicento aveva portato la dimora a un lento ma progressivo decadimento.

C'è pure una leggenda, per alcuni non proprio tale (ad esempio da parte del proprietario Barelli), di cui pare che ogni cinquanta anni il fantasma di Baldaccio si aggiri nel castello per ricordare a tutti l'ingiustizia subita della sua atroce morte.



Roberto Busembai (errebi)


Disegno Errebi